HENRI PIRENNE.
...
.
...
MAOMETTO E CARLOMAGNO.
...
.
...
Parte 1.
...
.
...
Traduzione di: Mario Vinciguerra.
1976. Edizioni Laterza. ROMA.
Collezione Universale Laterza.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
PRESENTAZIONE.
...
.
...
Quando  possibile iniziare a parlare di Medioevo? Quando la storia europea comincia a diventare del tutto nuova rispetto all'antichit romana? Secondo Pirenne, solo dal settimo secolo, quando l'avanzata improvvisa e violenta dell'Islam spezz l'unit mediterranea, dal punto di vista commerciale e culturale, in quanto costrinse l'impero bizantino a concentrare le sue energie sul fronte orientale, disinteressandosi del Mediterraneo. L'Occidente si ripieg su se stesso, e l'asse della vita europea si spost verso il Nord: conseguenza principale di questa situazione fu la nascita, al principio del nono secolo, dell'Impero carolingio che, da un lato, istituzionalizz le strutture feudali e dall'altro si alle col potere spirituale della Chiesa di Roma. 
...
.
...
L'AUTORE.
...
.
...
Henri Pirenne (Verviers, 23 dicembre 1862  Uccle, 25 ottobre 1935)  stato uno storico belga. Culmine della sua opera  il libro Maometto e Carlomagno, pubblicato postumo nel 1937. Due sono i contributi principali di Pirenne alla visione della storia europea: la cosiddetta "tesi di Pirenne", riguardante l'epoca di inizio del Medioevo; una visione peculiare della storia medievale del Belgio.
All'et di ventiquattro anni gli viene assegnata la cattedra di Storia Medievale dell'Universit di Gand. 
Pirenne fu inoltre una delle voci pi autorevoli della resistenza non-violenta ai tedeschi che avevano occupato il Belgio nel corso della Prima guerra mondiale. Nel 1916 viene arrestato dai tedeschi e tenuto prigioniero in Germania fino al termine del conflitto. A memoria della sua prigionia scriver il volume Souvenirs de Captivit en Allemagne (Mars 1916-Novembre 1918), pubblicato nel 1920.
...
.
...
Indice di questa parte.
...
.
...
Prefazione. di Ovidio Capitani.
.
PARTE PRIMA. L'Europa occidentale prima dell'Islam.
...
.
...
Capitolo 1. Continuazione della civilt mediterranea in Occidente dopo le invasioni germaniche.
1.1. La Romania prima dei Germani.
1.2. Le invasioni.
1.3. I Germani nella Romania.
1.4. Gli Stati germanici in Occidente.
1.5. Giustiniano (527-565). 
...
.
...
Capitolo 2. La situazione economica e sociale dopo le invasioni e la navigazione mediterranea.
2.1. Le persone e le terre.
2.2. La navigazione orientale. Siri ed Ebrei.
2.3. Il commercio interno.
2.4. La moneta e la circolazione monetaria.
...
.
...
Capitolo 3. La vita intellettuale dopo le invasioni.
3.1. La tradizione antica.
3.2. La chiesa.
3.3. L'arte.
3.4. Carattere laico della societ.
...
.
...
Conclusione.
Note alla Prima parte.
...
.
...
Fine Indice.
...
.
...
PREFAZIONE. di Ovidio Capitani.
...
.
...
"Il n'est gure d'oeuvre historique qui ait, au cours des trente dernires annes, t aussi fconde que Mahomet et Charlemagne et les mmoires qui l'ont prpar et tay." Questo giudizio di F. L. Ganshof(1) si offre oggi alla meditazione dei medievisti con una tale carica di persuasivit e, al tempo stesso, con una tale pregnanza di impliciti significati da indurre chi si accinga a presentare di nuovo al pubblico italiano, in nuova e migliorata veste italiana(2), il Maometto e Carlomagno di Henri Pirenne, a riflessioni e considerazioni sull'attualit del lavoro del grande storico belga.
Mahomet et Charlemagne a pi di trent'anni dalla sua stesura e dalla sua apparizione non ha bisogno di una particolare presentazione in chiave critica o anche esplicativa: in un discorso diverso da quello che soltanto qui preme fare, il masterpiece pirenniano potr e dovr trovare una sua collocazione nell'ampia visuale che uno studio sulla storiografia del grande storico belga offre. E sar discorso in primo luogo "tecnico", impegnato, cio, a tener conto puntuale di critiche, verifiche, negazioni e accettazioni della celebre "tesi": come sar, crediamo, discorso che non potr prescindere dalla valutazione del trend storiografico in cui Mahomet et Charlemagne si inserisce, nel contesto della storiografia europea degli anni venti (non si dimentichi che il libro ripete il titolo di un articolo apparso nel 1922, nella "Revue belge de Philologie et d'Histoire"), nelle suggestioni che venivano da un Dopsch, da un Lot, da un Dawson(3). Ma tutto ci non pu, lo ripetiamo, costituire argomento di queste poche pagine, che non vorremmo nemmeno chiamare di "presentazione", ma pi umilmente di "riflessioni a proposito di".
Attualit, abbiamo detto: e vediamo perch.  soltanto di ieri l'apparizione di una Naissance de l'Europe di R. S. Lopez, di uno storico, cio, che meglio di altri ha letto, vagliato e criticato il Mahomet et Charlemagne(4): ed  tutt'altro che sopita l'eco delle reazioni che essa ha suscitato, specialmente in Italia(5). Comunque si voglia affrontare e risolvere la serie di problemi, storiografici e perci morali, che nuove impostazioni e tecniche di "emisferismo storico" aprono oggi a tutti gli studiosi dell'et di mezzo,  un fatto difficilmente contestabile che la prima presa di coscienza che la storiografia medievistica europea ha conosciuto - su di un piano diverso dalla individuazione dei caratteri peculiari dell'anima del vecchio continente - delle "occasioni concrete" del farsi d'Europa,  rappresentata dal libro che viene riproposto qui alla lettura di specialisti e non specialisti.
Henri Pirenne -  noto - non giungeva al suo Mahomet et Charlemagne per una scelta a priori(6) dell'ambito cronologico nel quale svolgere un discorso storico cos articolato; non presupponeva, in altri termini, n un'accettazione n un rifiuto di una determinata "periodizzazione" della storia d'Europa o della storia medievale. Rispetto alle battaglie mai concluse - anche se non del tutto inconcludenti - sulla Periodisierung, egli aveva il vantaggio di non essere un "filosofo" della storia, e di non avere, come avevano e, nonostante tutto, hanno gli storici italiani, da discutere della "continuit" o della non "continuit" del mondo romano nel mondo medievale. E non aveva, per il campo specifico di esplorazione in cui aveva operato in lunghi anni di ricerche, nemmeno un mito, come quello, ad esempio, dell'impero tedesco, da imporre come chiave interpretativa di un periodo storico: storico dell'economia, Henri Pirenne era curioso in misura altissima di cogliere la linea che nell'incontro "reale" di uomini diversi, di culture diverse, di bisogni essenziali si estrinsecava. La larghissima esperienza ch'egli aveva accumulato attraverso saggi particolari - il metodo delle Vorarbeiten, lodato anche dal Ganshof(7) - lo aveva portato a dare il massimo rilievo storico ad un fenomeno che gli era apparso centrale per la comprensione del Medioevo: quello dell'Europa occidentale per lo meno. Il fenomeno era quello delle citt.  noto che assai prima di scrivere quello che a ragione il Ganshof ha definito "ce qu'il y a de plus solide, dans l'oeuvre de Pirenne"(8), il saggio sulle citt medievali(9), lo storico belga aveva affrontato il problema in un primo articolo apparso sulla "Revue historique", nel 1893, L'origine des constitutions urbaines au Moyen Age, seguito da un altro saggio su Villes, marchs et marchands au Moyen Age(10). Proprio per quello che si  detto circa i presupposti "generali" (o pi propriamente circa l'assenza di presupposti generali) del Pirenne, l'approccio al problema delle citt medievali non era avvenuto con l'intento di studiare delle sopravvivenze di "municipia" romani, n era stato compiuto sul piano dell'indagine "genetica", delle istituzioni: processo di formazione della citt da castelli, da sviluppo di autorit civile dei vescovi, da "presa" sull'agglomerato urbano di una famiglia feudale o di una consorteria nobiliare. L'ambito cronologico dell'indagine  compreso tra il secolo X ed il secolo XII e riguarda un'area che  quella che va dalla Mosa all'Elba. Il Nord, quindi, il pi "germanico" e, perci, il pi "medievale". Le citt di quello che tanti secoli dopo sarebbe stato il Belgio sono considerate come "centres commerciaux tout d'abord"(11): centri di vita economica che connota la civilt urbana d'Europa di segni assolutamente originali e comunque indipendenti da fatti istituzionali di eredit romana, che non possono spiegare, per il Pirenne, le ragioni di determinati indirizzi dell'economia medievale: per lo meno di quella che  cronologicamente contestuale all'oggetto studiato dallo stesso Pirenne. Ora, guardando proprio ai precedenti cronologici del nuovo essor economico che si manifesta nelle citt del Nord, il Pirenne constatava gi che non poteva propriamente parlarsi di "rinascenza" che avesse le sue radici nell'epoca carolingia. Da un punto di vista "economico", l'Europa del IX secolo appariva totalmente diversa da quella merovingia e da quella dell'XI secolo: sparizione o notevolissima riduzione del commercio di certi determinati prodotti (papiro, vino), tendenza alla produzione per il consumo limitato e non per il commercio, sparizione o quasi della circolazione aurea, sostituita da quella argentea, ritorno all'economia naturale. Le citt comprese in un'orbita essenzialmente mediterranea, che le invasioni del V e del VI secolo non avevano fatto cessare d'esistere e che avevano assolto alla loro funzione per lungo tempo dopo la cosiddetta caduta dell'Impero romano d'Occidente, nel sec. IX o sono in decadenza o appaiono gravitanti in un'orbita diversa da quella che era rappresentata dall'Occidente mediterraneo e romano. In questo momento nasce il "medioevo". Sono tutti temi che trovano documentazione e proposizione molto tempo prima di Mahomet et Charlemagne: oltre ai saggi gi ricordati, oltre alle conferenze sulle citt medievali tenute a Princeton (raccolte poi, nel 1925 col titolo inglese Medieval Cities: their Origins and the Revival of Trade, Princeton University Press, 1925; in francese Les villes du Moyen Age. Essai d'histoire conomique et sociale, Bruxelles 1927), si ritrovano argomentazioni e osservazioni in Mahomet et Charlemagne ("Revue belge de Philologie et d'Histoire", 1922, pp. 77-86) in Un contraste conomique, Mrovingiens et Carolingiens, ibidem, 1923, pp. 223-35), in Le commerce du papyrus dans la Gaule mrovingienne, ("Comptes rendus de l'Acadmie des Inscriptions et Belles Lettres", 1928). E sono temi che hanno assunto un rilievo sempre maggiore, via via che lo storico li riprendeva non solo in quanto "utilizzava per la storia delle citt d'Europa le scoperte che aveva fatte a proposito della storia delle citt belghe..."(12), ma anche perch quelle constatazioni si inveravano, si facevano storia effettiva agli occhi del Pirenne nella misura in cui potevano rispondere ad una domanda che non era pi solamente rampollante da un interesse "economico". Se la spiegazione della nascita del Medioevo e dell'Europa (non  un caso che G. Falco ricordasse il Mahomet et Charlemagne pirenniano al capitolo La fondazione dell'Europa della sua Santa Romana Repubblica, Napoli 1962, p. 189; cfr. anche In margine alla vita e alla storia, a cura e con introduzione di P. Zerbi, Milano 1967, p. 25 e n. 44) era economicistica, il problema era pi vastamente culturale(13). Nella conclusione di Mahomet et CHARLEMAGNE (cfr. tr. it. infra, pp. 275-6), infatti, nel tracciare il bilancio definitivo del libro che riassumeva una ricerca trentennale, Pirenne poteva scrivere:

Le invasioni germaniche non misero fine n all'unit mediterranea del mondo antico n a quello che si pu considerare essenziale nella cultura romana, cos come si conservava ancora nel V secolo... Malgrado i turbamenti e le perdite risultate da questo fatto, non apparvero nuovi princpi direttivi n nel campo economico n in quello sociale, n nello stato della lingua n in quello delle istituzioni. Ci che sussiste di civilt  mediterraneo; la cultura si conserva presso le rive del mare e di l prendono origine i fenomeni nuovi: monachesimo, conversione degli anglo-sassoni, arte barbarica ecc. L'Oriente resta il fattore fecondante; Costantinopoli il centro del mondo. Nel 600 il mondo non ha preso una fisionomia qualitativamente differente da quella che aveva nel 400.

'Princpi direttivi', fattori 'qualitativi' sono termini che rimandano ad una prospezione culturale del problema della nascita dell'Europa; cos come, per quanto riguarda il secondo punto della Conclusione (cfr. infra, p. 275), quella che il Pirenne chiama "la rottura della tradizione antica", dovuta, per lui, com' noto, all'affacciarsi dell'Islam sulle sponde del Mediterraneo, acquistano rilievo eminente fatti quali "un'altra religione, un'altra cultura", "il Mediterraneo occidentale che, divenuto un lago musulmano, cess di essere la via degli scambi commerciali e delle idee (corsivo nostro)". La rottura tra Occidente ed Oriente, per meramente economiche che potessero essere le cause indicate - le quali peraltro non ebbero nemmeno in Maometto e Carlomagno quel carattere di improvvisa e definitiva e brusca catastrofe, dacch si dispiegarono in un arco di tempo che va dalla met del sec. VII al "colpo di stato carolingio" (cfr. infra, p. 276: "la transizione fu lunga; si pu dire che essa prese tutto il secolo che corse dal 650 al 750") - la rottura tra Occidente e Oriente, si diceva, non si identifica mai nel Pirenne nella cessazione degli scambi commerciali: vera o non vera che questa debba essere considerata (e certamente non  vera, come  stato fatto notare e come indicheremo pi avanti) essa  per Pirenne una realt totale, un tratto di una "civilt anticommerciale", com'egli dice (cfr. infra, p.276), nel IX secolo (con l'eccezione dell'estremo Nord dell'impero carolingio), che  stata determinata dall'invasione araba, ma che non spiega quel fatto centrale - anche per il Pirenne, soprattutto per il Pirenne - che  indicato nel capitolo primo della parte seconda del libro: "Presso i germani il vincitore andr al vinto spontaneamente. Presso gli arabi  il contrario,  il vinto che andr al vincitore..." (infra, p. 141). E ci perch gli arabi non "furono assorbiti" dalle popolazioni conquistate.
"Non c' che una risposta ed  di ordine morale. Mentre i germani non ebbero niente da opporre al cristianesimo dell'Impero, gli arabi erano esaltati da una fede nuova" (infra, p. 140). La rottura ha i suoi presupposti tutti qui. Il Pirenne, naturalmente, non ci ha detto che tale rottura si sarebbe consumata sino in fondo anche senza il progressivo interrompersi dei rapporti commerciali ed economici tra l'Occidente e l'Oriente: ed anzi, nell'esposizione, per cos dire, 'in parallelo' dei caratteri dell'avanzata araba e di quelli della progressiva vanificazione dei rapporti economici tra i due mondi, lo stabilirsi di un nesso di causalit fra il secondo punto ed il primo non solo  possibile, ma appare implicito. Tanto pi che la prima parte del Mahomet et Charlemagne, che riprendeva e sviluppava tutte le conclusioni di Un contraste conomique cit., aveva mostrato che mantenersi della civilt "romana" e perpetuarsi delle condizioni economiche che avevano contraddistinto quella civilt, erano fenomeni paralleli e contemporanei. Ma non bastava: non bastava la constatazione del fenomeno - che peraltro era gi di per s un fatto notevolissimo per la storiografia economica dell'epoca, come ebbe a riconoscere lo stesso A. Dopsch(14) - proprio perch il Pirenne voleva rispondere ad un problema, pi "grande" o pi "piccolo", non importa, ma di natura diversa, che era appunto quello della connotazione generale di un Medioevo, concepito, sostanzialmente, alla maniera tradizionale. Ci spieghiamo. La triangolazione citt (dei secc. V-VII e X-XII) - invasioni germaniche - invasione araba aveva posto in evidenza una serie di fatti economici che la sensibilit del Pirenne non aveva potuto non cogliere. Ma la spiegazione che egli diede di questi fatti, nel senso di uno spostamento dell'asse economico dal mondo mediterraneo al mondo del Nord, aveva un presupposto non economico, nella limitazione geografica dell'ambito delle constatazioni fatte dal Pirenne. Egli infatti pensava di connotare un Medioevo occidentale con elementi che erano le risultanti di un processo economico assai pi articolato nello spazio mediterraneo e medio-orientale. Ne  seguita tutta una serie di conseguenze. La prima, gi rilevata dal Dopsch molto prima ancora che Mahomet et Charlemagne fosse uscito, era quella che, per spiegare dall'interno, per cos dire, fenomeni come l'arretramento economico generale in et carolingia, rispetto alla florida situazione di epoca merovingica, era giocoforza chiamare in causa la nota tesi "ciclica" dei tipi economici: economia monetaria / economia naturale / economia monetaria. Con tutte le aporie che in un simile atteggiamento erano implicite, e che, appunto, il Dopsch denunzi immediatamente(15). La seconda consisteva nell'attribuire valore determinante, probante a fenomeni o troppo isolati o non sufficientemente "recensiti" in un'area pi ampia di quella scelta dal Pirenne.
Su questa seconda conseguenza si  appuntata la maggior parte delle critiche alla tesi Pirenne, come vedremo. Una terza conseguenza era rappresentata dal fatto che il concetto stesso di Europa veniva ristretto al massimo, comprendendo solo la parte centro-occidentale del continente. A tale "idea di Europa" l'adesione e, come dire?, la consacrazione data dalla Chiesa di Roma non conferiva nessuna effettiva apertura, essendo, per il Pirenne, l'atteggiamento della Chiesa da spiegarsi con motivazioni meramente opportunistiche. Era molto meglio per il papa avere un protettore vicino anche se privo di tradizioni, che un supposto protettore lontano e rivolto, dopo gli inizi del sec. VIII, decisamente ad Oriente. "L'evoluzione termin nell'800, con la costituzione del nuovo impero, che consacr la rottura dell'Occidente dall'Oriente, per il fatto stesso che dava all'Occidente un nuovo impero romano. Questa era la prova evidente che si era staccato dal vecchio impero continuato da Costantinopoli" (infra, p. 276). E Maometto, pi ancora che Carlomagno, aveva, sia pure in senso negativo, fondato l'Europa: l'aveva, per lo meno, costretta a fondarsi cos come, culturalmente, religiosamente, socialmente, tutto sommato, questa Europa era giunta ad affacciarsi all'et moderna. La schietta "originalit" di questa Europa, la sua "ricognizione" nell'Alto Medioevo carolingio, la ragione storica del suo stesso assetto erano, per il Pirenne, definitivamente consacrate e dimostrate.
Prima dell'ultimo conflitto mondiale, la "tesi Pirenne" non incontr, come ha rilevato il Dennett(16), obiezioni di fondo, se si fa eccezione per l'atteggiamento critico che il Dopsch aveva assunto sin dal primo articolo del Pirenne su Mahomet et Charlemagne. E. Sabbe poteva, nel 1935, non accettare l'affermazione di una cessazione del commercio di stoffe orientali nell'Europa occidentale nei secoli nono e decimo; il Ganshof faceva osservare analogamente che non potevano essere accettate le drastiche affermazioni pirenniane sul venir meno del commercio(17): ma erano critiche limitate, buone per smontare alcune "prove" addotte dallo storico belga, non per respingere del tutto la sua impostazione.
Del resto, la stessa opposizione Dopsch-Pirenne - opposizione tra concezione di un processo economico simultaneamente polimorfo e concezione di un processo economico tipologico e ciclico - restava nell'ambito di un discorso che si svolgeva all'interno dei parametri tipici, per area geografica e ambito cronologico, dell'Europa occidentale. Ma nel 1943, R. S. Lopez(18) muoveva un attacco frontale alla tesi del Pirenne, partendo dagli stessi presupposti che lo storico italo-americano ha ribadito al X Congresso internazionale di scienze storiche e che sono alla base della sua recente, gi ricordata, Naissance de l'Europe. Il Lopez non discuteva la constatazione che sia il Pirenne, sia il Dopsch avevano fatto, sia pure con diverse spiegazioni e motivazioni: e cio che mentre le invasioni germaniche non avevano segnato l'inizio di una nuova et, questa s'era indubbiamente iniziata con la conquista araba della costa meridionale del Mediterraneo.
"Non  mia intenzione mettere in dubbio il nucleo centrale delle conclusioni di Pirenne. Mahomet et Charlemagne e le Grundlagen di Dopsch - per quanto si possa dissentire su questioni di dettaglio o su alcune serie di implicazioni - hanno aiutato gli storici a capire che la loro tradizionale divisione in et era sbagliata: le invasioni germaniche non segnarono l'inizio di una nuova era; le invasioni arabe, s. Questo  vero senza alcun dubbio per quanto riguarda la storia della cultura..."(19) Ma per quanto concerneva le ragioni di quelle disappearances (il venir meno, cio, del papiro, delle vesti orientali, delle spezie e dell'oro) le cose per il Lopez stavano diversamente. In linea generale "qualunque perturbamento nell'approvvigionamento europeo di merci orientali pu aver origine in fatti accaduti in qualche posto in Oriente"(20) e, per quanto concerneva l'oro, i manufatti di lusso e il papiro non si pu dimenticare che si trattava di merci soggette a monopolio di Stato sin dall'epoca romana. E il monopolio si mantenne presso l'impero bizantino, s che, quando gli arabi conquistarono il Medio Oriente e la costa meridionale del Mediterraneo non alterarono le caratteristiche di questa situazione: almeno per i primi tempi. Accettarono perfino di far circolare la moneta d'oro bizantina, con l'effige imperiale, evitando in tal modo di crearsi un problema "finanziario" - se avessero proibito la circolazione - e religioso - se avessero preso l'iniziativa di battere monete d'oro con effige umana.
Ma sul finire del secolo settimo, con l'instaurazione di una politica di prestigio da parte del califfo 'Abd al-Malik, le forme compromissorie che avevano consentito l'approvvigionamento di stoffe orientali e di papiro da parte dei bizantini (la sostituzione di invocazioni alla Trinit, nelle stoffe, al luogo di versetti coranici e del nome del Califfo e l'analoga sostituzione di un'invocazione alla Trinit, in luogo del nome del basileus, che, prima della caduta dell'Egitto, si trovava nel papiro che usciva dalle manifatture monopolistiche dell'impero) vennero abolite: l'oro stesso e l'argento e il rame furono battuti da zecche arabe e i bizantini rifiutarono la reciprocit della circolazione tra le monete auree del loro impero e quelle arabe. Queste trovarono una loro definitiva caratteristica quando, dopo un breve periodo in cui recarono l'immagine del califfo, vennero coniate con iscrizioni religiose, senza effige umana: ad un monopolio se ne affianc un altro: "la nuova politica di sovranit dei governanti arabi dopo Abd al-Malik accentu gli stessi punti che i greci avevano fino allora sostenuto"(21) E in Occidente? Per quella parte d'Europa che era ancora sotto la legislazione bizantina, l'uso del papiro per documenti ufficiali (ed anche privati, in taluni casi) continu sino al sec. XI: almeno in Italia(22). Quando disparve, "la scomparsa del papiro non fu causata dalle conquiste arabe ma dalla vittoria della carta tre secoli dopo"(23). Una vittoria che aveva fatto sentire le sue conseguenze indirettamente anche a Bisanzio, dove l'impossibilit di alimentare le scorte di papiro indusse in maniera sempre pi grande ad usare la pergamena.
Per quanto concerne la circolazione monetaria, il Lopez osservava che, pur dovendosi ammettere "un acuto contrasto" tra la situazione monetaria nell'Europa occidentale del periodo merovingico (monete auree con effige) e quella del periodo carolingio (monete d'argento epigrafiche), il cambiamento s'era determinato in tempi diversi da (e anteriori a) quelli della conquista araba del bacino del Mediterraneo e, quindi, per ragioni diverse.
La coniazione di monete auree era per il Lopez fatto legato strettamente alla volont centralizzatrice e consapevole di governo sia presso i franchi sia presso gli stessi musulmani di Spagna: e se certamente una crisi commerciale ci fu nel sec. VII ed essa favor la circolazione di moneta argentea pi conveniente per piccoli scambi commerciali, va anche notato che quella crisi aveva le sue radici in tempi precedenti la conquista araba. Cos le vicende della circolazione aurea ed argentea presentano anch'esse per il Lopez un parallelismo: anzi il fatto che nel sec. VIII le monete circolanti presso i franchi fossero prive di effige starebbe a dimostrare che una precisa influenza dalla Spagna musulmana si era fatta sentire anche in Francia (in Provenza, proprio a ridosso della Spagna, venivano coniate le monete franche). Quanto poi alla decadenza della circolazione aurea - dopo una ripresa di coniazione da parte di Carlomagno e di Ludovico il Pio - essa doveva spiegarsi per motivi non economici, ma per considerazioni di carattere politico: cos mentre in Francia l'apparizione di monete d'oro epigrafiche non era una novit, in Italia, dove pure monete longobarde d'oro senza l'effige dell'imperatore erano state battute dai re longobardi dopo Rotari (ma recavano l'effige dei sovrani di Pavia!), in Italia i franchi preferirono non irritare la suscettibilit bizantina e le tradizioni della popolazione, abituata da lungo tempo a vedere monete auree bizantine, con effige e non epigrafiche.
N - continua il Lopez - gli imperatori occidentali susseguitisi dopo Ludovico il Pio ebbero tale prestigio da poter pensare di imporre efficacemente una loro monetazione aurea: "l'abbandono definitivo della moneta aurea dopo Ludovico il Pio non fu direttamente connessa con le invasioni arabe, ma dipese dall'insufficiente prestigio dei monarchi occidentali. Solo quando il prestigio sia dei greci che degli arabi declin, nel secolo XIII, fu possibile riprendere nell'Europa occidentale la coniazione dell'oro"(24). La depressione economica verificatasi tra il sec. VIII ed il sec. X-XI - assunta come ipotesi dallo stesso Lopez - pu trovare ragioni economiche diverse da quelle indicate dal Pirenne: e cio fenomeni di tesaurizzazione, esaurimento di disponibilit auree nell'Europa occidentale e, soprattutto, scarsa capacit di assorbimento di prodotti orientali da parte dei mercati occidentali. E per quel che concerne quest'ultimo punto, il Lopez ribadiva anche al Congresso internazionale di scienze storiche del 1955 che il gap economico tra Occidente ed Oriente era un fenomeno che doveva essersi iniziato gi prima dell'invasione araba: la quale, al pi, ebbe l'effetto di costituire un elemento di concorrenza per l'impero bizantino e di restringere, comunque, ancor di pi all'ambito orientale il maggior fervore commerciale: ma non per un impedimento che la presenza araba avrebbe imposto.
Ed allora s'impone una conclusione, che il Lopez offriva come ipotesi di lavoro: "Molto probabilmente l'Europa dell'Alto Medioevo, con la sua rozza societ di signori opulenti e di contadini miserabili, si comportava verso le raffinate e complesse societ di Bisanzio e dell'Islam come qualunque altra legione arretrata, che non presenta una forte richiesta di manufatti stranieri e ha un eccesso di materie prime disponibili per l'esportazione"(25). L'oro accumulato in due secoli di "stagnazione" avrebbe consentito, nel sec. X, quell'esplosione economica che doveva portare l'Occidente europeo al centro dello sviluppo civile nei secc. XIII e XIV(26).
Che restava allora per il Lopez della "tesi Pirenne"? S' gi detto della sua validit, secondo lo studioso italo-americano, per quanto concerne il rilievo che essa avrebbe "per quanto riguarda la storia della cultura"(27): ma i fatti economici, che in fondo premevano al Pirenne e premevano in maniera molto pi esclusiva al Lopez, dovevano trovare una spiegazione diversa nell'inserimento di certi fenomeni entro un processo di contrazione-espansione. In tal modo il fatto caratterizzante che Pirenne aveva ancora chiamato e creduto di poter riconoscere nella storia umana come "Medioevo" non ha, propriamente, una ragione di essere. Il Lopez non ha, del resto, smentito questa sua posizione nemmeno nell'ultima sua grande opera, sulla Nascita dell'Europa(28). Si potrebbe dire, per amore di paradosso, che non muta nulla - o quasi nulla - del quadro pirenniano: o meglio che se anche fossero dovuti mutare moltissimi dettagli, ci, in definitiva, non sarebbe importato nulla al Lopez, poich quello che contava era se quel quadro avesse un senso da solo o in una galleria. Era chiaro - ed  chiaro - che per il Lopez il quadro aveva un senso solo nella galleria.
Dopsch e, in misura minore, Lopez avevano, pur nella critica radicale al Pirenne, accolto il postulato che la Gallia merovingica era rimasta sostanzialmente "romana": Daniel C. Dennett jr., nel 1948, in un articolo apparso nella rivista "Speculum" (Pirenne and Muhammad), respingeva anche quest'ultimo postulato. Alla base della posizione critica del Dennett - che sui particolari della "tesi Pirenne" aggiungeva alle osservazioni negative del Lopez molti altri chiarimenti e molte altre rettifiche(29) - c'era come un rovesciamento del processo pirenniano. Abbiamo gi detto che la risposta che il Pirenne voleva ottenere con le sue considerazioni "economicistiche" non era di natura economica, ma culturale: ebbene il Dennett rovesciava questa intenzione dichiarando "chiunque - sia questi un Pirenne o un Dopsch - tenti di capire o d'interpretare sia il periodo merovingico sia quello carolingio puramente nei termini di una interpretazione economica della storia  destinato a fallire, per la semplice ragione che i fattori economici giuocano un ruolo sussidiario e forniscono soltanto le apparenze di un grande processo genetico"(30). Il Dennett era assai esplicito sulla validit stessa della ricerca delle "cause" economiche della decadenza dell'Occidente, poich "la maggior parte dei fattori economici del Medioevo sono aspetti, non cause".
Queste erano da individuarsi essenzialmente in fattori politici, nella decadenza stessa di ogni idea di Stato, concepito come era concepito in epoca imperiale romana, presso le formazioni romano-barbariche dell'Occidente: mentre ad Oriente, accanto al perpetuarsi di una tradizione civile e statuale romana nell'ambito dell'impero bizantino, si sviluppava un impero arabo che "non solo conservava quello che riceveva, ma creava da questo una nuova cultura quale il mondo non aveva conosciuto da secoli e non conobbe ancora per secoli... teologia araba, filosofia araba, scienza araba, arte araba - nessuna fu in contrasto con la cultura tardo-antica, come Pirenne sembra immaginare, ma costitu un nuovo, fertile, vigoroso e logico sviluppo di forme fissate da gran tempo"(31). Quindi decadenza ad Occidente - ed  questo per il Dennett il Medioevo europeo: quello, per intendersi, che noi chiamiamo Alto Medioevo - e splendore, antico e nuovo, ad Oriente. Ora, fatto il debito conto di quell'amore per il proprio oggetto di studio che ognuno ha - e il Dennett, quando mor improvvisamente nel marzo del 1947, era un valente giovane orientalista - l'opposizione alla tesi Pirenne assumeva il suo carattere definitivo, di "contestazione" (come si direbbe oggi) della validit stessa di quel presupposto 'europeo-occidentale' che era stato alla base del Mahomet et Charlemagne pirenniano: e non  certamente casuale che questa contestazione, questa rivendicazione dei valori "orientali" venisse da due studiosi americani o, che  lo stesso, completamente assimilati ad una mentalit storiografica. Non che il Pirenne -  appena il caso di richiamarlo all'attenzione - si fosse deliberatamente proposto di difendere un certo tipo di Europa e di Medioevo - ma  sintomatico che il Dennett, identificati Medioevo e decadenza, senta il bisogno di dire anche lui "il cosiddetto Medioevo"(32) -: ma proprio il fatto che egli si chiedesse ancora una volta, con tutte le limitazioni o implicazioni economicistiche che si vuole, che cos'era stato il Medioevo mostrava all'evidenza il valore positivo che era disposto ad attribuire al termine tradizionale. Occidente ed Oriente sono due realt, per il Pirenne, ben distinte; una cultura ed una civilt di tipo "romano" che "rimane" dopo la grande ondata germanica del V secolo: e poi, invece, dopo il nono secolo, l'Europa medievale e l'"Occidente". Non  tanto, come parrebbe suggerire Anne Riising(33), che l'abilit e l'ingegno brillante del Pirenne abbia sviato gli studiosi nella proposizione stessa del problema, come se Oriente e Occidente fossero gi due realt rigide e opposte nel V e nel VI secolo. E non , in fondo, importante ai fini dell'oggetto della spiegazione pirenniana - non per quanto concerne, certamente, i "modi" di quella spiegazione, come si  detto - che "nell'et di Carlomagno l'Occidente si distingueva come una concezione definita in contrasto con l'Oriente, ma nello stesso tempo si avvantaggiava di un contatto intimo sia con l'Oriente musulmano che con quello bizantino"(34). Per il Pirenne, il punto di partenza da spiegare era soltanto questo: perch prima una Romania e poi un Occidente e un Oriente? Un Occidente che a nord del bacino mediterraneo trova le sue realizzazioni pi tipiche, sia nell'ambito politico (impero franco e germanico) sia in quello sociale ed economico (feudalesimo)?
Possiamo dare completamente ragione a Lynn White jr.: "I critici hanno ora distrutto fin nei particolari la tesi del Pirenne... Ma queste discussioni hanno portato fuori strada: la spiegazione del Pirenne  stata fatta a pezzi, ma ci che egli aveva tentato di spiegare non  ancora stato chiarito in altro modo. L'osservazione dalla quale egli era partito era lo spostamento del centro di gravit dell'Europa, nell'epoca carolingia, dal sud al nord, dalle terre classiche del Mediterraneo alle grandi pianure alluvionali della Loira, della Senna, del Reno, del Danubio superiore e del Tamigi. Le terre dell'olivo e della vite rimasero vigorose e creative, ma chi pu mettere in dubbio che, eccetto brevi periodi, dal IX secolo ai nostri giorni il cuore della civilt europea sia stato a nord delle Alpi e della Loira? Anche se la risposta del Pirenne  stata respinta, il problema rimane"(35)
Non  questa la sede per discutere la risposta che, a sua volta, il White offre a quel problema, e cio che una serie di "rivoluzioni tecnologiche" (aratro pesante, bardatura moderna, rotazione triennale) avrebbe determinato, nell'Europa occidentale, una rivoluzione agraria, una maggiore produzione ed una eccedenza alimentare che, dal secolo X in poi avrebbe consentito un maggiore e rapido inurbamento (di nuovo il problema della citt!): si tratta di cose note ed avvertite gi prima del lavoro del White e poste nel dovuto rilievo da Marc Bloch(36).
Ma va comunque osservato che la focalizzazione del porro unum necessarium dell'opera pirenniana  possibile nel White per il fatto che egli considera un arco di tempo assai pi lungo e largo del limitato orizzonte cronologico del Dennett e della Riising. Mentre la sostanziale "negazione del Medioevo" di un Lopez offre un'alternativa globale alla spiegazione del Pirenne, con lo schema contrazione-espansione applicato al ciclo economico "mondiale" (non solo del Mediterraneo e dell'Europa occidentale), le negazioni del Dennett e della Riising riguardano essenzialmente il periodo cronologico iniziale dell'analisi pirenniana. Appunto, come significativamente scriveva il Dennett "Pirenne and Muhammad" (sottol. nostra). Ma Pirenne era partito dal "dopo Maometto": il suo problema non era orientale, ma postcarolingio e per quanto eccessivamente drastiche possano essere state - come vuole il Dennett - le sue affermazioni circa il permanere di una Romania nella Gallia merovingia e soprattutto circa l'occidentalizzazione di questa Romania, non basta dire che il Medioevo  il frutto di crisi istituzionali, sociali e politiche interne dell'Occidente (essenzialmente la Gallia merovingica). L'alienazione dell'Oriente dall'Occidente, sia pure in un processo lento (ma nemmeno Pirenne aveva poi ridotto i tempi di questo processo: cfr. infra, pp. 137-53), era in atto da tempo: e bisogner pur sempre tener presente che quando ai "rozzi barbari occidentali" (cfr. Dennett, p. 101), il contatto con la cultura orientale (bizantina e araba) era precluso perch di troppo alto livello, il punto di riferimento culturale rimase essenzialmente quello che filtrava attraverso le istituzioni che la Chiesa della vecchia Roma veniva favorendo: in un contesto teologico-istituzionale che era sempre pi lontano da quello orientale. Non basta, del resto, constatare una presenza bizantina in Italia molto tempo dopo l'invasione araba: bisogna anche considerare l'operativit di questa presenza. Certo il Pirenne non era un bizantinista, n, manifestamente, aveva nemmeno interessi specifici per quell'Alto Medioevo italiano compreso tra la fine del pontificato di Gregorio Magno e l'aprirsi della crisi iconoclastica. Ma la crisi definitiva della "presa orientale" in Italia - il resto dell'Occidente non contava molto allora per Bisanzio - si ebbe proprio in quel periodo (cfr. soprattutto Le Chiese nei regni dell'Europa occidentale e i loro rapporti con Roma sino all'800, settima settimana di studio del Centro Italiano di Studi sull'Alto Medioevo, Spoleto 1960). Il secolo settimo e gli inizi del secolo ottavo, ancora: e allora perch non parlare delle difficolt interne di Bisanzio, del suo impero, cos come se ne dovrebbe parlare per la Gallia merovingica e per la Spagna visigotica? Non sarebbe allora spontanea la constatazione che l'Occidente non si occidentalizz pi di quanto l'Oriente volesse orientalizzarsi?
E, conseguentemente, che il rapporto tra Occidente e Oriente fu di natura negativa?
Considerazioni, queste, che ci sembra debbano essere riconosciute come motivo di fondo della prospettiva suggerita da M. Lombard in Mahomet et Charlemagne. Le problme conomique(37). Il Lombard, accettando le critiche del Lopez, non riteneva, per, utile dissolvere sul piano della grande dialettica economica contrazione-espansione l'elemento altamente positivo della "tesi Pirenne" e cio l'impostazione stessa del problema Occidente-Oriente. Il torto di Pirenne, per il Lombard, era consistito soprattutto nel guardare a quel rapporto dal punto di vista occidentale, anzich occidentale e orientale: ma detto questo, bisognava salvare a tutti i costi il nesso (che il Pirenne aveva intravisto) di interazione tra avvenimenti occidentali ed orientali nel bacino mediterraneo. Certo, il Lombard non negava la validit del contrasto di "civilt" indicato dal Lopez come componente, effettuale anche sul piano economico, della differenziazione tra Ovest ed Est: ma era disposto altres a ricercare immediatamente l'operativit storica che si sarebbe determinata in questa situazione di gap. E gli parve che il campo di sperimentazione migliore fosse quello del problema della circolazione aurea.
L'oro arabo penetra in Occidente: i "mancusi" sono menzionati dalle fonti occidentali, determinano imitazioni, sono il segno di un'attivit economica che lungi dal cessare, appare stimolata dalle nuove possibilit che offre il nuovo grande mercato indo-mediterraneo politicamente saldato dalla conquista araba. Mentre, d'altro canto, Bisanzio sarebbe stata costretta dall'ostilit con gli arabi a guardare di nuovo all'Occidente e si sarebbero create nuove correnti di traffico nell'Europa nord-occidentale, che avrebbero facilitato una ripresa cittadina, gi in atto nell'Italia meridionale. Sono i famosi "quattro punti" della tesi Lombard, sostanzialmente accettati dal Bolin, pi impegnato a sottolineare l'importanza dell'influsso nell'Europa occidentale della nuova situazione creata dalla conquista araba attraverso gli scambi tra scandinavi e orientali(38).
La tesi Lombard aveva un punto debole: la grande importanza attribuita alla presenza stessa dei "mancusi" come segno di una "influenza musulmana sull'economia degli Stati europei dal secolo ottavo al decimo", tanto per riprendere il titolo di un famoso saggio dell'Himly(39).
L'Himly, appunto, e, soprattutto, il Grierson poterono negare quell'importanza, perch poche monete d'oro musulmane penetrarono in Occidente e perch, quanto ai "mancusi", essi erano in gran parte un "mito", costruito su false interpretazioni fornite dagli storici, non sufficientemente esperti in numismatica e in arabistica(40).
In termini di pi vasta, ariosa e storicamente rilevante comprensibilit, questioni di dettaglio (ritrovamento di certe monete d'oro in un luogo anzich in un altro, brandelli di cronache monastiche e "trouvailles" di questo tipo) potevano veramente alterare il quadro generale che la stessa analisi del Pirenne aveva suggerito, e cio il carattere depressivo dell'economia europea (= occidentale) per i secoli dall'ottavo all'undicesimo?
Gi Carlo M. Cipolla, nel 1949(41), aveva risposto di no, affermando che era perfettamente legittimo applicare la formula del Fisher anche all'economia altomedievale (P = MxV:Q; dove P = prezzi medi; M = massa monetaria circolante; V = velocit di circolazione; Q - quantit delle merci disponibili sul mercato). La conclusione era che essendo M in contrazione; V in diminuzione; Q tendente a valori non alti, di misura, per, maggiore rispetto a Q M e V, nell'Alto Medioevo (senza distinzione, nel Cipolla, tra periodo "merovingico" e periodo "carolingio e post carolingio", ma disteso nell'arco di tempo: secoli quinto dodicesimo) "l'economia europea fu sottoposta a una formidabile deflazione monetaria: la pi forte e la pi prolungata che si sia mai conosciuta"(42). Cipolla non aveva mostrato analiticamente la validit e la legittimit dell'applicazione della formula del Fisher all'Alto Medioevo: ma sin dal 1949 aveva richiamato l'attenzione degli studiosi affannati intorno alla "tesi Pirenne" sul fatto che questa tesi era vitale, in quanto proponeva dei problemi, non delle soluzioni. Problemi che si riducevano appunto ad uno: il senso storico del rapporto altomedievale tra Occidente ed Oriente.
Oriente e Occidente, interrelazione tra problemi economici e connotazioni culturali, senso e valore della concezione stessa del Medioevo e di quell'Europa che non vuole essere che quella occidentale, ancora oggi, di l dagli stessi schematismi suggeriti da schieramenti di blocchi politici e militari nemmeno pi, come una volta, tanto contingenti: sono tutti come si  detto all'inizio, motivi di meditazione attualissima, al livello pi specificamente storico-medievistico e, pi vastamente, etico-culturale. Con il che, lo ripetiamo, non si vuole affatto riproporre come modello anacronistico per storici e uomini di cultura vuoi le risultanze dell'analisi pirenniana, della quale poco o nulla  ormai rimasto, vuoi, pi generalmente, la sua "impressione" e "intuizione" fondamentale dell'Europa. H. Pirenne era, come ogni autentico storico, figlio del suo tempo e del suo tempo rispecchiava tendenze storiografiche, metodi e illusioni (tanto importanti, per altro, per farci progredire), postulati, assiomatici. Il suo stesso stile storiografico non era dialettico, come oggi lo  in tanti storici medievisti e non medievisti, ma tutto cose, collegate con rapporto di naturale evidenza ( stato giustamente osservato, per la Storia d'Europa, che "Pirenne non racconta, spiega" da W. Kienast, in "Historische Zeitschrift", 157, [1938], p. 528). Una naturale evidenza che pu, oggi, al lettore colto italiano, riuscire persino irritante. Non diremo, come s'usa, che questo  il pregio del grande storico: , pi semplicemente, il suo stile. Il grande storico si  rivelato tutto nella chiara individuazione di un grande problema, di un autentico problema: fosse quello delle citt medievali o quello dell'Europa medievale o della frattura tra Oriente e Occidente. Di tutti questi problemi, pur nel rapidissimo cenno che si  tentato nelle pagine precedenti, Mahomet et Charlemagne  una testimonianza veramente conclusiva, ancor pi, ci sembra di poter affermare, che la stessa Storia d'Europa, postuma, ma stesa tanti anni prima.  un classico, appunto(43).
.
Ovidio Capitani.
...
.
...
MAOMETTO E CARLOMAGNO.
...
.
...
Parte Prima. L'EUROPA OCCIDENTALE PRIMA DELL'ISLAM.
...
.
...
Capitolo Primo.
.
CONTINUAZIONE DELLA CIVILT MEDITERRANEA IN OCCIDENTE DOPO LE INVASIONI GERMANICHE.
...
1.1 La "Romania" prima dei Germani.
.
Fra tutti i caratteri di quella ammirabile costruzione umana che fu l'impero romano, ci che colpisce di pi, ed il pi essenziale,  il suo carattere mediterraneo(45). Grazie a ci, l'unit dell'impero, bench greco ad Oriente e latino ad Occidente, abbraccia tutte le province. Il mare, in tutta la estensione del termine Mare nostrum, favorisce la diffusione di idee e di religione e facilita gli scambi commerciali(46). Le province del Nord, Belgio, Britannia, Germania, Rezia, Norico, Pannonia, non sono che posti avanzati contro la barbarie. La vita si concentra intorno alle rive del grande lago. Esso  indispensabile per approvvigionare Roma col grano dell'Africa; ed  tanto pi benefico in quanto la navigazione  assolutamente sicura, grazie alla scomparsa, da secoli, della pirateria. Verso di esso converge anche, per mezzo delle strade, il movimento di tutte le province. A misura che ci si allontana dal mare, la civilt si va rarefacendo. La pi settentrionale, fra le grandi citt,  Lione. Treviri deve la sua grandezza solo alla sua qualit di capitale temporanea. Tutte le altre citt importanti, Cartagine, Alessandria, Napoli, Antiochia, sono sul mare o vicino al mare.
Questo carattere mediterraneo si afferma maggiormente a partire dal IV secolo, perch Costantinopoli, la nuova capitale, , prima di tutto, una citt marinara. Essa si oppone a Roma, citt puramente consumatrice, per il suo carattere di grande magazzino, di deposito, di fabbrica, di grande base navale. E la sua egemonia  tanto pi grande quanto l'Oriente  pi attivo; la Siria  il punto d'arrivo delle vie che mettono l'impero in rapporto con l'India e la Cina; attraverso il Mar Nero Costantinopoli entra in contatto con il Nord. L'Occidente dipende da essa per gli oggetti di lusso e i manufatti.
L'impero non conosce n Asia, n Africa, n Europa. Se ci sono diverse civilt, il fondo  lo stesso dappertutto. Medesimi usi, medesimi costumi, medesime religioni su queste coste, che conobbero un tempo civilt cos differenti come l'egiziana, la fenicia, la punica.
In Oriente si concentra la navigazione(47). I Siri, o quelli che cos sono chiamati, sono i corrieri dei mari. Per mezzo di essi i papiri, le spezie, l'avorio, i vini di lusso si diffondono sino in Britannia. Le stoffe preziose arrivano dall'Egitto allo stesso modo che le erbe per asceti(48). Vi sono dappertutto colonie siriache. Marsiglia  un porto per met greco.
Insieme con questi Siri, s'incontrano Ebrei, sparpagliati o piuttosto raggruppati in tutte le citt. Sono marinai, mediatori, banchieri, l'influenza dei quali  stata tanto essenziale nella vita economica del tempo quanto l'influenza orientale, che si rivela contemporaneamente nell'arte e nelle idee religiose. L'ascetismo  giunto dall'Oriente in Occidente attraverso il mare come, prima di esso, il culto di Mithra e il cristianesimo.
Senza Ostia, Roma  incomprensibile. E se Ravenna  diventata la residenza degli imperatori in partibus occidentis, ci  avvenuto a causa dell'attrazione di Costantinopoli.  grazie al Mediterraneo, quindi, che l'Impero forma, nel modo pi evidente, un'unit economica.  un grande territorio, sul quale ci sono pedaggi, ma non dogane e che beneficia dell'immenso vantaggio dell'unit monetaria: infatti il soldo d'oro costantiniano, pezzo da 4 gr. 55 d'oro fino, ha corso dappertutto(49).
Si sa che dal tempo di Diocleziano vi fu una generale depressione economica; ma pare certo che il IV secolo conobbe una ripresa ed una pi attiva circolazione monetaria.
Per mantenere la sicurezza di questo impero circondato da barbari, per lungo tempo bast la guardia delle legioni alle frontiere: lungo il Sahara, sull'Eufrate, sul Danubio, sul Reno. Ma alle spalle della diga l'acqua si innalza. Nel III secolo, favorite dalle lotte civili, si produssero alcune fessure, che poi divennero brecce. Da ogni parte  una irruzione di Franchi, Alamanni, Goti, che saccheggiano la Gallia, la Rezia, la Pannonia, la Tracia, discendendo fino alla Spagna. Il colpo di scopa dato dagli imperatori illirici ricaccia tutti indietro e ristabilisce le antiche frontiere; ma dalla parte dei Germani non basta pi il limes, occorre oramai una resistenza in profondit. Si fortificano le citt dell'interno, queste citt che sono i gangli vitali dell'Impero. Roma e Costantinopoli divengono due piazzeforti modello.
E non  pi il caso di chiudere le frontiere ai barbari. La popolazione diminuisce, il soldato diventa un mercenario. Si ha bisogno dei barbari per il lavoro dei campi e per le truppe. Questi non domandano di meglio che di mettersi al servizio di Roma. Cos l'impero alle frontiere si germanizza per il sangue, ma non per il resto, perch tutto quello che vi penetra si romanizza(50). I Germani che entrano nell'impero lo fanno per mettersi al suo servizio e per godere i vantaggi che esso offre, ed hanno per esso il rispetto dei barbari per l'incivilito. Non appena entrati essi adottano la sua lingua e la sua religione, cio il cristianesimo, dal IV secolo in poi; e cristianizzandosi, perdendo i loro di nazionali, frequentando le stesse chiese, si confondono a poco a poco con la popolazione dell'impero.
Presto quasi tutto l'esercito sar composto di barbari, e molti di essi, come il vandalo Stilicone, il goto Gaina o lo svevo Ricimero, vi faranno carriera(51).


1.2. Le invasioni.

Come si sa, nel corso del V secolo l'impero romano perdette la sua parte occidentale a profitto dei barbari germanici.
Non era la prima volta che era stato attaccato da loro. La minaccia era antica e precisamente per far fronte ad essa era stata fissata la frontiera militare Reno-limes-Danubio. Questa era bastata a difendere l'impero fino al III secolo; ma dopo la prima grande irruzione di barbari si era dovuto rinunziare alla bella fiducia di un tempo, adottare un atteggiamento difensivo, ricostituire l'esercito indebolendo le singole unit per renderle pi agili, ed infine formandolo quasi interamente di mercenari barbari(52). In grazia di ci l'impero fu ancora difeso per due secoli.
Perch poi cedette?
Aveva dalla sua parte le fortezze, contro le quali i barbari erano impotenti, le vie strategiche, la tradizione di un'arte militare molte volte secolare, una diplomazia consumata, che sapeva dividere e comperarsi i nemici - questo fu uno dei lati essenziali della sua resistenza - e la incapacit degli aggressori di intendersi tra di loro. Soprattutto aveva per s il mare, di cui si vedr che partito seppe trarre fino al momento in cui i Vandali si stabilirono a Cartagine.
So bene che la differenza di armamento tra l'impero e i barbari non era tutta quella che sarebbe oggi; ci nonostante la superiorit romana era straordinaria contro orde prive di organizzazione militare e d'istruzione disciplinare. I barbari senza dubbio avevano la superiorit del numero, ma non sapevano vettovagliarsi: siano esempio i Visigoti morenti di fame in Aquitania dopo aver sfruttato il paese, ed Alarico in Italia.
Ma l'impero aveva contro di s - oltre la necessit di mantenere forze armate sulle frontiere d'Africa e d'Asia mentre era costretto a difendersi in Europa - le lotte civili, i numerosi usurpatori, che non esitavano a mettersi d'accordo con i barbari, gl'intrighi di corte, che ad uno Stilicone opponevano un Rufino, la passivit delle popolazioni, incapaci di resistenza, senza spirito civico, sprezzatoci dei barbari, ma pronte a piegarsi sotto il loro giogo. Non c'era dunque, per la difesa, il sostegno della resistenza morale n in mezzo alle truppe n alle loro spalle. Fortunatamente non c'erano forze morali neanche in mezzo agli assalitori. I Germani non erano spinti da nulla contro l'impero, n da motivi religiosi, n da odio di razza e tanto meno da considerazioni politiche. Anzi invece che odiarlo, essi l'ammiravano e non volevano altro che stabilircisi e usufruirne. I loro re aspiravano alle dignit romane. Non c'era nulla che somigliasse al contrasto che presentarono pi tardi musulmani e cristiani. Il loro paganesimo non li eccitava contro gli di romani, n li eccit maggiormente in seguito contro il Dio unico. Fin dalla met del IV secolo un Goto, Ulfila, convertito all'arianesimo a Bisanzio, l'aveva portato fra i suoi compatrioti del Dnieper, i quali a loro volta lo introdussero presso altri Germani, Vandali e Burgundi(53). Eretici senza saperlo, il loro cristianesimo li riavvicinava tuttavia ai Romani.
Questi Germani orientali non erano, d'altra parte, privi di ogni iniziazione alla civilt. Discesi alle rive del Mar Nero, i Goti erano venuti a contatto con l'antica cultura greco-orientale dei Greci e Sarmati di Crimea; essi vi avevano appreso quell'arte ornamentale, quella oreficeria di colore cangiante, che dovevano poi diffondere in Europa sotto il nome di ars barbarica.
Il mare li aveva messi in rapporto con il Bosforo, dove di recente, nel 330, era stata fondata Costantinopoli, la nuova grande citt, che sostituiva la greca Bisanzio (11 maggio 330)(54). Da questa, con Ulfila, era venuto loro il cristianesimo, e bisogna certamente ammettere che Ulfila non fu il solo fra essi ad essere attirato dalla splendida capitale dell'impero. Il corso naturale delle cose li destinava a subire per mezzo del mare l'influenza di Costantinopoli come, pi tardi, la dovevano subire i Vareghi.
I barbari non si gettarono spontaneamente sull'impero. Essi vi furono spinti dall'assalto unno, che doveva cos determinare tutto il seguito delle invasioni. Per la prima volta l'Europa doveva risentire attraverso l'immensa apertura della pianura sarmata il contraccolpo degli scontri di popolazioni nell'Asia pi lontana.
La venuta degli Unni ricacci i Goti nell'impero. Sembra che la loro maniera di combattere, forse il loro aspetto, il loro nomadismo tanto terribile per i sedentari, li avessero resi invincibili(55).
Gli Ostrogoti, disfatti, furono rigettati nella Pannonia, e i Visigoti sul Danubio. Era il 376, in autunno. Bisogn lasciarli passare. Quanti erano?(56). Impossibile precisarlo. Schmidt suppone 40 000, di cui 8000 guerrieri(57). Essi passarono la frontiera con i loro duchi, come una comunit etnica, con il consenso dell'imperatore, che li riconobbe come federati con l'obbligo di fornire soldati all'esercito romano.
Qui c' un fatto nuovo di estrema importanza. Con essi un corpo estraneo entra nell'impero. Essi conservano il loro diritto nazionale. Non li si divide, li si lascia in gruppi compatti; ma  una operazione compiuta in fretta e furia. Non vengono loro assegnate terre coltivabili, e, mandati a vivere fra aspre montagne, l'anno dopo si ribellano (377). Quello che bramano  il Mediterraneo, verso il quale discendono.
Il 9 agosto 378, ad Adrianopoli l'imperatore Valente, battuto,  ucciso. Tutta la Tracia  saccheggiata, eccetto le citt che i barbari non possono prendere. Essi arrivano fin sotto Costantinopoli, che resiste loro come pi tardi resister agli Arabi. Senza di essa i Germani avrebbero potuto installarsi sulle rive del mare e toccare cos il punto vitale dell'Impero; ma Teodosio li allontana. Nel 382, li fissa nella Mesia dopo averli vinti; ma essi continuano a formarvi un popolo. Hanno sostituito durante la guerra, e senza dubbio per motivi militari, i loro duchi con un re, Alarico: niente di pi naturale che egli abbia voluto espandersi e tentare la presa di Costantinopoli che lo affascina. Non bisogna vedervi, come fa Schmidt sulla fede di Isidoro di Siviglia (!)(58), un tentativo di costituire in Oriente un regno nazionale germanico. Bench il loro numero debba essere stato considerevolmente aumentato da nuovi arrivi dall'altra parte del Danubio, il carattere germanico dei Goti si  gi molto indebolito per l'aggiunta degli schiavi e degli avventurieri, che sono venuti ad unirsi a loro.
Contro di essi l'impero non ha preso nessuna precauzione, altro che la legge di Valentiniano e Valente (370 o 375), la quale proibisce sotto pena di morte il matrimonio tra Romani e barbari. Ma con l'impedire in questo modo la loro assimilazione alla popolazione romana li ha mantenuti nello stato di corpo estraneo entro i confini dell'impero, ed ha contribuito probabilmente a gettarli in nuove avventure.
Trovandosi davanti campo libero, i Goti saccheggiano la Grecia, Atene, il Peloponneso. Stilicone per via di mare li affronta e li ricaccia in Epiro. Essi restano tuttavia nell'impero, ed Arcadio li autorizza ad installarsi, sempre come federati, in Illiria; sperando senza dubbio in questo modo di sottometterlo all'autorit dell'imperatore, egli insignisce Alarico del titolo di magister militum per Illyricum(59). Ecco almeno i Goti allontanati da Costantinopoli. Ma trovandosi vicino all'Italia, che non ancora  stata invasa, essi vi si lanciano nel 401. Stilicone li batte a Potenza ed a Verona e li ricaccia nel 402. Secondo lo Schmidt, Alarico avrebbe invaso l'Italia per realizzare i suoi "piani universali". Egli suppone dunque che con i 100 000 uomini, che gli attribuisce, Alarico avrebbe avuto l'idea di sostituire all'impero romano un impero germanico. In realt si tratta di un condottiero, che cerca il suo profitto. Egli segue tanto poco delle convinzioni che si mette al soldo di Stilicone per 4000 libbre d'oro, per muovere contro quell'Arcadio, col quale ha trattato.
L'assassinio di Stilicone arriva a buon punto per i suoi affari. Con il suo esercito ingrossato da una gran parte delle truppe di quest'ultimo, egli nel 408 riprende il cammino dell'Italia(60). Gi in Alarico il barbaro si trasforma in un intrigante militare romano. Nel 409, essendosi Onorio rifiutato di trattare con lui, egli fa proclamare imperatore il senatore Prisco Attalo(61), il quale lo innalza al grado superiore di magister utriusque militiae praesentialis. Quindi, per riavvicinarsi ad Onorio, tradisce la sua creatura; ma Onorio non vuole diventare un secondo Attalo. Allora Alarico mette a sacco Roma, della quale si impadronisce di sorpresa e che non lascia se non portando con s Galla Placidia, sorella dell'imperatore. Si rivolger allora contro Ravenna? Al contrario, egli si interna verso l'Italia meridionale, dove c' ancora da saccheggiare, contando di passare di l in Africa, il granaio di Roma e la pi prospera delle province occidentali.  sempre una marcia di gente che saccheggia per vivere. Alarico non era destinato a raggiungere l'Africa, poich mor alla fine dell'anno 410. I suoi funerali nel fiume Busento furono quelli di un eroe di epopea(62).
Suo cognato Ataulfo, che gli succede, riprende la via del Nord. Dopo qualche mese di saccheggio egli si dirige verso la Gallia, dove l'usurpatore Giovino ha conquistato, di recente, il potere. Ad ogni costo gli occorre un titolo romano. Guastatosi con Giovino, che sar ucciso nel 413(63), rifiutato da Onorio, che resta incrollabile, sposa nel 414 a Narbona la bella Placidia, che lo fa cognato dell'imperatore. Allora egli avrebbe pronunziato le famose parole riportate da Orosio(64):

Io ho dapprima desiderato con ardore di cancellare lo stesso nome dei Romani e cambiare l'impero romano in impero gotico. La Romania, come si dice volgarmente, sarebbe divenuta Gothia; Ataulfo avrebbe sostituito Cesare Augusto. Ma una lunga esperienza mi ha insegnato che la barbarie sfrenata dei Goti sarebbe stata incompatibile con le leggi. Ora, senza leggi non c' stato (respublica). Dunque ho preso la risoluzione di aspirare alla gloria di restaurare nella sua integrit il nome romano e di accrescerlo con la forza gotica. Spero di passare ai posteri come il restauratore di Roma, poich mi  impossibile di soppiantarla(65).

Era un passo verso Onorio. Ma l'imperatore, incrollabile, si rifiuta di trattare con un Germano, che, da Narbona, pu pretendere di dominare il mare. Allora Ataulfo, incapace di farsi conferire per s la dignit imperiale, rif Attalo imperatore d'Occidente per ricostruire l'impero con lui.
Il disgraziato frattanto  costretto a continuare le sue razzie, perch muore di fame. Avendo Onorio fatto bloccare la costa, egli passa in Spagna, dirigendosi forse verso l'Africa, e ivi muore assassinato da uno dei suoi nel 415, raccomandando a suo fratello Wallia di restare fedele a Roma.
Affamato anche lui in Spagna per il blocco dei porti, Wallia cerca di passare in Africa, ma  respinto da una tempesta. L'Occidente in questo momento  in uno stato disperato. Nel 406 gli Unni, sempre avanzando, avevano spinto davanti ad essi, questa volta di l dal Reno, i Vandali, gli Alani, gli Svevi ed i Burgundi, che, scompigliando Franchi e Alemanni, erano discesi attraverso la Gallia sino al Mediterraneo, e raggiungevano la Spagna. Per resistere ad essi, l'imperatore chiam Wallia. Spinto dalla necessit, egli accett. E, avendo ricevuto da Roma 600 000 misure di grano(66), si volse contro la marea di barbari, che, come i suoi Visigoti, cercavano di aprirsi una strada verso l'Africa.
Nel 418 l'imperatore autorizzava i Visigoti a stabilirsi in Aquitania seconda, riconoscendo a Wallia, come prima ad Alarico, il titolo di federato. Fissatisi fra la Loira e la Garonna, sulle rive dell'Atlantico, allontanati dal Mediterraneo che non minacciano pi, i Goti ottengono finalmente le terre che non avevano cessato di reclamare(67). Questa volta, sono trattati come un esercito romano e sono applicate a loro le regole degli alloggiamenti militari(68) a titolo permanente. Eccoli dunque fssati alla terra e sparpagliati in mezzo ai Romani. Il loro re non regna sui Romani, non  che il re del suo popolo, rex Gothorum, e nello stesso tempo  il loro generale; e non  rex Aquitaniae. I Goti sono accampati in mezzo ai Romani e riuniti fra di loro dalla identit del re. Al di sopra c' l'imperatore; ma per il popolo romano questo re non  che un generale di mercenari al servizio dell'impero. Cos l'installazione dei Goti fu considerata dalla popolazione un'altra prova della potenza romana. Nel 417, Rutilio Namaziano vanta ancora l'eternit di Roma(69).
Il riconoscimento dei Visigoti come "federati di Roma" e la loro installazione legale in Aquitania, non dovevano tuttavia condurre alla loro pacificazione. Venti anni dopo, quando Stilicone dovette richiamare le legioni dalla Gallia per difendere l'Italia ed a Genserico riusc la conquista dell'Africa, i Visigoti si gettarono su Narbona (437), sconfissero i Romani a Tolosa (439), e questa volta ottennero un trattato, che probabilmente li riconobbe indipendenti, e non pi federati(70).
Il fatto essenziale, che determin questo crollo della potenza imperiale in Gallia, fu il passaggio dei Vandali in Africa sotto Genserico. Realizzando ci che i Goti non avevano potuto fare, Genserico riusc, nel 427, per mezzo delle navi di Cartagena, a passare lo stretto di Gibilterra ed a sbarcare 50 000 uomini sulla costa africana. Questo fu per l'impero il colpo decisivo. L'anima stessa della repubblica scompare, dice Salviano. Quando Genserico nel 439 ha preso Cartagine, cio la grande base navale dell'Occidente, poi, poco dopo, la Sardegna, la Corsica e le Baleari, la situazione dell'impero in Occidente  scossa profondamente. Esso perde quel Mediterraneo, che era stato fino allora il grande strumento della sua resistenza.
L'approvvigionamento di Roma  in pericolo, come pure il vettovagliamento dell'esercito, e questo sar il punto di partenza della ribellione di Odoacre. Il mare  in potere dei barbari. Nel 441, l'imperatore manda contro di essi una spedizione, che questa volta fallisce perch tra le forze che sono di fronte la partita  uguale, poich i Vandali senza alcun dubbio combattono la flotta di Bisanzio con quella di Cartagena. E Valentiniano deve riconoscere il loro insediamento nelle parti pi ricche dell'Africa, a Cartagine, nella Bizacena e nella Numidia (442)(71).
Ma questa  solo una tregua.
Genserico  considerato un uomo di genio. Quello che spiega la grande parte da lui rappresentata  senza dubbio la posizione che ha occupato. Egli riusc dove Alarico e Wallia avevano fallito. Ha la pi prospera provincia dell'impero; vive nell'abbondanza;  ben collocato e dal grande porto che domina pu da quel momento in poi dedicarsi ad una fruttuosa pirateria. Minaccia tanto l'Oriente che l'Occidente, e si sente abbastanza temibile da sfidare l'impero, di cui non ambisce i titoli.
Ci che spiega l'inazione dell'impero davanti a lui per molti anni dopo la tregua del 442 sono gli Unni.
Nel 447, dalle pianure del Theiss, Attila saccheggia la Mesia e la Tracia sino alle Termopili, poi si rivolge contro la Gallia, passa il Reno nella primavera del 451 e devasta tutto sino alla Loira.
Ezio, appoggiato da Germani, Franchi, Burgundi e Visigoti(72), che agiscono da buoni federati, lo arresta nei dintorni di Troyes. L'arte militare romana e il valore germanico hanno collaborato. Teodorico I, re dei Visigoti, realizzando le parole di Wallia sulla gloria di restaurare l'impero, d la sua vita. La morte di Attila nel 453 manda in rovina la sua opera effimera e libera l'Occidente dal pericolo mongolo. L'impero allora si rivolge contro Genserico. Questi si rende conto del pericolo e prende l'iniziativa.
Nel 455 profitta dell'assassinio di Valentiniano e rifiuta di riconoscere Massimo. Entra a Roma il 2 giugno 455, e mette a sacco la citt(73).
Cogliendo lo stesso pretesto, Teodorico II, re dei Visigoti (453-466) rompe con l'impero, favorisce l'elezione dell'imperatore gallo Avito, si fa mandare da lui contro gli Svevi, in Spagna, e subito intraprende la marcia verso il Mediterraneo. Vinto e preso da Ricimero, Avito diventa vescovo(74), ma la campagna dei Visigoti continua ugualmente. Da parte loro i Burgundi, che, dopo essere stati vinti da Ezio, erano stati allogati come federati in Savoia nel 443(75), s'impadroniscono di Lione (457).
Maggioriano, eletto di recente imperatore, tiene testa al pericolo. Riprende Lione nel 458, poi, muovendo in grande fretta, si volge contro Genserico. Per combatterlo passa nel 460 i Pirenei per arrivare in Africa da Gibilterra, ma muore assassinato in Spagna (461).
Subito Lione ricade nelle mani dei Burgundi, che si estendono in tutta la valle del Rodano sino ai confini della Provenza.
Da parte sua, Teodorico II riprende le sue conquiste. Dopo aver fallito davanti ad Arles, la cui resistenza salva la Provenza, s'impadronisce di Narbona (462). Dopo di lui, Eurico (466-484) attacca gli Svevi di Spagna, li rigetta in Galizia e conquista la penisola. Una finta tregua e i brulotti ne ebbero ragione davanti al capo Bon. La partita, da allora in poi,  perduta.
Per resistere, bisogna ad ogni costo che l'impero riprenda la padronanza del mare. L'imperatore Leone nel 468 prepara una grande spedizione contro l'Africa. Ci avrebbe speso 9 milioni di solidi ed equipaggiato 1 100 vascelli.
A Ravenna l'imperatore Antemio  paralizzato dal comandante della milizia, Ricimero. Pu solo ritardare per mezzo di trattati (non ha nemmeno pi la flotta) l'occupazione della Provenza minacciata da Eurico, il quale  gi padrone della Spagna e della Gallia, che ha conquistata sino alla Loira (nel 469).
La caduta di Romolo Augustolo dar la Provenza ai Visigoti (476); da allora tutto il Mediterraneo occidentale sar perduto.
Insomma, ci si domanda come l'impero abbia potuto durare cos a lungo, e non si pu fare a meno di ammirare la sua ostinazione nel resistere all'avversa fortuna. Un Maggioriano, che riprende Lione ai Burgundi e marcia contro Genserico attraverso la Spagna,  ancora degno di ammirazione. Per difendersi, l'impero non ha che i federati, che non cessano di tradirlo, come i Visigoti e i Burgundi, e truppe di mercenari, la cui fedelt non sopporta la sfortuna, ed a cui i Vandali in possesso dell'Africa e delle isole impediscono di ben vettovagliarsi.
L'Oriente, minacciato esso stesso lungo il Danubio, nulla pu fare, e concentra tutti i suoi sforzi contro Genserico. Sicuramente se i barbari avessero voluto distruggere l'impero, avrebbero dovuto solamente intendersi per riuscirci(76). Ma non lo volevano.
Dopo Maggioriano (m. 461), a Ravenna vi sono imperatori sciocchi, che vivono alla merc dei comandanti barbari e delle loro truppe di Svevi: Ricimero (m. 472), il burgundo Gundobaldo, che, ritornato in Gallia per divenirvi re del suo popolo,  sostituito da Oreste, di origine unna, che depone Giulio Nepote e d il trono a suo figlio Romolo Augustolo.
Ma Oreste per aver rifiutato certe terre ai soldati(77),  ucciso, e il generale Odoacre(78)  proclamato re dalle truppe. Non ha davanti a lui che Romolo Augustolo, creatura d'Oreste, che egli confina nella villa di Lucullo al capo Miseno (476).
Zenone, imperatore d'Oriente, in mancanza di meglio, riconosce Odoacre patrizio. Di fatto, niente  cambiato. Odoacre  un funzionario imperiale.
Nel 488, per deviare gli Ostrogoti dalla Pannonia, dove sono minacciosi(79), Zenone li lancia sull'Italia per riconquistarla, impiegando Germani contro Germani, dopo aver accordato al loro re Teodorico il titolo di patrizio. Seguono nel 489 la battaglia di Verona, poi nel 490 quella sull'Adda, e infine nel 493 la cattura e l'uccisione di Odoacre a Ravenna. Teodorico, con l'autorizzazione di Zenone, prende il governo dell'Italia restando re del suo popolo che  allogato seguendo il principio della tercia.
 finita, non ci saranno pi imperatori in Occidente (salvo in un momento, nel VI secolo) fino a Carlomagno. Infatti, tutto l'Occidente  un mosaico di regni barbari: Ostrogoti in Italia, Vandali in Africa, Svevi in Galizia, Visigoti in Spagna e al sud della Loira, Burgundi nella valle del Rodano. A nord della Gallia ci che restava ancora di romano sotto Siagrio  conquistato nel 486 da Clodoveo, che schiaccia gli Alamanni nella valle del Reno e rigetta i Visigoti in Spagna. Infine in Britannia si sono stabiliti gli Anglo-Sassoni. Cos, all'inizio del VI secolo, non c' pi un pollice di terra in Occidente sotto l'autorit dell'imperatore. La catastrofe sembra enorme a prima vista, cos enorme che si data dalla caduta di Romolo come una seconda ra del mondo. Tuttavia, a guardarla pi da vicino, essa appare meno importante, perch l'imperatore non  annullato di diritto; non ha ceduto nulla della sua sovranit. La vecchia finzione dei federati continua, e i nuovi sopravvenuti riconoscono essi stessi il suo primato. Solo gli Anglo-Sassoni l'ignorano. Per gli altri, resta un eminente sovrano. Teodorico governa in suo nome. Il re burgundo Sigismondo gli scrive nel 516-18: Vester quidem est populus meus(80). Clodoveo si gloria di ricevere il titolo di console(81). Nemmeno uno osa prendere il titolo di imperatore(82). Bisogner aspettare per questo Carlomagno. Costantinopoli resta la capitale di questo insieme. I re visigoti ostrogoti e vandali la prendono come arbitra dei loro contrasti. L'impero sussiste di diritto per una certa presenza mistica; di fatto - e questo  molto pi importante - sopravvive la Romania.


1.3. I Germani nella "Romania".

In realt, quello che  stato perduto dalla Romania  poca cosa: una zona di frontiere al Nord e la Gran Bretagna, dove gli Anglo-Sassoni si sono sostituiti ai Bretoni, pi o meno romanizzati, dei quali una parte emigra in Bretagna. La parte perduta al Nord(83) pu essere valutata paragonando l'antica linea limes-Reno-Danubio con la frontiera linguistica attuale fra la lingua germanica e la lingua neo-latina. In quelle parti si  avuto uno scivolamento della Germania sull'impero. Colonia, Magonza, Treviri, Ratisbona, Vienna sono oggi citt tedesche e gli extremi homnum sono in paese fiammingo(84). Senza dubbio la popolazione romanizzata non  sparita di colpo. Se sembra essere completamente sparita a Tongres, a Tournai o ad Arras, in compenso vi sono cristiani, dunque Romani, a Colonia ed a Treviri; ma quelli che sono rimasti si sono a poco a poco germanizzati. I Romani nominati nella Legge salica attestano la presenza di questi residui etnici, e la Vita Sancti Severini permette di sorprendere, nel Norico, lo stato intermedio(85). Si sa in pi che un certo numero di Romani si sono mantenuti a lungo nelle montagne del Tirolo e della Baviera(86). L ci  stata dunque colonizzazione, sostituzione di un popolo a un altro, germanizzazione. L'installamento in massa dei Germani occidentali sulle loro frontiere contrasta stranamente con le formidabili migrazioni, che hanno condotto i Goti dal Dnieper in Italia e in Spagna, i Burgundi dall'Elba al Reno, i Vandali dal Theiss in Africa. I primi si sono limitati a passare il fiume dove Cesare li aveva fissati.  una questione di razza? Io non lo credo affatto. I Franchi, nel III secolo, erano bene avanzati sino ai Pirenei, e i Sassoni hanno invaso l'Inghilterra.
Io crederei pi volentieri che questo si spiega con la situazione geografica. Installandosi sulle frontiere dell'impero, essi non minacciavano direttamente Costantinopoli, Ravenna, l'Africa, i punti vitali dell'impero. Si  dunque potuto lasciare che si stabilissero sul suolo, fissandocisi, cosa che gli imperatori hanno sempre rifiutato ai Germani orientali prima dell'accantonamento dei Visigoti in Aquitania. D'altronde, per mantenerli alle frontiere Giuliano fece spedizioni contro i Franchi e gli Alamanni; la popolazione romana indietreggia avanti ad essi, i quali non sono installati, come le truppe mercenarie, secondo il sistema della tercia, ma colonizzano lentamente il paese occupato, vi si fissano, come un popolo che prende radici. Per questa ragione, allorch nel 406 le legioni furono ritirate, essi furono fermati da piccoli posti avanzati e da castella della frontiera romana sulla linea Bavai-Courtrai-Boulogne e Bavai-Tongres(87). Solo molto lentamente essi avanzarono verso il Sud per impossessarsi di Tournai nel 446. Non costituiscono un esercito conquistatore, ma un popolo in movimento che s'installa a misura che gli si offrono terre fertili; il che vuol dire che non si mescolano alla popolazione gallo-romana, la quale a poco a poco cede loro posto. Questo spiega come essi conservino quello che si potrebbe chiamare lo spirito germanico, i loro costumi e le loro tradizioni epiche. Essi importano la loro religione e la loro lingua, danno alle localit del paese nomi nuovi. I vocaboli germanici in ze (e)le, in inghetn ricordano nomi di famiglie dei primi coloni.
A sud del territorio che hanno interamente sommerso essi s'infiltrano lentamente, creando cos una zona di popolazione mista, la quale corrisponderebbe oggi all'incirca al territorio del Belgio vallone, della Francia settentrionale e della Lorena. In quei paesi molti nomi di localit attestano la presenza di una popolazione germanica che in seguito si romanizz(88). Tale infiltrazione ha potuto avanzare fin quasi alle rive della Senna(89).
Ma, insomma, la germanizzazione in massa si  fatta dove la lingua si  conservata. La Romania non  sparita che nelle ultime conquiste di Roma, lungo lo spalto avanzato, che proteggeva il Mediterraneo: le due Germanie, una parte del Belgio, la Rezia, il Norico e la Pannonia.
A parte questo, la Romania si  conservata intatta, e non poteva essere altrimenti. L'impero romano  restato romano come gli Stati Uniti, malgrado l'immigrazione, restano anglo-sassoni.
I nuovi venuti erano in effetti un'infima minoranza. Bisognerebbe poter dare delle cifre per permettere qualche precisione scientifica. Ma non abbiamo nessun documento che ce lo permetta. Qual'era la popolazione dell'impero?(90). Settanta milioni di abitanti? Non sembra che si possa seguire C. Jullian, che attribuisce alla Gallia una popolazione da 40 a 20 milioni di uomini(91). Ogni precisione  impossibile; la sola cosa che appare evidente  che i Germani sparivano nella massa.
Il Dahn(92) stima che i Visigoti ammessi nell'impero da Valente ammontassero ad un milione di abitanti; fondandosi sulle cifre date per la battaglia di Adrianopoli da Eutropio, L. Schmidt giudica possibile che esistessero 8000 guerrieri e in tutto 40 000 uomini.  vero che essi hanno dovuto accrescersi, in seguito, di Germani, di schiavi, di mercenari, ecc. Lo Schmidt suppone che, quando Wallia entr in Spagna (416), i Visigoti erano 100 000.(93)
Il Gautier(94) valuta le trib riunite di Vandali e di Alani, uomini, donne, vecchi, bambini, schiavi, quando passarono lo stretto di Gibilterra, al numero di 80 000. La cifra  data da Victor de Vita: Transiens quantitas universa(95). Il Gautier(96) la crede esatta, perch  stato facile valutare la capacit della flotta(97). Egli(98) ammette d'altra parte, abbastanza verosimilmente, che l'Africa romana ha potuto contare una popolazione uguale a quella di oggi; avrebbe dunque avuto da 7 a 8 milioni di abitanti, cio la popolazione romana sarebbe stata cento volte pi numerosa delle bande di invasori vandali.
 difficile ammettere che i Visigoti siano stati molto pi numerosi nel loro regno, che si estendeva dalla Loira a Gibilterra, ci che pu dunque rendere verosimile la cifra di 100 000 data dallo Schmidt.
Non sembra affatto che i Burgundi(99) siano ammontati a pi di 25 000 uomini, di cui 5000 guerrieri.
Nel V secolo, secondo il Doren(100), si pu stimare la popolazione totale dell'Italia a 5 o 6 milioni; ma in realt non si sa nulla di certo. Quanto al numero degli Ostrogoti, lo Schmidt(101) lo valuta a 100 000 uomini, di cui 20 000 guerrieri(102).
Tutto ci  supposizione. Saremmo per senza dubbio al disopra della verit se, per le province occidentali al di fuori del limes, stimassimo il contributo germanico al 5% della popolazione.
A dire il vero, una minoranza pu trasformare un popolo quando vuole dominarlo effettivamente, quando ha disprezzo per esso, e lo considera materia da sfruttare; questo fu il caso dei Normanni in Inghilterra, dei musulmani in qualunque luogo apparvero, ed anche dei Romani nelle province conquistate. Ma i Germani non volevano n distruggere, n sfruttare l'impero. Invece di disprezzarlo, l'ammiravano. Non avevano niente da opporgli come forze morali. Il loro periodo eroico cessava con il loro installamento. I grandi ricordi poetici che dovevano restare di esso(103), come i Nibelunghi, si sono sviluppati pi tardi e in Germania. Avvenne cos che gl'invasori trionfanti fecero dappertutto ai provinciali una situazione giuridica uguale alla loro. In ogni campo essi avevano da apprendere qualcosa dall'impero: come avrebbero resistito alla sua influenza? E avessero almeno formato gruppi compatti! Ma, eccetto i Vandali, erano dispersi dall'"ospitalit" in mezzo ai Romani. La spartizione dei domni li obblig a piegarsi alle usanze dell'agricoltura romana.
E i matrimoni o i rapporti con le donne?  vero che si ebbe mancanza di connubium sino al VI secolo, sotto Recaredo; ma questo ostacolo giuridico non era un ostacolo sociale. Il numero di unioni fra Germani e donne romane dovette essere costante e il bambino parla, si sa, la lingua di sua madre(104). Evidentemente questi Germani hanno dovuto romanizzarsi con una rapidit stupefacente. Si ammette che i Visigoti conservarono la loro lingua, ma lo si ammette perch lo si vuole ammettere(105). Non si pu citare nulla che lo confermi. Per gli Ostrogoti, si sa da Procopio che vi era ancora chi parlava gotico nell'esercito di Totila, ma dovevano essere alcuni rari individui del Nord.
Perch la lingua fosse conservata sarebbe stata necessaria una cultura paragonabile a quella che si trovava tra gli Anglo-Sassoni. Ma essa mancava del tutto. Ulfila non ebbe successori. Noi non abbiamo un testo n un documento in lingua germanica. La liturgia nella chiesa antica si faceva in lingua germanica e tuttavia non ha lasciato nulla. Solamente i Franchi, forse, hanno redatto la Legge salica nell'epoca premerovingia, in lingua volgare, e le glosse malbergiche ne sarebbero le vestigia. Ma Eurico, il pi antico legislatore germanico di cui sia pervenuto fino a noi qualche testo, scrive in latino, e tutti gli altri re germani fecero altrettanto.
Quanto a un'arte ornamentale originale, non se ne trova pi traccia presso i Visigoti dopo che passarono al cattolicesimo, nel 589, ed anzi lo Zeiss(106) ammette che  esistita solo nel popolo.
Senza dubbio l'arianesimo ha potuto, durante un certo tempo, impedire un contatto troppo intimo tra Romani e Germani. Non bisogna tuttavia esagerarne l'importanza. I soli re che abbiano veramente favorito l'arianesimo sono quelli vandali, per motivi militari. Si suppone che Gundobaldo sia stato cattolico e Sigismondo lo fu dal 516. Tuttavia vi erano ancora ariani nel 524: sar la conquista franca in seguito, a segnare il trionfo del cattolicesimo ortodosso. Anche presso i Burgundi l'arianesimo rimase poco saldo(107) e dappertutto scomparve in breve tempo. I Vandali l'abbandonarono con la conquista di Giustiniano nel 533; presso i Visigoti fu abolito da Recaredo (586-601)(108). Questo arianesimo d'altronde era a fior di pelle, perch quando fu soppresso non avvenne nessun perturbamento. Secondo il Dahn(109) la lingua gotica sarebbe scomparsa con il passaggio di Recaredo al cattolicesimo, o almeno non avrebbe pi vegetato in seguito che nel basso popolo.
Non si vede dunque come l'elemento germanico si sarebbe potuto mantenere. Ci sarebbe stato bisogno per lo meno di un costante rinnovamento di forze fresche venute dalla Germania; cosa che non si verific in nessun modo. I Vandali non ebbero nessun nuovo afflusso di popolazione; e cos ugualmente i Visigoti, tagliati fuori da ogni rapporto con la Germania. Forse gli Ostrogoti restarono per qualche poco legati agli altri Germani attraverso le Alpi? Per quanto riguarda i Franchi di Gallia, terminata la conquista, l'afflusso barbarico si arrest: basta leggere su questo punto Gregorio di Tours per convincersene. C' del resto un argomento irrefutabile: se la lingua si fosse conservata, avrebbe lasciato tracce nelle lingue neo-latine. Ora, eccetto un certo numero di parole prese in prestito, tale fenomeno non si constata affatto. N la fonetica n la sintassi indicano la minima influenza germanica(110). Lo stesso si pu dire del tipo fisico. Dove trovare il tipo vandalo in Africa(111), l'ostrogoto in Italia? Vi sono dei biondi in Africa, ma il Gautier(112) ha fatto osservare che ve ne erano gi prima della venuta dei barbari. Pertanto, si dir, c' il diritto, che  personale, romano per i Romani, germanico per i Germani, ed  vero. Ma questo diritto germanico  gi tutto compenetrato di romanesimo nella legislazione di Eurico. E dopo di lui l'influenza romana non cessa di accentuarsi.
Presso gli Ostrogoti non c' un codice speciale per gli Ostrogoti, che sono sottomessi al diritto territoriale romano; ma come soldati dipendono dai tribunali militari, che sono esclusivamente gotici(113).  questo il fatto essenziale. I Germani sono soldati e ariani, e forse per mantenerli soldati i re hanno protetto l'arianesimo.
Presso i Burgundi e i Vandali l'influenza del diritto romano sul diritto germanico  cos manifesta come presso i Visigoti(114). D'altronde come si pu ammettere la sopravvivenza del puro diritto germanico l dove la famiglia consanguinea, la sippe, cellula essenziale dell'ordine giuridico,  scomparsa?
Infatti, ha dovuto essere della personalit delle leggi come del connubium. Non si  conservato qualcosa del diritto germanico che nei paesi colonizzati dagli Anglo-Sassoni, dai Franchi Salii e Ripuari, dagli Alamanni e Bavari(115).
Credere che la Legge salica sia stata il diritto della Gallia dopo Clodoveo  certamente un errore. Al di fuori del Belgio, non vi erano quasi affatto Salii, eccetto i grandi intorno al re. Non si vede una sola allusione a questa legge e alla sua procedura in Gregorio di Tours. Bisogna dunque restringere la sua sfera di applicazione all'estremo Nord.
In effetti non si trovano punto rachimburgii al sud della Senna. Ci si vedono sciateti o grafiones? La glossa malbergica prova d'altronde che abbiamo da fare con un codice stabilito per una procedura che  fatta in germanico. Quanti conti, quasi tutti romani, avrebbero potuto comprenderla? Tutto ci che ci insegna sugli usi agrari, sulla disposizione delle case, vale per il Nord, colonizzato dai Germani. Bisogna essere accecati dal pregiudizio per supporre che una legge cos rudimentale come la Legge salica si sia potuta applicare al Sud della Loira. Si dir che i Germani portavano con loro la moralit di un popolo giovane, cio di un popolo, presso il quale i legami personali di fedelt prevalevano su quelli di soggezione allo Stato?  un luogo comune e nello stesso tempo un tema romantico e un dogma presso certe scuole germaniche. E si ha buon gioco nel citare Salviano e il suo parallelo fra la decadenza morale dei Romani e le virt dei barbari: queste virt non hanno resistito allo stanziamento dei Germani in mezzo a popolazioni romanizzate. Mundus senescit, si legge, al principio del VII secolo, nella cronaca dello pseudo-Fredegario(116), e basta scorrere Gregorio di Tours per trovarvi ad ogni passo le tracce della pi grossolana decadenza morale: ubriachezza, stravizi, cupidigia, adultri, omicidii, crudelt abominevoli, e una perfidia, che regna dall'alto al basso dell'ordine sociale. La corte dei re germanici attesta tanti delitti quanto quella di Ravenna. Lo Hartmann(117) fa osservare che la "fede germanica"  un luogo comune senza fondamento. Teodorico fa assassinare Odoacre dopo avergli giurato salva la vita; Gontrano domanda al popolo di non ucciderlo. Tutti i re visigoti, eccetto rare eccezioni, muoiono di ferro. Presso i Burgundi, nel 500, Godisigelo trad suo fratello Gundobaldo in favore di Clodoveo(118); Clodomiro, figlio di Clodoveo, fece gettare in un pozzo il suo prigioniero Sigismondo, re dei Burgundi(119). Il re visigoto Teodorico I trad i Romani. E si veda come Genserico si condusse rispetto alla figlia del re dei Visigoti, sua nuora.
La corte dei Merovingi  un lupanare. Fredegonda  una megera spaventevole. Teodato fa assassinare sua moglie.  tutta una serie di reciproci tradimenti; dappertutto regna una mancanza di moralit quasi incredibile. La storia di Gundobaldo per questo riguardo  caratteristica. L'ubriachezza sembra essere il modo di vivere comune a tutti. Donne fanno assassinare i loro mariti dagli amanti; tutti si vendono per denaro; e tutto questo senza distinzione di razza, tra Romani come tra Germani. Perfino il clero - e non sono esenti le monache(120) -  corrotto, sebbene pur sempre in mezzo ad esso la moralit si sia rifugiata. Per in mezzo al popolo la religiosit non si eleva al disopra di una grossolana taumaturgia. Si pu dire che siano spariti in parte i vizi cittadini, i mimi, le cortigiane, ma neanche dappertutto, perch si trovano tra i Visigoti, e soprattutto in Africa tra i Vandali, che pure erano i pi germanici fra i barbari del Sud. Essi divennero effeminati, amanti dei bagni e delle ville lussuose. Le poesie composte al tempo di Unerico e Trasamondo sono smaltate di tratti priapei.
Si pu concludere che dal tempo del loro stanziamento nell'impero tutti i lati eroici ed originali del carattere barbarico siano scomparsi per far posto ad un assorbimento romano. Il suolo della Romania ha succhiato la civilt barbarica. E come poteva essere altrimenti, quando l'esempio veniva dall'alto? Al principio senza dubbio i re si sono romanizzati assai imperfettamente: Eurico e Genserico parlano male il latino. Ma che dire del pi grande di tutti, Teodorico? Di l dalle Alpi lo hanno germanizzato con l'appellativo di Dietrich von Bern, ma invece il carattere che domina in lui  oramai il bizantino. Egli  stato dato a sette anni come ostaggio da suo padre all'imperatore(121) ed  stato educato a Costantinopoli sino all'et di diciotto anni. Zenone lo fa magister militum e patrizio e nel 474 arriva fino ad adottarlo. Sposa una principessa imperiale(122); nel 484,  fatto console dall'Imperatore, poi, dopo una campagna in Asia Minore, gli si erige una statua a Costantinopoli. Sua sorella  dama d'onore dell'imperatrice.
Nel 536, Evermudo, suo figliastro, si d d'un tratto a Belisario, preferendo andare a vivere da patrizio a Costantinopoli piuttosto che difendere la causa dei suoi compatrioti barbari(123). Sua figlia Amalasunta  completamente romana(124). Teodato, suo genero, si vanta di essere platonico(125).
Ed anche presso i Burgundi, che bel tipo di re nazionale  Gundobaldo (480-516), che nel 472, dopo la morte di Ricimero, gli  succeduto come patrizio di Olibrio, e alla morte di questo fa nominare Glicerio(126) poi, nel 480, succede lui stesso a suo fratello Chilperico come re dei Burgundi! Secondo lo Schmidt(127) egli  molto colto, eloquente, istruito, s'interessa alle questioni teologiche ed  in costanti rapporti con sant'Avito.
Avviene lo stesso per i re vandali.
Presso i Visigoti si nota la medesima evoluzione. Sidonio vanta la cultura di Teodorico II. Egli cita fra i suoi cortigiani il ministro Leone, che era stato storico, giurista e poeta, e Lampridio, professore di retorica e poeta(128). Teodorico II nel 455 fa imperatore Avito. Questi re sono completamente distaccati dai vecchi ricordi dei loro popoli, che Carlomagno riunir poi insieme.
E presso i Franchi c' il re poeta Chilperico!(129).
Quanto pi si avanza, tanto pi si accentua la romanizzazione. Il Gautier(130) nota che dopo Genserico i re vandali rientrano nell'orbita dell'impero. Presso i Visigoti i progressi della romanizzazione sono incessanti. L'arianesimo  scomparso dappertutto alla fine del VI secolo.
Ancora una volta il germanesimo non si mantiene che al Nord parallelamente al paganesimo, che non si spegner che nel VII secolo. Quando gli eserciti dell'Austrasia vengono in Italia in soccorso degli Ostrogoti fanno orrore a questi ultimi(131), che verosimilmente preferiscono appartenere a Bisanzio piuttosto che ai Franchi.
Insomma la Romania, leggermente ridotta verso il Nord, sussiste nel suo insieme(132) Evidentemente  fortemente colpita. In ogni campo, arti, lettere, scienze, il regresso  manifesto. Pereunte... liberalium cultura litterarum, dice molto bene Gregorio di Tours(133) La Romania vive per la sua forza d'inerzia; ma niente l'ha sostituita. Nessuno protesta contro di essa. N da parte dei laici, n da parte della chiesa non c' nessuno, il quale pensi che ci possa essere un'altra forma di civilt. In mezzo alla decadenza non c' che una sola forza morale che resista: la chiesa, e merc la chiesa l'impero sussiste ancora. Gregorio Magno scrive all'imperatore che lui regna su uomini, i barbari su schiavi(134). La chiesa, per quanto possa venire in contrasto con gl'imperatori di Bisanzio, resta loro fedele. I Padri non le hanno forse insegnato che l'impero romano fu voluto da Dio e che  indispensabile al cristianesimo? Non ha essa modellato su quello la sua organizzazione? Non ne parla la lingua, non ne conserva il diritto e la cultura? E i suoi dignitari non escono tutti dalle antiche famiglie senatoriali?


1. 4. Gli Stati germanici in Occidente.

 troppo evidente per insisterci che le istituzioni tribali dei Germani non hanno potuto conservarsi nei nuovi regni fondati sul suolo dell'impero(135), in mezzo ad una popolazione romana. Esse non potevano mantenersi che in piccoli regni, come quelli degli Anglo-Sassoni, popolati di Germani.
Senza dubbio i re germanici installati nell'impero sono stati re nazionali per i loro popoli, reges gentium, come dice Gregorio Magno(136). Essi si chiamano reges Gothorum, Vandalorum, Burgondiorum, Francorum; ma per i Romani sono generali romani, ai quali l'imperatore ha abbandonato il governo della popolazione civile. Sotto questa etichetta romana appaiono loro(137), sono gloriosi di ostentarla davanti ad essi: basta ricordare la cavalcata di Clodoveo quando fu fatto console onorario.
Questo stato di cose appare nel modo pi chiaro sotto Teodorico. Egli , di fatto, un vicer romano. Pubblica editti e non leggi. I Goti formano l'esercito(138). Tutte le magistrature civili sono romane e tutta l'amministrazione romana  conservata tanto quanto  possibile. Continua ad esistere il Senato, ma tutto il potere  concentrato nel re e nella sua corte, cio nel sacro palazzo. Anche Teodorico prende il semplice titolo di rex, come se volesse far scomparire la sua origine barbara. Risiede a Ravenna come gl'imperatori. La divisione delle province con i loro duces, rectores, praesides, la costituzione municipale con i curiales e defensores, l'organizzazione delle imposte, tutto  conservato. Egli conia monete, ma a nome dell'imperatore. Adotta il nome di Flavius(139), segno che prende la nazionalit romana. Alcune iscrizioni lo chiamano semper Augustus, propagator Romani nominis. L'organizzazione della guardia del re  bizantina, cos come tutto il cerimoniale della corte. L'organizzazione giudiziaria  tutta romana, anche per i Goti; l'editto di Teodorico  completamente romano. Nessuno speciale diritto per i Goti, tanto  vero che Teodorico combatte le guerre private e la barbarie germanica. Il re non ha protetto il diritto nazionale del suo popolo(140). I Goti formano le guarnigioni delle citt, vivendo dei loro redditi sulla terra(141), ricevendo una paga. Non possono avere impieghi civili, non  loro possibile la minima azione sul governo, eccetto per quelli che fanno parte, con i Romani, del seguito del re. In questo regno, dove comanda il loro re, essi sono in realt stranieri, ma stranieri ben dotati di rendita: una casta militare che vive lautamente del suo impiego. Questo e non un sedicente carattere nazionale li lega gli uni agli altri e spiegher l'energia della loro resistenza sotto Giustiniano. Schmidt(142) riconosce che, dal loro stanziamento in Italia, la concezione gotica della regalit  perduta(143). Teodorico non  pi che un funzionario di Zenone. Appena arrivato in Italia la chiesa e la popolazione lo riconoscono rappresentante della legalit. Il potere personale del re si esercita per mezzo dei sajones, il cui nome gotico non impedisce che siano una imitazione degli agentes in rebus romani(144). Insomma, i Goti sono la base militare del potere regio, che, a parte questo,  romano.
Senza dubbio presso gli altri barbari non si trova un'impronta romana cos profonda. Presso i Vandali, a dispetto della rottura avvenuta con l'impero, ogni carattere germanico  assente dalla organizzazione dello Stato; per in questo caso, malgrado la finzione dei trattati, c' effettivamente una completa rottura con l'impero, e sarebbe una burla vedere in Genserico un funzionario. Egli forma un contrasto con Teodorico. Invece di accarezzare e lusingare, come fa quello, la popolazione romana, questi la tratta con rigore e la perseguita per la sua fede. Qui niente tercia. I Vandali sono stabiliti in massa nella Zeugitania (Tunisia settentrionale), dove spossessano o espropriano i proprietari romani. Essi vivono di rendita sul lavoro dei loro coloni e sono esenti da imposte. La loro organizzazione in Tausendschaften(145), che Procopio chiama chiliarchi,  tutta militare.
Ma ogni traccia di diritto o addirittura di istituzioni germaniche sparisce quando nel 442 Genserico, dopo avere vinto una insurrezione della nobilt, che cercava di mantenere a proprio profitto alcuni resti dell'organizzazione tribale, stabilisce la monarchia assoluta(146). Il suo governo  romano: egli batte moneta con l'effigie di Onorio; le iscrizioni sono romane; il re si stabilisce a Cartagine come Teodorico a Ravenna, e vive in un palatium. Egli non interferisce n nella vita economica n negli ordinari bisogni della vita quotidiana. Sembra anzi che i re vandali abbiano continuato a versare a Roma ed a Costantinopoli le prestazioni di olio(147). Quando Genserico stabil l'ordine di successione al trono, lo fece mediante un codicillo redatto secondo le prescrizioni della legislazione romana(148).
I Berberi romanizzati continuarono a vivere sotto i Vandali la stessa vita che nell'epoca anteriore(149). La cancelleria  romana(150); alla sua testa c' un referendarius, Petrus, di cui si conservano alcuni versi. Sotto Genserico furono costruite le terme di Tunisi; la letteratura sopravvive(151); Vittorio Tonnennensis crede ancora all'immortalit dell'impero(152). I re marciano secondo la linea tracciata da Roma come la Restaurazione marci secondo la linea tracciata da Bonaparte. Per esempio, nel 484 l'editto di Genserico contro i cattolici  copiato su quello di Onorio del 412 contro i Donatisti(153); ed in questo medesimo editto si pu notare che le classi della popolazione sono rimaste esattamente le medesime. In breve, presso i Vandali ci sono tracce di germanesimo anche minori che presso gli Ostrogoti.  vero per altro che nel momento in cui quelli vi si stabilirono, l'Africa era la provincia pi vivace di Occidente, e che quindi si  immediatamente imposta ad essi.
La Spagna e la Gallia avevano ben altrimenti sofferto per le invasioni, e non erano romanizzate nello stesso grado dell'Italia e dell'Africa; eppure il carattere germanico degli invasori anche l cede davanti ai costumi ed alle istituzioni romane. Presso i Visigoti, prima della conquista di Clodoveo, i re vivono alla maniera romana nella loro capitale di Tolosa; lo stesso sar pi tardi a Toledo. I Visigoti stabiliti sulla base della hospitalitas non sono considerati giuridicamente superiori ai Romani. Il re chiama tutto il complesso dei suoi sudditi populus noster; ma ciascuno conserva il proprio diritto e non c' connubium tra Romani e Germanici. Forse la differenza di culto, essendo i Visigoti ariani, fu una delle ragioni di questa assenza di unione legale tra gli antichi cittadini romani e gli invasori. L'interdizione del connubium scomparir sotto Leovigildo (m. 586) e l'arianesimo sotto Recaredo. La comunit di diritto fra Romani e Goti si stabilisce sotto Recesvinto.
Le sortes dei Goti sono libere da imposte. Le province sono conservate con i loro redores, o judices provinciarum, consulares, praesides; esse sono divise in civitates. Nulla di germanico, secondo lo Schmidt, neppure nell'organizzazione agricola.
La monarchia  assoluta: dominus noster gloriosissimus rex;  ereditaria, e il popolo non partecipa al potere. Le tracce di assemblea dell'esercito, che lo Schmidt segnala, siccome non ci possono portare alla scoperta di vere assemblee nazionali, sono fatti occasionali, come se ne trovano tanti, d'altronde, sotto il basso impero.
Il re nomina tutti i suoi agenti. Vi sono alla sua corte grandi personaggi germanici e romani; questi pi numerosi di quelli. Il primo ministro di Eurico e di Alarico II, Leone di Narbona, unisce le funzioni di quaestor sacri palatii e di magister officiorum della corte imperiale. Il re non ha truste guerriera, ma secondo il costume romano, domestici. I duchi delle province, i comites delle citt sono in massima parte Romani.
Nelle citt la curia sussiste con un defensor ratificato dal re. I Visigoti si dividono in Tausendschaften, Tnfhundertschaften, Hundertschaften, Zehnschaften, con capi militari, sulle cui attribuzioni si  molto male informati. Per tutto il tempo che  durato il regno di Tolosa non sembra che i Romani siano stati sottoposti al servizio militare. La situazione  dunque la stessa che presso gli Ostrogoti. Sembra che per un certo tempo i Visigoti abbiano avuto nel millenarius un magistrato a parte, come gli Ostrogoti; ma gi sotto Eurico sono sottoposti alla giurisdizione del comes, che giudica alla romana con gli assessores, giurisperiti. Nemmeno la pi piccola traccia di germanesimo nell'organizzazione del tribunale(154).
Il codice di Eurico, promulgato nel 475 per regolare i rapporti dei Goti con i Romani,  redatto da giuristi romani; questo documento  completamente romanizzato. Quanto al Breviario di Alarico (507), fatto per i Romani,  diritto romano presso a poco puro. Continua il sistema dell'imposta romana e il sistema monetario anch'esso  romano.
I funzionari del re sono stipendiati. Quanto alla chiesa,  sottomessa al re, che ratifica l'elezione dei vescovi. Non vi  una vera persecuzione contro i cattolici, salvo che in casi eccezionali. A misura che si avanza nel tempo, la romanizzazione aumenta. Leovigildo (568-86) sopprime i resti della giurisdizione speciale che esisteva per i Goti, autorizza il matrimonio tra le due razze, introduce la parentela romana per i Visigoti.
Il re aveva al principio le insegne germaniche, ma pi tardi le cambi con quelle romane(155). La sua autorit  un potere pubblico e non una semplice tirannia personale. L'antico carattere militare dei barbari si cancella anch'esso. I Visigoti sono talmente diminuiti che nel 681 Ervige obbliga i proprietari a mandare sotto le armi il decimo dei loro schiavi armati.
Sotto Recaredo (586-608) l'amalgama nel campo delle leggi  completo. Il Liber judicorum promulgato da Recesvinto nel 634 lo attesta. Lo spirito di esso  romano ed ecclesiastico, poich dopo la conversione di Recaredo la chiesa rappresenta una parte enorme. I diciotto concili, che si riuniscono dal 589 al 701, sono convocati dal re, il quale d'altronde vi convoca i laici della corte a fianco dei vescovi. Infatti si consultano i concili non solo in materia ecclesiastica, ma anche in materia civile(156).
Questa chiesa, di cui il re continua a nominare i dignitari,  molto realista, anche di fronte ai re ariani.
Quando Atanagildo si rivolt contro Leovigildo, essa rest fedele a quest'ultimo, proclam la elettivit del re da parte della chiesa e dei maggiorenti (633) e introdusse l'unzione sacra(157). Questo d'altronde non cambia in nulla l'assolutismo reale che la chiesa sostiene: Nefas est in dubium deducere ejus potestatem cui omnium gubernatio superno constat delegata judicio(158).
Chindasvinto, eletto nel maggio 642, fa mandare a morte o ridurre in schiavit 700 aristocratici che pretendono di opporsi alla sua onnipotenza 115. Il re si  appoggiato sulla chiesa per tener testa all'aristocrazia(159). Ma questa chiesa, di cui egli nomina i vescovi, gli  ormai asservita. Non c' teocrazia: la regalit evolve verso il sistema bizantino. Il re legifera come gli imperatori in materia religiosa. La elezione del re, che il Lot(160) sembra prendere sul serio,  considerata dallo Ziegler una fantasmagoria. In realt si trova in quelle corti, come a Bisanzio, una mescolanza di ereditariet, di intrighi, di violenze. Leovigildo sposa una principessa bizantina, cosa che non gli impedisce di respingere i Bizantini. E questi re visigoti hanno i loro spatharii come gli imperatori(161).
I re burgundi, il cui regno effimero fu annesso dai re franchi nel 534(162), sono nei migliori rapporti con l'impero, dopo essere riusciti a impadronirsi di Lione. I Burgundi sono stabiliti, come gli Ostrogoti e i Visigoti, secondo l'hospitalitas(163). Al momento del loro stanziamento, Sidonio li descrive barbari ingenui e brutali. Ma i loro re si romanizzarono poi del tutto. Gundobaldo fu magister militum praesentialis; alla loro corte abbondavano poeti e retori. Il re Sigismondo si vantava di essere un soldato dell'impero e diceva che il suo paese era una parte dell'impero(164). Questi re avevano un quaestor palatii e domestici. Sigismondo era uno strumento di Bisanzio e ricevette dall'imperatore Anastasio il titolo di patrizio.
I Burgundi furono i soldati dell'imperatore contro i Visigoti: per tal modo essi si consideravano parte dell'impero; datavano secondo gli anni consolari, cio degli imperatori, e il re era magister militum nel nome dell'imperatore.
Per di pi il potere reale era assoluto ed unico. Esso non si divideva, e quando il re aveva parecchi figli, faceva tanti vicer(165). La corte soprattutto era composta di Romani. Non c' alcuna traccia di orde guerriere; alla testa dei pagi o delle civitates si trova un comes; al suo lato, per rendere giustizia, un judex deputatus, ugualmente nominato dal re, e che giudica secondo gli usi romani. La sippe primitiva era scomparsa: non ne rimaneva che un ricordo nel nome di Faramanni (liberi). L'organizzazione municipale romana sussisteva a Vienne ed a Lione, e cos ugualmente l'organizzazione delle imposte e quella della moneta rimasero interamente romane.
Il re burgundo come quello visigoto pagava gli stipendi ai suoi agenti. In un reame cos profondamente romanizzato Burgundi e Romani avevano la stessa condizione giuridica, una conditione teneantur(166). Sembra che, a differenza degli altri stati germanici, detti federati, i Romani prestassero servizio nell'esercito e avessero il connubium con i Burgundi.
Cos dunque Ostrogoti, Visigoti, Vandali e Burgundi governano alla maniera romana. Di "princpi germanici" non c' traccia, o quasi. Non c' che l'antico regime, che sopravvive con nuovi re, sebbene certamente con molte perdite. C' una sola novit: l'esercito non costa nulla grazie alla divisione delle terre. Cos lo stato  alleggerito di questa terribile spesa della guerra, che schiacciava le popolazioni.
Anche l'amministrazione, essendo divenuta rudimentale, costa di meno. Il resto se lo addossa la chiesa. Ma ancora una volta tutto quello che vive e funziona  romano. Delle istituzioni germaniche, delle assemblee di uomini liberi non sussiste niente. Tutt'al pi si trovano qua e l nel diritto alcune infiltrazioni germaniche, quale il Wehrgeld; ma  un piccolo ruscello che si perde nel fiume della romanizzazione giuridica: procedura civile, contratti, testamento, ecc. L'Occidente ricorda quei palazzi italiani diventati case d'affitto, e che, per quanto degradati, conservano la loro antica architettura. Decadenza certo, ma decadenza romana, nella quale non traspare nessun germe di civilt nuova. La sola caratteristica dei Germani, l'arianesimo,  anch'essa una vecchia eresia senza nulla di originale e che non ha esercitato una vera influenza se non presso i Vandali nei primi tempi.
Si crede che sia avvenuto diversamente presso i Franchi(167), ai quali si attribuisce fin dal principio delle invasioni una importanza straordinaria, poich effettivamente essi hanno rifatto l'Europa all'epoca carolingia. Ma fu lo stesso gi dal VI secolo? Io credo che non si possa rispondere cos recisamente. Senza dubbio lo Stato franco  il solo che nelle sue regioni del Nord abbia conservato una popolazione puramente germanica; per questa durante il periodo merovingio non esercita nessuna funzione sociale. Appena cominciata la conquista i re prendono stanza al Sud, in paese romano, a Parigi, a Soissons, a Metz, a Reims, ad Orlans e nelle loro vicinanze(168); e se essi non discendono pi a Sud, lo fanno senza dubbio per poter meglio resistere alla Germania, di fronte alla quale hanno preso la stessa posizione difensiva degli imperatori romani(169).
Nel 531 Thierry con l'aiuto dei Sassoni distrusse i Turingi(170); nel 555 Clotario fece una spedizione in Sassonia e in Turingia e sottomise la Baviera(171); nel 556(172) e nel 605(173) nuove guerre furono intraprese contro i Sassoni. Nel 630-631 ha luogo la spedizione di Dagoberto contro Samo(174); nel 640 la Turingia si solleva e ritorna indipendente(175); nel 689 Pipino combatte i Frisoni(176).
Da questi paesi germanici durante il periodo merovingio non  venuta nessuna influenza. Lo stato franco fino alla sua sottomissione ai Carolingi  essenzialmente neustriano e romano, dal bacino della Senna fino ai Pirenei ed al mare. I Franchi che vi si sono stabiliti sono del resto poco numerosi. Noi non abbiamo informazioni sulle istituzioni merovinge che dopo l'epoca della conquista delle terre visigote e burgunde.  certo che lo stato di cose trovato in esse, cos come nel territorio che governava Siagrio, avr esercitato una certa influenza sulle istituzioni franche(177). Una grande differenza tuttavia separa i Franchi dai Visigoti e dai Burgundi: quelli non hanno conosciuto l'hospitalitas, n per conseguenza il divieto del connubium con i Romani. Inoltre i Franchi sono cattolici e la loro fusione con la popolazione galloromana avviene quindi con la pi grande facilit.
Eppure  vero che la loro romanizzazione fu meno effettiva, perch i loro re vissero a Parigi in un ambiente meno romanizzato di quello esistente nelle citt di Ravenna, Tolosa, Lione o Cartagine. Inoltre la Gallia settentrionale usciva da un periodo di guerre e di invasioni successive, che vi avevano accumulato le loro devastazioni.
Tuttavia delle antiche istituzioni romane essi conservarono tutto ci che potettero, e non fu certo la buona volont che fece loro difetto. Il loro stato fu pi barbaro, ma non germanico(178). Anche qui l'organizzazione delle imposte(179) e della moneta  conservata; anche qui ci sono conti in ciascuna citt, essendo le province sparite. Il grafio, il thunginus, i rachimburgii non esistono che nel Nord(180); il lendesamio, che secondo il Waitz  germanico, secondo il Brunner  di origine romana(181); la commendatio  anch'essa di origine romana(182).
Quasi tutti gli agenti del re, se non proprio tutti, sono scelti tra i Gallo-Romani. Anche il miglior generale dell'epoca, Mummolo, sembra sia stato un Gallo-Romano(183). Perfino negli uffici che gli sono intorno il re ha referendarii gallo-romani(184). Non sussistono tracce di assemblee pubbliche(185). Il re personalmente sembra certo pi germanico che i re degli altri popoli barbari. Tuttavia che. cosa ha di specificamente germanico? I suoi lunghi capelli?(186) Il pregiudizio  cos forte che si  giunti ad invocare in favore della sua razza germanica la caricatura che ha fatto Eginardo degli ultimi re merovingi. Di tutti i Merovingi il solo Thierry, primo figlio di Clodoveo, (m. 534) ha lasciato il suo nome nella poesia germanica, senza dubbio a causa della sua terribile spedizione in Turingia. Egli  lo Hugdietrich dell'epopea(187). Gli altri non hanno lasciato nella memoria del loro popolo il ricordo di eroi nazionali.
Il potere reale, del resto, si svolge secondo la concezione imperiale: il re franco, come gli altri re germanici,  il centro di ogni autorit(188);  un despota assoluto che scrive nelle sue praeceptiones: Si quis praecepta nostra contempserit oculorum avulsione multetur(189), affermando cos questa caratteristica nozione romana del crimen laesae maiestatis 147.
Se  vero che il re si considera proprietario del suo regno, la regalit non ha pertanto un carattere cos privato come  stato sostenuto. Il re separa la sua sostanza privata dal tesoro pubblico(190). Senza dubbio, la nozione del potere reale  pi primitiva che presso i Visigoti. Alla morte del re i suoi stati si dividono tra i figli; ma questo fenomeno  una conseguenza della conquista, e d'altronde non ha nulla di germanico(191). Senza dubbio anche i re franchi non hanno titoli romani, eccetto sporadicamente sotto Clodoveo; ma essi cercano di mantenere il contatto con gli imperatori di Bisanzio(192).
Cos dunque si conserva il romanesimo tradizionale anche presso i Franchi.
Se si considera l'insieme di questi regni barbari vi si trovano tre aspetti in comune. Essi sono assoluti e laici, e gli strumenti del potere sono il fisco e il tesoro.
Ora, questi tre caratteri sono romani o, se si vuole, bizantini. Senza dubbio l'assolutismo  venuto da se stesso. Il re era gi molto potente come capo militare dal tempo dello stanziamento. Dopo, questo potere non ha potuto, a causa dei provinciali, che prendere la forma dell'assolutismo(193). Perch fosse stato altrimenti il re avrebbe dovuto essere nella situazione dei sovrani anglosassoni. Niente  meno germanico che la regalit di questi capi militari.  il potere personale, cio esattamente ci che esiste nell'impero.
In tutti questi regni l'assolutismo del re si spiega con la sua potenza finanziaria. Dappertutto, come successore dell'imperatore, egli dispone del fisco e delle imposte. Ora, i beni del fisco sono immensi. Sono i domni imperiali, le foreste, le terre incolte, le miniere, i porti, le strade. E lo sono anche le imposte e la moneta. Cos il re  un immenso proprietario fondiario; ma gode nello stesso tempo di un formidabile tesoro in oro monetato. Nessun principe in Occidente, prima del XIII secolo, sar stato cos fornito di denaro come quei re. La descrizione dei loro tesori  un fiume di metallo giallo. Ci permette prima di tutto al re di pagare i suoi funzionari(194); poi i re merovingi danno sul loro tesoro importanti assegni: prima del 695 l'abate di San Dionigi ottiene una rendita di 200 soldi d'oro sul tesoro e un'altra di 100 soldi sui magazzini del fisco (cellarium fisci)(195) fanno prestiti alle citt(196); pagano i missionari, corrompono o comprano chi vogliono. La conservazione dell'imposta romana e i diritti di dogana sono le principali sorgenti del loro potere. Considerarli, come si fa spesso, non vedendo in essi che grandi proprietari fondiari,  un errore manifesto, che si spiega solo perch si vedono sotto l'aspetto dei re posteriori(197). No, per la loro ricchezza monetaria essi rassomigliano molto pi ai re bizantini che a Carlomagno.
E fanno di tutto per accrescere il tesoro che li sostiene. Da ci le innumerevoli confische. Chilperico fa fare in tutto il suo regno discriptiones novas et graves(198).
C' tutta una complicata amministrazione finanziaria con registri, revisori, ecc. I re si trucidano l'un l'altro per impossessarsi dei reciproci tesori(199). Inoltre essi dispongono dei sussidi bizantini, che sono enormi. L'imperatore Maurizio invia 50 000 soldi d'oro a Childeberto per pagare la sua alleanza contro i Longobardi(200). La dote assegnata a Riguntis nel 584(201), l'elemosina di 6000 soldi fatta da Childeberto all'abbazia di San Germano per i poveri(202), la munificenza di Dagoberto I, che ricopre di argento l'abside di San Dionigi(203), danno un'idea della ricchezza dei re franchi. Come i bizantini, essi utilizzano largamente il loro tesoro per fini politici. A questo modo Brunechilde nel 596 storn mediante pecunia un attacco degli Avari contro la Turingia(204).
 dunque impossibile dire che i re non tesaurizzino che per s.
Ma i sovrani ostrogoti sono ancora pi ricchi. Basta pensare alle suntuose costruzioni erette da Teodorico. Lo stesso  dei Visigoti: nel 631 il pretendente Sisenando offre 200 000 soldi d'oro a Dagoberto per ottenere il suo appoggio contro Svintila(205), e Leovigildo ne promette 30 000 al luogotenente dell'imperatore, affinch passi dalla sua parte con suo figlio(206).
L'entit dei proventi delle dogane presso i Visigoti si deduce dal fatto che gli abusi degli appaltatori sono puniti con la morte come nel diritto romano(207). I registri delle imposte si trovano sempre presso di loro(208) e i re pagano i loro funzionari(209). La descrizione fatta da Venanzio Fortunato dei tesori arrecati da Galsvinta permette di renderci conto della loro entit(210).
In breve, l'intervento dell'oro  continuo in questa politica, come in quella di Bisanzio: i re comperano e si fanno comperare.
Ma c' ancora un altro aspetto, nel quale gli stati barbarici continuano la tradizione antica: il loro carattere laico. Tutta l'amministrazione, in tutti i suoi gradi,  secolare. Se i re s'intendono generalmente abbastanza bene con i vescovi, nessuno di costoro ha per rivestito un ufficio pubblico, a differenza di quello che avverr nel Medioevo. Al contrario una quantit di vescovi sono antichi referendari reali(211). In questo c' uno stridente contrasto con la politica di Carlomagno fondata sui missi, la met dei quali era necessariamente formata da vescovi, o con quella di Ottone, che affid le redini del governo ai vescovi imperiali. La ragione  che i laici immediatamente dopo le invasioni, come si vedr appresso, erano ancora istruiti(212).
Lo stato laico merovingio si oppone cos nel modo pi netto allo stato religioso carolingio. E ci che  vero dei Merovingi lo  anche di tutti gli altri: Ostrogoti, Visigoti, Vandali, Burgundi. Sotto questo aspetto dunque, ed  cosa essenziale, l'antico ordine di cose continua. Il re  egli stesso un puro laico e al suo potere non contribuisce nessuna cerimonia religiosa.
La chiesa  a lui soggetta. Se in teoria i vescovi sono nominati dal clero, di fatto molto spesso il re li nomina direttamente. Qui ancora  la tradizione antica della chiesa di stato. Come in Oriente, i vescovi franchi camminano con i loro sovrani, tenendosi per mano(213). I re convocano i concili; e se i Merovingi si astengono dal dirigerli, presso i Visigoti invece i concili sono, dopo Recesvinto, legati al governo, onde la chiesa resta sottomessa al re molto servilmente(214).
Tuttavia i re hanno il pi grande rispetto per questa chiesa, che essi dominano. L'ideale dei re , secondo Gregorio di Tours, di favorire le chiese e i poveri(215). La colmano di favori e di ricchezze, la circondano di segni di rispetto, quantunque, eccetto qualche donna, non entrino nel chiostro. Non sembra che la loro piet personale sia grande; ma essi vedono nei vescovi i capi della chiesa, cio di una grandissima forza divina. E inoltre questi vescovi godono presso il popolo di un prestigio immenso. Essi possono essere e sono, presso i Visigoti per esempio, un utile contrappeso all'aristocrazia laica.


1.5. Giustiniano (527-563).

Non c' pi grande errore del credere che l'idea dell'impero sia scomparsa dopo lo smembramento delle province occidentali per opera dei barbari. Non si pu dubitare che il as??e??, che regnava a Costantinopoli, estendesse ancora sia pure teoricamente la sua autorit a tutto l'insieme. Egli non governava pi, ma regnava ancora, e verso di lui si volgevano tutti gli occhi.
La chiesa soprattutto, per la quale l'impero era una costruzione provvidenziale, non poteva fare a meno di lui. Il suo capo a Roma e la citt di Roma lo riconoscono sovrano legittimo dell'ecclesia(216).
Eccetto il re dei Vandali, i re barbari lo consideravano loro padrone, coniavano le monete con la sua effigie, sollecitavano e ottenevano da lui titoli e favori. Giustiniano adotta Teodeberto(217), come Maurizio adotter Childeberto.
I re sottomettevano a Costantinopoli le loro controversie o cercavano di ordirvi intrighi. Dal suo lato, l'imperatore non aveva ceduto nulla.  dunque molto naturale che, presentandosi l'occasione, cercasse di riprendere i suoi diritti. E a questa volont si aggiunse per Giustiniano il pensiero di ristabilire l'ortodossia religiosa. Malgrado la perdita di quasi tutte le coste mediterranee Bisanzio era in grado di tentare la grande impresa della ricostituzione dell'impero.
Aveva una flotta, che le dava la padronanza del mare; era appoggiata dalla chiesa, con la quale Teodorico si era di recente guastato; in Italia poteva contare sull'appoggio delle grandi famiglie romane, in Africa sulla clientela dei profughi dell'aristocrazia vandala, che avevano cercato alla corte imperiale un rifugio contro le persecuzioni reali; forse contava anche sulla sollevazione delle popolazioni provinciali.
Per mettere dalla sua parte la massima probabilit di successo, Giustiniano prima di intraprendere le sue campagne fece la pace con l'impero persiano (532) e ferm, mediante sussidi, i barbari di ogni sorta che erravano minacciosi alle frontiere.
Bisanzio non aveva di contro un fronte unico. Non esisteva una linea politica germanica. Teodorico aveva tentato di raggruppare sotto la sua egemonia gli altri stati ma il suo fine era stato semplicemente quello di salvaguardare l'Italia. Per questo egli aveva sostenuto i Visigoti contro i Franchi ed impedito il loro completo schiacciamento dopo la battaglia di Vouill; s'era fatta cedere nel 509 la Provenza da Clodoveo, e nel 523 era intervenuto per impedire ai Franchi di annientare la Borgogna(218). Lungi dal conciliargli i re franchi la sua politica aveva fatto dei Merovingi i suoi irriducibili nemici.
Se Bisanzio non era intervenuta per impedire a Teodorico di stabilirsi cos fortemente in Italia, ci era stato perch non se ne era sentita la forza. Essa aveva tollerato l'occupazione, aveva stabilito con Teodorico rapporti pacifici, ma non aveva accettato il fatto compiuto.
Contro gli Ostrogoti Bisanzio doveva dunque trovare i suoi alleati naturali nei Franchi.
Nel 526 Teodorico mor. Come un imperatore romano(219), e in assoluta contraddizione col costume germanico, nel morire aveva designato per suo successore suo nipote Atalarico, dell'et di 10 anni, sotto la reggenza di sua madre Amalasunta. Questa non aveva preso il potere che in seguito al consenso di Giustiniano, ed in quella occasione gli aveva manifestato i segni di tale deferenza che egli forse aveva potuto dedurne un probabile ritorno dell'Italia all'impero senza bisogno di sfoderare la spada.
Giustiniano diresse quindi la sua offensiva contro i Vandali. Nel 533 in una sola campagna Belisario trionf dell'usurpatore Galimeno, che in quel momento occupava il trono, e s'impossess di tutta la costa dell'Africa sino a Ceuta.
Giustiniano si affretta di ristabilirvi un limes. Per di pi riprende immediatamente nelle sue mani il governo del paese, nel quale tutto il sistema amministrativo romano era stato conservato.
I Vandali non reagirono. Si fusero immediatamente nella massa della popolazione romana, e mai pi si ebbero contrasti con essi.
L'Africa, la pi ricca provincia dell'impero, era tornata ad esso. Solo i Mori resistettero ancora per essere infine sottomessi nel 548(220).
Giustiniano si era appena impadronito dell'Africa (533), che il giovane re degli Ostrogoti, Atalarico, mor (534). Sua madre Amalasunta per conservare il potere spos suo cugino Teodato; ma l'anno dopo (535) questi la faceva morire.
Subito Giustiniano interviene. Belisario s'impadronisce della Sicilia (535) completando cos la conquista dell'Africa; acclamato dalla popolazione egli marcia verso il Nord, si impadronisce di Napoli ed entra in Roma nel 536.
La dinastia romanizzata degli Ostrogoti non oppone resistenza. Teodato si piccava di essere platonico e di disprezzare le armi, e suo fratello Evermudo si arrese subito a Belisario, preferendo andare a vivere da patrizio a Roma piuttosto che difendere la causa dei suoi compatrioti barbari(221).
Eppure, bruscamente, Belisario si trov di fronte ad una resistenza accanita.
Sentendosi minacciati nel possesso delle terre, che erano state loro accordate, i soldati ostrogoti elevano sugli scudi un loro ufficiale, Vitige, e lo acclamano re. Subito egli marcia su Roma dove Belisario si  chiuso (537), ma non pu forzare la citt, e, ben presto costretto a ritirarsi, si rinserra in Ravenna. Temendo di essere assalito al Nord dai Franchi, cede loro la Provenza, che Giustiniano si affretta a riconoscere(222). Poi, incapace di difendersi contro le truppe di Belisario, Vitige negozia.
A condizione che lasci loro la vita e le terre, i Goti offrono a Belisario la corona reale. Belisario accetta o finge d'accettare ed entra nella citt (540).  firmato un trattato. Le guarnigioni gotiche prestano giuramento al loro nuovo re. E Belisario avendo terminato la sua missione  richiamato dall'imperatore, Con stupore dei Goti, che non comprendono come egli debba riprendere servizio quando pu essere un re indipendente, Belisario ubbidisce. Conduce con s Vitige e una quantit di Goti, che lo seguono e che parteciperanno con lui alle guerre contro i Persiani.
Questa condotta di Belisario, che porta in Italia un prefetto del pretorio e il governo regolare di Roma, costituisce un tradimento agli occhi dei Goti. Quelli dell'Italia del Nord, il cui territorio non  stato ancora occupato dagli imperiali, si sollevano, offrono la corona a un ufficiale, Uraias, che la rifiuta, poi a Ildibaldo, nipote del re visigoto Theudis(223), che sta per intraprendere la riconquista dell'Italia.
In questo momento la popolazione italiana  schiacciata dalle imposte. Belisario si  portata la maggior patte delle trappe; quello che resta  ripartito in guarnigioni, senza un comando in capo.
Partito da Pavia con mille uomini, Ildibaldo, grazie all'ostilit della popolazione contro il nuovo governo imperiale, riporta seri successi, trionfando sull'esercito romano comandato dal magister militum per lllyricum. Ma in questo momento muore assassinato(224).
Il suo successore Erarico, che non  un Goto, ma un Rugo, cerca subito di negoziare con Giustiniano, offrendogli di tradire il suo esercito e di andare a vivere a Costantinopoli, in cambio del titolo di patrizio. Assassinato prima di avere potuto mettere il suo progetto in esecuzione (541), ebbe per successore Totila, un cugino di Ildibaldo. Pronto a riconoscere l'autorit di Giustiniano prima della sua ascesa al trono, egli doveva, una volta re, spiegare una notevole energia(225).
Il suo esercito si accresce di disertori imperiali, di schiavi, di coloni italiani, in grazia della sua ostilit verso i grandi proprietari. Impadronitosi di Roma (17 dicembre 546) cerca di negoziare con Giustiniano; ma questi lo considera un tiranno e non si degna di ascoltarlo. Eppure egli non domanderebbe che di fare la pace, se Giustiniano volesse accettare un suo tributo ed il sostegno del suo esercito(226). Sembra difficile, in queste condizioni, di vedere in lui un eroe nazionale. Ma egli  certamente uno dei pi intelligenti e dei pi civili re germanici, ed i suoi successi sono dovuti in gran parte alla sua umanit, che gli concilia le popolazioni romane inasprite e infelici.
Obbligato a fare la guerra dal rifiuto dell'imperatore di negoziare con lui, riprende la Sicilia, la Sardegna, la Corsica, si fa una flotta per mezzo di navi bizantine catturate, tiene, grazie ad essa, l'Adriatico, e, avendo riconquistato tutta l'Italia, la governa come Teodorico.
Giustiniano non rinunzia tuttavia all'Italia. Nel 551 Narsete, sbarcato con 20 000 uomini, schiaccia Totila, che muore in battaglia. Il suo successore, Teia, dopo aver lottato disperatamente,  vinto e ucciso nel 553 alle falde del Vesuvio.
Stremati di forze i Goti si volgono ai Franchi ed agli Alamanni. Ma le bande franche e alamanne, che rispondono al loro appello, dopo aver saccheggiato indifferentemente Goti e Romani sono schiacciate dai Bizantini vicino a Capua nel 554. Il resto dei Goti si sottomette finalmente ed  mandato in Asia a combattere i Persiani.
L'Italia  riorganizzata in provincia romana. L'esarca o patrizio s'installa a Ravenna. Ma il paese  esangue.
Durante questa lotta di venti anni fra Bizantini e Ostrogoti cerca di profittare della situazione la politica franca. Nel 532 i Franchi s'impadroniscono della Borgogna; nel 535 la minaccia che fanno pesare su Vitige vale loro la cessione della Provenza, che Giustiniano riconosce subito.
Malgrado ci dal 539 Teodeberto scende in Italia con un grande esercito e, essendo Vitige assediato in Ravenna, s'impadronisce della maggior parte della Venezia e della Liguria. Obbligato a ritirarsi a causa delle malattie che decimano le sue truppe, Teodeberto conserva nondimeno una parte della Venezia e vi lascia un duca, che egli fa pi tardi riconoscere da Totila. Forse pensava di attaccare di l Costantinopoli(227).
Dalla Venezia si sparsero in Italia nel 552-553 le bande franco-alamanne che infine si fecero schiacciare dai Bizantini, e cos nello stesso tempo anche la Venezia fu perduta per i Franchi.
Nemmeno per un istante fu presa in considerazione un'alleanza tra Franchi e Ostrogoti per fare blocco contro l'impero, che non trov nessuna solidariet germanica per resistergli.
Riconquistate l'Africa e l'Italia, Giustiniano si volta verso la Spagna. Un conflitto interno gli permise di intervenire. Chiamato da Atanagildo contro il re Agila, dette ordine a Liberio, che aveva da poco riconquistata la Sicilia, di sbarcare in Spagna. Agila, battuto a Siviglia, fu ucciso dai suoi soldati, che acclamarono nel 554 Atanagildo, fedele servitore dell'imperatore.
I Romani occupano ora tutte le coste del mar Tirreno, eccetto la Provenza. La regalit visigota, che riconosce d'altronde la sovranit imperiale(228),  separata dal mare.
Il Mediterraneo  ridiventato un lago romano. L'impero aveva realizzato uno sforzo prodigioso. Per trionfare, aveva dovuto lottare su tutti i fronti: mentre combatteva in Italia, i Persiani(229), sollecitati dagli Ostrogoti, erano entrati in guerra contro di esso: nei Balcani, gli Slavi dovettero essere respinti dalle frontiere che attaccavano.
In mezzo a queste incessanti guerre vittoriose l'impero, d'altra parte, si adattava alla profonda evoluzione, che trasformava la societ ed i costumi. Il codice, che porta il nome di Giustiniano,  una delle grandi opere giuridiche di tutti i tempi.
Di nuovo la civilt romana brilla del pi vivo splendore, e per commemorare questa ammirevole rinascita dell'impero, Santa Sofia  elevata in mezzo alla capitale come un immenso arco di trionfo eretto alla gloria di Dio e di Bisanzio.
Alla morte di Giustiniano l'impero  ricostituito, circondato di fortezze, ma profondamente esausto. E pertanto sta per essere obbligato a far fronte a nuove e terribili lotte.
Il periodo che segue il regno di Giustiniano e che va dal 565 al 610  fra i pi desolati della storia bizantina(230). La guerra infierisce su tutte le frontiere: i Persiani, gli Slavi e gli Avari si gettano sull'impero, e nel 568 i Longobardi invadono il Nord dell'Italia.
Tuttavia ai contemporanei Bisanzio non sembra decaduta; nessuno prevede la catastrofe. Tutto sommato, essa ha ripreso forza in tutto l'Occidente e dispone di potenti mezzi d'azione: la sua flotta, grazie alla quale mantiene il contatto con Ravenna, l'Africa e la Spagna, il suo tesoro, la sua diplomazia. E poi, ha nel proprio attivo l'incapacit in cui si trovano i suoi avversari d'intendersi fra di loro. Eppure esso cede ben presto su tutti i fronti. L'avvenimento pi importante di questo periodo  senza contestazione l'invasione longobarda.
I Longobardi invasero l'Italia e fin dal 575 raggiunsero Spoleto e Benevento, per non riuscirono mai ad impadronirsi n di Roma n di Ravenna n di Napoli.
Da parte loro i Visigoti riconquistarono la Spagna, e nel 614 l'impero non conservava che le isole Baleari(231).
Il Mediterraneo tuttavia non  perduto: l'Africa, la Sicilia, il Sud dell'Italia restano romani.
I Longobardi entrati in Italia sono presso a poco Germanici come gli Anglo-Sassoni stabiliti in Bretagna. Sono, per la prima volta sul continente, semplici invasori che non hanno nulla di un esercito romano o di foederati. Essi s'impongono alla popolazione, prendono le sue terre, la riducono nella condizione di vinta. La loro conquista forma un evidente contrasto con quella dei Goti di Teodorico. I loro duchi e i loro re, eletti dall'esercito, sono puramente germanici. Il popolo vive ancora sotto il regime delle farae, cio delle sippen; i suoi costumi, il suo diritto non hanno subito nessuna influenza romana.
Essi hanno buon gioco, essendo Bisanzio paralizzata dalla guerra contro i Persiani e dalle invasioni slave; ma non formano che bande di saccheggiatori, incapaci di impadronirsi delle piazzeforti romane, e che sollevano contro di loro, con i saccheggi e la stupidit della propria politica, sia la chiesa che i Franchi.
Il loro arrivo in Italia respinge verso Bisanzio il papato, il quale non vede altro appoggio possibile che nell'imperatore. Il papa diviene senza dubbio da questo momento, nella citt rovinata, il vero governatore di Roma, ma la conserva per l'impero; e non esita ad applaudire all'elezione dell'abominevole Foca. Gregorio Magno prodiga le promesse di devozione all'imperatore. Questo ravvicinamento del papa e dell'imperatore si fa tanto pi facilmente in quanto, dopo lo scisma di Acacio (482-519), non si sono pi avuti conflitti religiosi, grazie a Giustiniano, n se ne avranno prima della crisi religiosa del monofisismo (640-681). L'elezione del papa  ratificata dall'esarca, ci che indica chiaramente la sua subordinazione all'impero. Egli continua a vivere nell'impero ed a considerarsi un suo suddito.
Similmente l'invasione longobarda ha stretto i legami fra l'imperatore ed i Franchi, la cui condotta era stata cos ostile sotto Giustiniano. Le sfortunate spedizioni dei Longobardi in Gallia, dal 569 al 571, conducono ad una intesa dei Franchi con Bisanzio. Nel 576, domandando il Senato romano soccorsi all'imperatore, questi non pu inviare che truppe insufficienti, e consiglia di chiamare i Franchi in aiuto e di corrompere con l'oro i duchi longobardi.
Nel 574, un nuovo attacco dei Longobardi contro la Gallia(232), finito in una disfatta totale, li indusse a firmare un trattato di pace con Gontrano di Borgogna ed il suo alleato Childeberto II d'Austrasia. Era un grave danno per l'impero.
La diplomazia imperiale - che non risparmiava l'oro - si sforz di mantenere tra Franchi e Longobardi l'antagonismo che solo poteva conservare l'Italia a Bisanzio. Appoggiato dal papa, l'imperatore entra in relazione con Chilperico di Neustria, che nel 581 separa Childeberto da Gontrano. Nello stesso tempo il pretendente Gundobaldo, che vive a Costantinopoli,  mandato rimpinzato di denaro in Gallia per disputare il trono a Gontrano.
Da parte sua il duca Grasulfo di Friuli, guadagnato a prezzo d'oro, si mette in rapporti con Childeberto e con sua madre Brunechilde, alla quale nel 583 l'imperatore invia 50 000 soldi d'oro(233). Risolve cos Childeberto ad intraprendere una campagna in Italia contro i Longobardi; questi ne ritorna dopo aver fatto, a prezzo di denaro, la pace con essi.
In questo momento numerosi duchi longobardi sono guadagnati a Bisanzio. Ma quei duchi che sono restati indipendenti, sentendo senza dubbio il pericolo che fa loro correre l'alleanza dell'impero con i Franchi, ricostituiscono nel 584 la regalit in favore di Autari, che riprende subito la lotta e, se non fosse intervenuta la flotta imperiale, si sarebbe impadronito di Ravenna.
Ma Autari minaccia tanto i Franchi quanto l'imperatore. Cos, nel 588-589, Childeberto e sua madre Brunechilde inviano ambasciatori a Costantinopoli per preparare con l'imperatore la guerra contro i Longobardi(234). E nel 590 un grande esercito franco, sotto il comando di ventidue duchi, scende in Lombardia, mentre da parte sua l'esarca di Ravenna marcia contro Autari, che si rifugia in Pavia.
Il regno longobardo, sul punto di perdersi, fu salvato per mancanza d'intesa fra i suoi nemici. In questo momento infatti la guerra contro i Persiani era appena finita e l'esarca, ripresa l'offensiva, si era impadronito di Aitino, di Modena e di Mantova(235). Ma ecco che l'impero, nella pienezza delle sue forze, sperando di poter riavere tutta l'Italia(236), si distacc dai Franchi. Fu una manovra nefasta.
La fine dell'alleanza attiva fra Bisanzio e i Franchi apr un periodo di grande successo per i Longobardi. L'impero, essendo stato obbligato a rivolgersi di nuovo contro i Persiani e a tener fronte agli Avari, lasci campo libero ai Longobardi in Italia. I Franchi, da parte loro, cessarono d'intervenire in Italia. Una spedizione organizzata da essi nel 662-66) fall; dopo di che non ce ne furono altre fino a Carlomagno.
Una serie di tregue aveva preparato la pace, firmata al pi tardi nel 680 tra l'imperatore ed i Longobardi, e che consacr la spartizione dell'Italia fra di loro.
Questo mezzo scacco dell'impero in Italia non gli imped di conservare intatto il suo prestigio. Nel 629 Eraclio trionfa sui Persiani e Dagoberto gli invia un'ambasceria per congratularsene(237). Gregorio Magno si fa l'intermediario dell'imperatore presso i Visigoti cattolici(238). Ebroino (m. 680-683) permette il passaggio dei pellegrini anglo-sassoni attraverso la Gallia, quando si  convinto che non si tratta di una legatio imperatorum contra regnum(239).
 verso Costantinopoli che convergono tutti gli intriganti della politica e della chiesa(240), come verso un grande centro internazionale e intellettuale(241).
Insomma l'impero  restato, malgrado le sue perdite, la sola potenza mondiale(242), come Costantinopoli  la pi grande citt civile. La sua politica si estende a tutti i popoli; essa domina assolutamente quella degli stati germanici. Non c' fino al secolo VIII(243) altro elemento positivo nella storia che l'influenza dell'impero. Ed  certo che quest'impero  divenuto orientale.
Il processo di orientalizzazione che si manifesta senza tregua dopo Diocleziano  difatti sempre pi dominante. E si osserva perfino nella chiesa, dove provoca d'altronde scricchiolii pericolosi.
Non bisogna pertanto esagerare. A parte le rotture momentanee, Roma resta la capitale della chiesa, e dal momento che gli imperatori non sostengono l'eresia, i papi ritornano a loro.
Da Costantinopoli il bizantinismo si diffonde a poco a poco verso l'Occidente, che non ha nulla da opporgli. Le sue usanze e la sua arte vi si propagano attraverso le comunicazioni marittime. Esso prende piede a Roma, dove  una folla di monaci greci, e in tutto il Mezzogiorno d'Italia. La sua influenza  visibile nella Spagna; esso guadagna naturalmente tutta l'Africa. In Gallia il cellarium fisci fa pensare ai "commerciari" bizantini. Venezia gravita nell'orbita di Costantinopoli. I padri greci sono indispensabili al pensiero religioso dell'Occidente. Senza dubbio nell'VIII secolo, quando l'imperatore sar divenuto as??e?? t?~? ??a???; la scissura sar definitiva fra Greci e Latini; si pu datare dal monofisismo (640-681) e soprattutto dall'iconoclastia (726-843) l'inizio della grande crisi; ma quante tergiversazioni prima della rottura completa!
L'influenza dei Siri cresce considerevolmente in Roma, dove essi arrivano in gran numero; molti papi anche saranno siri. Evidentemente una bizantinizzazione dell'Occidente, pi o meno mitigata da influssi irlandesi ed anglosassoni, si prospettava nell'avvenire. La differenza delle lingue non ebbe importanza, perch la superiorit di una cultura sull'altra era troppo grande. Dal momento che il Mediterraneo restava il pi grande veicolo tra l'Oriente e l'Occidente, come infatti restava, la preponderanza del primo sul secondo era inevitabile. Il mare, che i Bizantini continuarono a dominare, diffondeva dappertutto la loro influenza. Mediante il mare viveva cos in Occidente come in Oriente tutta la civilt dell'epoca. Dal germanesimo in s non vi era ancora niente da aspettarsi. Gli stessi Longobardi del VII secolo erano a loro volta in pieno processo di romanizzazione. Un nuovo focolare di cultura frattanto stava per accendersi presso gli Anglo-Sassoni; ma anche questo movimento veniva loro direttamente dal Mediterraneo.
...
.
...
Capitolo Secondo. LA SITUAZIONE ECONOMICA E SOCIALE DOPO LE INVASIONI E LA NAVIGAZIONE MEDITERRANEA.
...
.
...
2.1. Le persone e le terre.
.
Cos come era il regime delle persone e delle terre prima delle invasioni, tale rimase dopo di esse nella Romania. Vi furono saccheggi e violenze senza dubbio. Il Carmen de providentia divina, che  stato scritto nel Sud della Gallia alla venuta dei Visigoti di Ataulfo, paragona le loro stragi a quelle di una inondazione dell'oceano(244). Ma la calma ritorn dopo la tempesta. Paolino di Pella, che fu rovinato dall'invasione e che fugg davanti ad essa, racconta che fu salvato da un Goto, il quale compr un piccolo podere, di cui era rimasto proprietario presso Marsiglia(245). Non si pu meglio illustrare il fatto dell'equilibrio, che si sostituisce al saccheggio: ecco una propriet abbandonata, di cui gl'invasori non s'impadroniscono. Dopo l'hospitalitas, dopo lo stanziamento dei Germani, si ricostituiva la stabilit. Come si  svolta la cosa? Si pu supporre che i Germani vi si siano fatta la parte migliore; ma ci non condusse a un vero sconvolgimento; non trasse seco una diversa distribuzione delle terre, non introdusse nuovi sistemi di coltura. I coloni romani restarono fissi al suolo dove l'imposta li aveva legati. Invece di pagare ad un padrone romano, essi pagavano ad uno germanico. Gli schiavi erano divisi. Quanto ai contadini, non dovettero accorgersi di un grande cambiamento. Non si nota in nessuna contrada della Romania la sostituzione, cos visibile in Inghilterra, di un sistema di coltura a un altro.
I domni imperiali passarono al fisco reale senza altro mutamento(246). La grande propriet gallo, o ispano, o italo-romana sussistette, e continu ad avere immense estensioni di terre. Si sapeva di proprietari che contavano fino a 1200 schiavi. Costoro conservarono le loro villae, le loro fortezze. Quanto alle terre della chiesa, gi cos importanti all'epoca romana, restarono senza cambiamento. Non si vede come l'arianesimo abbia in nulla modificato la situazione anteriore.
Anche presso i Vandali vi  stata una semplice sostituzione di nuovi venuti agli antichi proprietari. I Vandali vissero nelle citt romane come prima di essi i Romani. L'Albertini ha dimostrato che il regime delle terre e le prestazioni d'olio versate al Tesoro non sono variate in Africa durante la conquista(247).
Se vi furono cambiamenti di regime, se s'impiantarono usi comunitari sconosciuti ai Romani, ci fu soltanto nei paesi di colonizzazione, al Nord dell'impero.
Cos tutto continua ad esistere sulla stessa base. Le imposte fondiarie che si conservano confermano che nessun rivolgimento profondo ha avuto luogo.
Quanto alla organizzazione della grande propriet, si mantiene tale e quale.  affidata a conductores, che la prendono in fitto e riscuotono i redditi dei coloni.
D'altra parte tutto il sistema del possesso romano continua ad esistere sotto la forma di precaria e benefici. Le formulae ci mostrano tipi di affitti perpetui, tutto un sistema di possessioni identico o press'a poco al sistema romano.
La grande propriet fondiaria resta in pieno vigore. Gregorio di Tours(248) parla di un Crodino che fonda villae, pianta vigne, costruisce edifizi e organizza colture per darle ai vescovi.
Gregorio Magno, rimettendo in ordine i beni della chiesa romana, ricostituisce esattamente il sistema anteriore. I grandi domni della chiesa sono amministrati da conductores, che pagano una rendita, di modo che i monaci non debbono occuparsi che de sola anima(249).
Questi conductores, come i juniores dei domni del vescovo del Mans ad Ardin(250) in Poitou, sono laici; essi sono responsabili dei redditi, anticipano il loro importo al proprietario, rendono i conti: sanno dunque scrivere.
Quasi sempre le prestazioni sono in denaro, ci che dimostra che c' ancora circolazione dei beni, vendite al mercato. Non si vede ancora apparire l'economia propria delle curtes del Medioevo.
In Provenza all'epoca merovingia il sistema dei possessi  completamente romano(251). Non vi sono l, pare, che piccole coltivazioni di coloni. Ma nel Nord, al contrario, si vede la parte che ha la terra indominicata. Il cartulario di San Vincenzo di Macon d per l'epoca del re Gontrano (561-592) una lista di servientes di questo dominio che  coltivato da schiavi o imponendo corves ai coloni(252).
Il trasporto in grande dei cereali si fa ancora. Nel 510 Teodorico manda ammassi di grano in Provenza in seguito alle devastazioni prodotte dalla guerra(253), e si sa che Gregorio Magno accentrava i prodotti dei domni della chiesa.
 certo che la grande propriet in quell'epoca produce ancora rendite importanti in denaro. Nel 593 Dinamio invi dalla Provenza a Gregorio Magno 400 solidi(254); due anni dopo lo stesso papa aspetta l'arrivo di vestimenti e schiavi anglo-sassoni, che saranno comprati in Provenza con i prodotti dei suoi domni(255). Similmente nel 557 il papa Pelagio aveva atteso soccorsi dalla Provenza per alleviare la miseria di Roma(256).
Vi  d'altronde un commercio normale di grano. Malgrado le sue immense risorse, Gregorio Magno ne compra(257).
Nel 537-538 si vede in Istria un peregrinus acceptor che si d ad acquisti importanti: non pu trattarsi che d'un mercante di grano(258).
L'Africa dovette conservare sotto i Vandali la prosperit, che le dava la coltura dell'olio e dei cereali, poich questa prosperit si ritrova dopo il ritorno dei Bizantini.
Non sembra che la Gallia abbia ripreso un aspetto pi selvaggio. Sembra che la coltura delle vigne si sia conservata l dove esisteva dal tempo dei Romani. Leggendo Gregorio di Tours non si ha affatto l'impressione di una campagna in decadenza; non si comprenderebbe senza ci la ricchezza dei proprietari.
La conservazione della libbra romana  d'altronde una prova indiretta della stabilit della situazione economica.
Quanto alle classi sociali, esse sono rimaste le stesse. Al di sopra vi sono i liberi (ingenui)(259), che comprendono specialmente un'aristocrazia di grandi proprietari (senatores)(260). La classe dei liberi propriamente detti non forma d'altronde molto probabilmente che una minoranza. Al di sotto di essa si trovano i coloni, numerosi soprattutto presso i Visigoti, i "lites", i liberti(261).
Vi sono anche molti schiavi. Come si vedr pi innanzi, sono soprattutto barbari stranieri, anglo-sassoni o altri, prigionieri di guerra.
Vi  inoltre una popolazione urbana, di cui parleremo pi tardi.
Nelle grandi propriet vi sono opifici, dove le donne filano e dove altri artigiani, schiavi o servi demaniali, esercitano vari mestieri. Ve n'erano di gi anche durante gli ultimi secoli dell'impero(262).
La popolazione ha mantenuto l'impronta che le ha dato la fiscalit, bench questa sia molto diminuita per la riduzione quasi completa delle spese militari ed amministrative. In questo senso la conquista germanica  forse stata un beneficio per il popolo. Insomma a quest'epoca la grande propriet  restata l'elemento economico e sociale essenziale. Grazie ad essa la base economica della feudalit  gi costituita. Ma i rapporti di subordinazione che si sono stabiliti per la grande maggioranza degli uomini, di fronte ai grandi proprietari, non si manifestano ancora che nel diritto privato. Fra il re ed i suoi sudditi non s' ancora interposto il senior. E poi, se la costituzione della societ  soprattutto agraria, essa non lo  interamente. Il commercio e le citt hanno, nell'insieme della vita economica, sociale e intellettuale, una parte considerevole.
...
.
...
2.2. La navigazione orientale. Siri ed Ebrei.
...
.
...
Delle due parti dell'impero la greca  stata sempre pi avanzata in civilt che la latina. Inutile insistere su questo fatto evidente. Per mezzo del mare essa corrispondeva con l'Occidente e la Venezia. La Siria, dove arrivavano le carovane dall'India, Cina e Arabia, era particolarmente attiva.
I Siri erano allora i trafficanti del mare come gli Olandesi lo furono nel secolo XVII. Per mezzo di essi si esportano le spezie ed i prodotti industriali dalle grandi citt orientali: Antiochia, Damasco, Alessandria, ecc. Essi erano in tutti i porti; ma si trovavano anche nell'interno. Al tempo dell'impero avevano stazioni commerciali ad Alessandria, a Roma, in Spagna, in Gallia, in Gran Bretagna e fino a Carnuntum, sul Danubio(263). Le invasioni non mutarono per nulla questa situazione. Forse Genserico con le sue piraterie avr un po' molestato la navigazione, ma in ogni caso essa riappare in piena attivit dopo di lui.
Salviano (m. c. 484), generalizzando senza dubbio ci che vede a Marsiglia, parla dei negociatorum et Syricorum omnium turbas quae majorem ferme civitatum universarum partent occupant(264); d'altronde l'archeologia conferma questa espansione sira, e i testi sono ancora pi significativi(265).
Nel VI secolo gli Orientali abbondavano nella Gallia del Sud. La vita di san Cesario, vescovo di Arles (m. 542), dice che egli compose per il popolo inni in greco e in latino(266). Ve n'erano molti anche nel Nord perch Gregorio di Tours parla di mercanti greci d'Orlans, che avanzano incontro al re cantando(267). Secondo la vita di santa Genoveffa (m. 512) san Simeone Stilita (m. 460) avrebbe chiesto notizie della santa ai negociatores euntes ac redeuntes(268).
Ma insieme con questi mercanti che andavano e venivano ve n'erano molti che si stabilivano(269). Se ne fa menzione in molte iscrizioni, una delle quali proviene dalla cappella di Sant'Eligio, presso la confluenza dell'Eure con la Senna(270). Il Siro, a cui essa accenna, faceva senza dubbio il commercio con la Bretagna.
Fra questi mercanti c'erano alcuni ricchissimi, che si fermavano nel paese dopo avervi fatto fortuna. Gregorio di Tours racconta la storia di un negociator di Bordeaux(271) che possedeva una grande casa, in cui si trovava una cappella contenente certe reliquie, e che offr 100, poi 200 soldi d'oro per poterle conservare. Cos a Parigi quell'Eusebio negociator, genere Syrus(272), che a forza di oro compra la dignit episcopale, poi, riprendendo la schola del suo predecessore, costituisce la sua con Siri. Dunque questi abbondavano. Ma naturalmente brulicavano soprattutto nel Sud.
La popolazione di Narbona nel 589(273)  composta di Goti, Romani, Ebrei, Greci e Siri. Il caso ci ha privato di simili ragguagli per l'Italia, l'Africa e la Spagna; ma nessuno creder che ci che  vero per la Gallia non lo sia anche per queste contrade. Dovevano esservi Siri e Greci fra i commercianti d'oltre mare (transmarini negociatores), di cui parlano Teodorico e la legge dei Visigoti, e si sa dalla Vita Patrum Emeritensium che commercianti greci arrivavano per mare dall'Oriente in Spagna (negociatores graecos in navibus de Orientibus advenisse) (c 570)(274).
Procopio segnala l'esistenza a Napoli al tempo di Belisario d'un gran mercante siro, Antioco, che  col il capo del partito romano(275). Si sa d'altra parte che molti di questi Siri si trovano nei dintorni di Parigi(276). Il Duchesne(277) cita un prete siro monofisita che circola in Gallia verso il 560 ed  in rapporti con san Nizier vescovo di Lione (m. 572), il quale si lascia persuadere da lui che l'imperatore  nestoriano.
Vi sono anche influenze egiziane in Gallia: esse spiegano la popolarit nel paese di taluni santi egiziani(278), il fatto che le chiese galliche godono di un diritto d'asilo esteso quanto quello delle chiese d'Egitto e senza dubbio anche la presenza di uno stilita ad Yvoy(279).
Ma i Siri ed i Greci non sono i soli orientali in Occidente. Accanto ad essi, e quasi ugualmente numerosi, sono gli Ebrei. Anch'essi sono sparsi dappertutto fin da prima delle invasioni, e vi restano dopo di esse.
A Napoli, al tempo dell'assedio di Belisario, essi formano una gran parte della popolazione mercantile della citt(280); ma gi sotto Teodorico erano numerosi. A Roma ed a Ravenna, avendo il popolo distrutto la loro sinagoga, il re interviene in loro favore e condanna i cattolici a riparare i danni che hanno causato(281). Pi tardi se ne trovano a Palermo (598)(282), a Terracina (591)(283), a Cagliari in Sardegna (598); e ve ne sono molti, perch dappertutto posseggono sinagoghe.
Similmente in Spagna ve ne sono a Merida, e il vescovo li accoglie allo stesso titolo dei cristiani(284).
La Lex Visigothorum si occupa di loro(285), limitandosi per ad impedire che facciano propaganda. Si vede che essi hanno la stessa situazione che avevano nell'impero, poich la legge dei Visigoti dice che vivono sotto la legge romana(286). Pi tardi le leggi di persecuzione mostrano che il loro numero era considerevole. Fu lo stesso in Italia(287) ma naturalmente grazie a Gregorio di Tours siamo meglio informati sulla Gallia. Ce n'erano a Clermont, a Parigi, a Orlans, a Tours, a Bourges, a Bordeaux, ad Arles(288). Il loro centro era Marsiglia; l essi si rifugiavano quando erano perseguitati(289). Si pu avere un'idea del loro numero quando si pensa che a Clermont furono ben 500 a convertirsi(290). Dopo il VI secolo la situazione rimane la stessa. Alla met del VII secolo la Vita sancti Sulpicii(291) li menziona a Bourges.
Anche se il popolo non li ama(292), essi in un primo momento non sono disturbati dalle autorit. Tuttavia nel 582 il re in Gallia ne fa convertire per forza(293), e pare che sia stato Eraclio a pregare Dagoberto di farli battezzare(294). Alcuni accettarono di convertirsi(295), altri fuggirono a Marsiglia, dove erano lasciati tranquilli. Talvolta sono accusati di sacrilegio(296). A Bourges, nella prima met del VII secolo san Sulpicio ne fece battezzare un gran numero(297); a Clermont il vescovo Avito ne fece battezzare molti senza per altro ricorrere alla violenza(298). Anche Chilperico ne fece battezzare(299); uno di essi che aveva rifiutato fu imprigionato. Ma Gregorio Magno nel 591 rimprovera i laici di Arles e di Marsiglia che fanno battezzare gli Ebrei per forza(300), similmente biasima il vescovo di Terracina, che li ha espulsi dalle loro sinagoghe. Bisogna, egli dice, portarli alla fede con la dolcezza(301). Non vuole neppure che il vescovo di Napoli impedisca loro di lavorare i giorni di feste cristiane(302). La sola restrizione che egli vuole loro imporre  di non avere schiavi cristiani(303). Egli domanda a Brunechilde di promulgare una legge per interdirlo(304).
Da alcuni concili, come quello di Clermont nel 535,  fatto loro divieto di funzionare da giudici(305). Molte stipulazioni di concili merovingi interdicono i matrimoni fra Ebrei e Cristiani, la presenza dei Cristiani ai banchetti degli Ebrei, il possesso da parte degli Ebrei di mancipia Christiana. Un editto del 614 proibisce loro di intentare azioni pubbliche contro i Cristiani(306).
In Spagna dopo la conversione di Recaredo la legislazione contro di essi diventa severa. Sisebuto (612-621) obbliga alcuni di essi a farsi cristiani, ci che gli attira il biasimo di Isidoro(307). Chrutela (636-640) ordina che nel regno non vi siano che cattolici; Recesvinto (649-672) interdice la circoncisione, il sabato, le feste giudaiche; Ervige (680-687) ordina agli Ebrei di abiurare entro l'anno sotto pena di confisca e di esilio; Egica (687-702) interdice loro il commercio con gli stranieri e con i Cristiani. Una rivolta popolare scoppia contro gli Ebrei; in seguito a ci tutti sono dichiarati schiavi dei Cristiani (696). Abbiamo un trattato di Isidoro di Siviglia contra Judaeos(308). Essi avevano offerto denaro a Recaredo, che lo rifiut(309). Al tempo della persecuzione di Sisebuto una gran quantit di Ebrei si rifugi in Gallia(310).
Alcuni Ebrei erano marinai o proprietari di battelli(311); altri possedevano terre coltivate da coloni o da originarii(312); altri ancora erano medici(313). Ma l'immensa maggioranza di essi si dedicava al commercio o al prestito ad interesse. Molti erano mercanti di schiavi, per esempio a Narbona(314).
Ve ne sono di quelli che fanno il commercio marittimo(315). Gregorio di Tours ne cita molti che vendono spezie a Tours a troppo alto prezzo con la complicit del vescovo(316). A Parigi l'ebreo Prisco, che  familiaris del re Chilperico,  il suo fornitore di spezie(317), a meno che non sia il suo banchiere, perch la parola species che adopera Gregorio di Tours sembra in un certo passo avere il senso di denaro contante(318). I Gesta Dagoberti(319) parlano di un negociator Salomone, che  Ebreo. Ma molti - senza dubbio la maggior parte - si occupano di banca, e gran numero di essi sembrano molto ricchi.
A fianco dei Siri e degli Ebrei c'erano senza dubbio gli Africani tra i transmarini negociatores, di cui parlano Cassiodoro e la legge dei Visigoti. Cartagine era una grande citt, tappa della navigazione verso l'Oriente, e di l venivano probabilmente i cammelli utilizzati come bestie da soma in Gallia(320).
Se la navigazione  soprattutto attiva nel Mediterraneo,  ugualmente importante a Bordeaux ed a Nantes, da dove si dirige per l'Atlantico verso le isole britanniche - con le quali si fa un commercio di schiavi sassoni - e verso la Galizia(321). La navigazione del Belgio, cos attiva sotto i Romani(322), ha dovuto soffrire molto dell'invasione dell'Inghilterra da parte degli Anglo-Sassoni. Ma essa continua ad esistere. Tiel, Duurstede e Quentowic conservano un movimento marittimo, che alimenta forse la manifattura di drappi fiamminghi(323). Ma qui sembra che il commercio sia nelle mani della gente del paese(324). Sul Mediterraneo la Gallia ha molti porti. A fianco di Marsiglia ci sono Fos(325), Narbona, Agde, Nizza.
L'organizzazione romana sembra esservisi conservata. Lungo le banchine - cataplus(326) sembra che si tenesse una specie di borsa. A Fos per esempio si trova un magazzino del fisco. In Italia noi sappiamo che sotto il regno di Teodorico ogni sorta di funzionari si preoccupavano del regolamento del commercio(327). Similmente in Spagna vi sono thelonearii costituiti in particolar modo pei transmarini negociatores. I commerciarii bizantini introdotti a Cartagine dopo la riconquista(328) hanno dovuto esercitare senza dubbio qualche influenza in tutto il mar Tirreno.
Tutte queste indicazioni provano che sarebbe un errore voler considerare questo commercio come se non riguardasse che gli oggetti di lusso. Senza dubbio l'archeologia di questi solamente ci ha conservato il ricordo: cos il Liber Judiciorum visigoto parla del transmarnus negociator che porta oro, argento, vestimenti ed ogni specie di oggetti di lusso(329). Ma si potrebbero citare molte altre cose: gli avori di provenienza egiziana rappresentati nei nostri tesori d'arte(330), la tunica liturgica istoriata di Saqqesara(331), le borse di Fenicia(332), che secondo Gregorio erano d'uso corrente presso i mercanti, e i veli orientali, con cui si ornavano gli altari(333). Senza dubbio il gran lusso era prettamente orientale, e la moda di Costantinopoli dava il tono, come oggi quella di Parigi; e si sa che il lusso era grandissimo presso i Merovingi(334). Abbondano i testi, che ci informano sull'uso della seta tanto presso gli uomini che presso le donne(335). E questa seta da dove poteva dunque venire se non dall'Oriente? Essa proveniva dalla Cina fino al momento in cui Giustiniano ne istitu la fabbricazione nell'impero.
Il lusso della tavola era ugualmente fornito dall'Oriente. Gregorio(336) parla di vini di Siria esportati dal porto di Gaza(337). Se ne trovano dappertutto e all'ingrosso. Gregorio di Tours racconta che una vedova ne portava tutti i giorni un sestario a Lione sulla tomba di suo marito(338), e ci fa sapere anche che a Tours egli ne ha acquistato in bottega per festeggiare un ospite(339). Se ne trovava dunque nel commercio corrente, e forse a questo vino si accenna in una lettera di Desiderio di Cahors, che annunzia a Paolo, vescovo di Verdun, che gli invia dieci botti di falerno(340), ci che indica, sia detto di sfuggita, un forte traffico interno(341).
Vi sono ancora altre bevande di lusso. Nel 597 Gregorio Magno scrive al vescovo d'Alessandria a proposito di una bevanda chiamata cognidium(342); questa  esportata da mercanti certamente stabiliti ad Alessandria, come bisogna desumere dal destinatario della lettera.
E vi erano senza dubbio anche prodotti alimentari importati dall'Oriente. In ogni caso gli asceti mangiavano durante la quaresima erbe amare importate dall'Egitto. Gregorio di Tours parla di un eremita della regione di Nizza, il quale si nutriva solo di radici, che gli portavano da Alessandria(343).
Ci suppone gi un commercio, la cui ampiezza va oltre la semplice importazione di gioielli e di vestiti. Ma la parte pi rilevante del commercio orientale, ci che ne faceva un traffico veramente legato alla vita giornaliera, era costituito dall'importazione delle spezie(344). Non si pu abbastanza insistere sulla importanza di queste. L'impero romano ne aveva ricevuto di ogni specie dall'India, dall'Arabia, dalla Cina. Le spezie avevano fatto la prosperit di Palmira e di Apamea. Plinio il Vecchio stima almeno a cento milioni dei nostri franchi la somma che l'impero versava annualmente per acquistarle in India, in Arabia e in Cina. La loro diffusione nell'impero romano non fu interrotta dalle invasioni. Esse continuano, come prima, a far parte dell'alimentazione corrente(345).
Si pu gi rendersene conto attraverso il trattato di Antimo, medico greco bandito da Bisanzio nel 478 e che fu mandato da Teodorico quale ambasciatore presso Thierry I, re di Austrasia (511-534)(346).
Un diploma concesso all'abbazia di Corbie il 29 aprile 716 da Chilperico II getta su questo commercio una luce smagliante(347). Quest'atto conferma alcune concessioni analoghe rilasciate a Corbie da Clotario III (657-673) e Chilperico II (673-675). Il sovrano d a questa chiesa l'autorizzazione di prelevare merci al cellarium fisci di Pos. E vi si legge l'enumerazione seguente:
10 000 libbre di olio;
30 moggi di garum (specie di condimento)(348);
30 libbre di pepe;
150 libbre di comino;
2 libbre di garofano;
1 libbra di cannella;
2 libbre di nardo;
30 libbre di costum (pianta aromatica)(349);
50 libbre di datteri;
100 libbre di fichi;
100 libbre di mandorle;
30 libbre di pistacchi;
100 libbre di olive;
50 libbre di hidrio (specie di aroma)(350);
150 libbre di ceci;
20 libbre di riso;
10 libbre di auropimento;
10 pelli zeoda (pelli oleate?)(351),
10 pelli di Cordova;
50 mani di papiro.
Senza dubbio tutte queste mercanzie, l'olio, per esempio, non costituiscono spezie provenienti dall'Oriente. Ma la maggior parte, s. E l'atto ci permette di trarre varie conclusioni. Innanzitutto che il magazzino del fisco era sempre abbondantemente fornito di queste spezie, poich il permesso accordato ai monaci non specifica l'epoca: essi possono andarci quando vogliono.  poi difficile credere che si tratta di una liberalit accordata al solo monastero di Corbie. Ma quand'anche fosse cos, bisogna dedurne che le spezie erano di uso talmente diffuso che anche la cucina dei monaci non poteva farne di meno.
Ci  tanto vero che il re permette che anche i missi del monastero, a Fos, possano prelevare una libbra di garum, un'oncia di pepe e due once di cornino. Risulta dunque che anche i poveri diavoli non potevano fare pi a meno del pepe e del sale. Queste prestazioni ai missi dovevano farsi a tutte le tappe di andata e di ritorno, ci che significa che di tale merce se ne trovava dappertutto.
Si pu fare un'analoga constatazione leggendo la tractoria che Marculfo ci ha conservato(352). Vi si ritrovano press'a poco le stesse spezie che nel documento di Corbie. So bene che il Krusch(353) ha preteso che quella di Marculfo  semplicemente una copia del diploma di Corbie. Egli ci scherza sopra, dicendo che i funzionari reali non avranno mica mangiato tutto questo, ed ha senza dubbio ragione(354). Ma  impossibile ammettere d'altra parte che Marculfo abbia potuto introdurre l'enumerazione di tutte queste spezie nella sua lista, se le suddette spezie erano rare. Per lui tutto ci doveva essere d'uso comune e questo  tanto pi significativo in quanto egli scrive nel Nord. E poi  esatto che Marculfo non abbia fatto che copiare il diploma di Corbie?(355). Si osserver che egli aggiunge animali commestibili alla lista che figura nell'atto di Corbie. E se aveva semplicemente copiato questo atto, perch avrebbe omesso la menzione relativa al papiro?(356)
In ogni caso il diploma di Corbie e ci che se ne pu concludere sono sufficienti per sottolineare l'importanza essenziale del traffico delle spezie all'epoca merovingia. E non c' dubbio che ci che  vero della Gallia lo  anche delle altre coste del mar Tirreno.
Un altro articolo di grande consumo che viene dall'Oriente  il papiro(357). L'Egitto ha il monopolio della fornitura in tutto l'impero del materiale corrente di scrittura, essendo la pergamena riservata agli scritti di lusso. Ora, dopo le invasioni, come prima di esse, la pratica della scrittura si  conservata in tutto l'Occidente. Essa fa parte della vita sociale. Tutta la vita giuridica, tutta la vita amministrativa, voglio dire il funzionamento dello stato, la presuppone, cos come le relazioni sociali. I mercanti hanno commessi, mercenarii litterati. Ci vogliono masse di papiri per il mantenimento dei registri del fisco, per i notai dei tribunali, per le corrispondenze private, per i monasteri. Quello di Corbie - si  visto - consuma ogni anno cinquanta mani (tomi) di papiro prelevato al cellarium fisci di Fos. Carichi interi di questa merce si scaricano senza dubbio sulle banchine dei porti. L'apostrofe di Gregorio al suo collega di Nantes le cui ingiurie non potrebbero essere scritte su tutto il papiro che si sbarca al porto di Marsiglia(358),  una prova evidente dell'abbondanza degli arrivi. D'altra parte, s'impiegava ancora il papiro per la confezione dei lucignoli delle candele ed anche, a quanto sembra, per guarnire le pareti delle lanterne dopo di averle oliate(359): il fatto che lo si poteva acquistare nelle botteghe di Cambrai dimostra che se ne trovava in tutto il paese(360). Era dunque una merce di grande consumo e quindi materia d'un commercio in grande, irradiantesi da Alessandria per tutto il Mediterraneo. Si sa che ne abbiamo ancora la prova materiale nei bei diplomi reali conservati negli Archivi nazionali di Parigi(361) e in qualche frammento di carte private: avanzi di innumerevoli scrinia, nei quali i privati conservavano le loro carte d'affari e la loro corrispondenza come le citt conservavano gli atti inseriti nelle gesta municipalia.
La fragilit del papiro nei climi del Nord spiega facilmente come ne resti cos poco; ci che non deve farci illudere sulla quantit, che fu una volta in uso. E il numero delle indicazioni, che, grazie a Gregorio di Tours, abbiamo sulla Gallia non deve farci dimenticare il consumo certamente pi importante, che se ne faceva in Italia e in Spagna, e che doveva dunque alimentare una importazione singolarmente attiva.
Un'altra merce figurava anche molto largamente nel commercio del tempo. Era l'olio. Esso era in primo luogo di bisogno corrente per l'alimentazione, perch sembra che nella Gallia meridionale la cucina fosse fatta soprattutto con l'olio, come nella Spagna e in Italia. Gli ulivi indigeni non bastavano alla richiesta, e bisognava rivolgersi fuori. E bisognava farlo tanto pi in quanto la illuminazione delle chiese a quest'epoca, e senza dubbio proprio a causa dell'abbondanza d'olio, esigeva non la cera, come pi tardi, ma l'olio. Di questo l'Africa era la grande produttrice nell'impero, e doveva restarlo sino alla conquista musulmana. Lo si spediva dall'Africa nelle orcae. Teodorico tra il 509 ed il 511 scrive al vescovo di Salona(362) per raccomandargli il mercante Johannes, che ha fornito a questo vescovo sexaginta orcas olei ad implenda luminaria, e che domanda di essere pagato. E il seguito della lettera mostra che questa era una parvitas, cio una bagattella. Gregorio di Tours d indicazioni sul commercio dell'olio a Marsiglia(363); parla di un mercante, al quale sono state rubate sulla banchina 70 orcae d'olio(364). Un diploma di Clodoveo III del 692, rinnovato nel 716, ma che rimonta a Dagoberto I (m. 639), d al monastero di san Dionigi una rendita annuale di 100 soldi con la quale gli actores regii acquisteranno olio al cellarium fisci, seguendo l'ordo cataboli(365). Una formula di Marculfo cita Marsiglia come il porto dove si usa comprare l'approvvigionamento dei luminaria(366).
Dai porti quest'olio risaliva nel paese, verso il Nord. Il testo di Corbie del 716, che parla di 10 000 libbre di olio, stabilisce la stessa cosa. Ora, non si pu pensare che qui si tratti dell'olio di Provenza, perch si trattava di olio depositato nel cellarium fisci(367). Un testo che parla di esportazione d'olio da Bordeaux permette di credere che esso era spedito da Marsiglia(368).
Tutto ci attesta l'attivit degli scambi con l'Africa. Ma il fatto, molto curioso, che cammelli sono impiegati come animali da trasporto in Spagna e in Gallia getta su quegli scambi una viva luce, perch tali cammelli non possono venire che dall'Africa, dove Roma li ha introdotti nel II secolo. Evidentemente il loro uso si sar diffuso dall'altra parte del mare prima delle invasioni. Gregorio di Tours(369) menziona i cammelli ed i cavalli carichi cum ingenti pondere auri atque argenti e abbandonati dall'esercito di Gundobaldo durante la sua ritirata. Similmente Brunechilde prima del suo supplizio , davanti all'esercito, condotta in giro su di un cammello(370): il che proverebbe, mettendo ci in relazione con il testo precedente, che gli eserciti trasportavano i loro bagagli su cammelli. La Vita sanct
i Eligii(371) parla di un cammello, che accompagnava il vescovo in viaggio. In Spagna il re Wamba fa condurre a Toledo il ribelle Paolo abrasis barbis pedibusque nudatis, subsqualentibus veste vel habitu induti, camelorum vehiculis mponuntur(372).
Da tutto ci risulta chiaramente l'esistenza di un movimento molto attivo di navigazione nel mar Tirreno con l'Oriente e con le coste dell'Africa. Cartagine sembra che sia stata la tappa abituale nella traversata per l'Oriente. Si faceva anche una navigazione di cabotaggio lungo le coste d'Italia, della Provenza e della Spagna. Le genti del Nord andando a Roma s'imbarcavano a Marsiglia per raggiungere la foce del Tevere(373). Anche i viaggiatori diretti a Costantinopoli ci andavano per mare. La via di terra per il Danubio, ingombra di barbari, non era frequentata(374). Si poteva anche andare per Ravenna e Bari. Forse vi era una navigazione regolare tra Marsiglia e la Spagna, analoga a quella dei nostri servizi di trasporto merci: lo si pu desumere dall'espressione ne gotto solito adoperata da Gregorio di Tours(375). Credo si possa dire che la navigazione sia rimasta almeno cos attiva come sotto l'impero. Dopo Genserico non si sente pi parlare di pirateria. Ed evidentemente il commercio, al quale ci si dedica,  il commercio all'ingrosso.  impossibile dubitarne, se si tiene conto del genere delle importazioni, della loro regolarit e della fortuna raggiunta dai mercanti.
Il solo porto che ben conosciamo, Marsiglia, ci d senz'altro l'impressione di un gran porto.  una citt cosmopolita. La sua importanza si deduce del desiderio che mostrano i re di possedere la citt al momento della spartizione del reame(376). Vi si trovano Ebrei e Siri in quantit, senza contare i Greci e sicuramente anche i Goti. Gli Annales Petaviani(377) ci parlano di un negociator anglo-sassone, Botto, che, essendogli morto il figlio nel 790, deve esservisi stabilito al principio dell'VIII secolo, ossia in un'epoca in cui la decadenza comincia. La citt doveva essere popolarissima e doveva ancora aver conservato le grandi case a vari piani, come quelle di cui esistono le rovine a Ostia. Gregorio di Tours(378) parla di otto persone che muoiono in una sola casa, ci che fa pensare alle moderne case d'affitto grandi quanto caserme. Si arriver ancora alla stessa conclusione se si nota la frequenza delle epidemie in questa citt marittima sotto il vescovo Teodoro (e. 566. e. 591). Un naviglio proveniente dalla Spagna vi porta un'epidemia, che dura due mesi(379). Essa si diffonde nel retroterra, sino ai dintorni di Lione(380). Altre epidemie sono frequentemente ricordate(381) in Provenza, a Narbona. Nel 598-599 Fredegario descrive un'epidemia, che fa pensare alla peste nera(382).
...
.
...
2.3. Il commercio interno.
...
.
...
 naturalmente impossibile ammettere che i mercanti orientali, Ebrei ed altri, si contentavano d'importare nel bacino del Mar Tirreno senza nulla esportarne.  evidente che i battelli riportavano carico di ritorno. Il principale carico dev'essere consistito in schiavi. Si sa che la schiavit domestica e rurale  ancora estremamente diffusa anche dopo il V secolo. Sarei anche tentato da parte mia di credere che le invasioni germaniche le abbiano dato un ritorno di prosperit. I Germani la conoscevano come i Romani e avranno condotto con s una discreta quantit di schiavi. Le loro guerre contro i barbari d'oltre Reno e contro i Longobardi vi avranno anche contribuito.
D'altra parte se la chiesa, ammettendo lo schiavo ai sacramenti e riconoscendogli il diritto, o per meglio dire l'obbligo di sposarsi, sollev la sua condizione, essa per in principio n condann n attacc l'istituzione servile(383). I mancipia, s'incontravano dunque dappertutto, non solamente nei grandi domni ma anche al servizio di tutti i privati possessori di qualche propriet. Si aveva un bel liberarli: ne restavano sempre, e il loro numero si alimentava con arrivi continui(384).
La grande sorgente erano i popoli barbari. Era certamente un mercante di schiavi quel Samo, di cui Fredegario(385) riferisce che arriva presso i Wendi alla testa di una schiera di mercanti avventurieri nel 623-624. Questi mercanti andavano l come i Vareghi del IX secolo in Russia per razziare schiavi e senza dubbio anche per prendere pellicce. I Wendi essendo pagani, potevano essere comprati e venduti senza scrupoli, perch i concili non mettevano ostacoli se non alla vendita degli schiavi cristiani fuori del reame, il che  una riprova che si vendevano schiavi all'estero(386).
Samo non era d'altronde il solo nel suo genere, poich, divenuto re dei Wendi, mand a morte un certo numero di mercanti franchi, che facevano lo stesso commercio; la qual cosa provoc la guerra tra lui e Dagoberto. L'ascesa al trono di Samo rende poi pi sorprendente la somiglianza con quei Vareghi ai quali accennavamo sopra. E si pu anche supporre che egli stesso vendesse armi ai barbari, cos come facevano i mercanti di contrabbando della frontiera, contro i quali i Capitolari carolingi hanno tanto legiferato. Del resto bench Fredegario chiami Samo negucians, cos come i suoi compagni negutiantes, non si pu vedere in lui un mercante di professione, bens un avventuriero.
Si vendevano anche in Gallia schiavi mori: altri erano Turingi, altri ancora provenivano dall'Inghilterra(387). Vi era una gran quantit di schiavi inglesi sul mercato di Marsiglia, dove nel 595 Gregorio Magno ne fece comprare perch fossero mandati a Roma per convertirli(388). Probabilmente erano prigionieri fatti durante le guerre tra Bretoni e Sassoni e che il commercio marittimo trasportava in Gallia. Forse era questa gente che sant'Amand (m. 674/675) riscattava nel paese di Gand(389); senza dubbio era gente del Nord come quegli schiavi condotti da un mercante nei dintorni di Cambrai, di cui ci parla la Vita Gaugerici(390).
Dappertutto si trovavano schiavi da comprare. Gregorio di Tours(391) parla di schiavi sassoni appartenenti ad un mercante dell'Orleanese. Fredegario racconta(392) che Bilichilde, che divenne la moglie di Teudeberto, era stata comprata presso certi negociatores da Brunechilde, indubitabilmente a causa della sua bellezza. Alle dogane di Arras e di Tournai troviamo traccia egualmente del passaggio degli schiavi per i quali i mercanti dovevano pagare il pedaggio(393).
Tutti questi schiavi razziati(394) dagli emuli di Samo o portati in Bretagna erano diretti verso i porti del Mediterraneo(395). Se ne trovano messi in vendita a Narbona(396); se ne incontrano a Napoli(397) dove venivano senza dubbio da Marsiglia, che era il gran mercato(398).
Una gran quantit di mercanti si occupavano di questo commercio di schiavi(399): in massima parte Ebrei, a quanto pare. Il concilio di Macon nel 583 permette ai Cristiani di riscattare dagli Ebrei i loro schiavi per dodici soldi, sia per dar loro la libert, sia per prenderli al proprio servizio. Si citano mercanti di schiavi ebrei a Narbona(400) ed a Napoli(401).
Possiamo concludere da tutto questo che un importante commercio di schiavi esisteva sulle coste del Mar Tirreno e non sembra dubbio che i battelli che trasportavano le spezie, la seta, il papiro, li trasportassero come carico di ritorno in Oriente.
La Gallia d'altronde sembra aver dato all'Oriente, oltre agli schiavi, vestimenti, tessuti, legno da costruzione, forse anche robbia: Gregorio Magno compra vestiti a Marsiglia e ad Arles, e fa spedire ad Alessandria legno comprato in Gallia(402).
In ogni caso la grande circolazione dell'oro ci costringe ad ammettere una importante esportazione.
A fianco di questo commercio internazionale, nel quale gli stranieri ebbero una parte preponderante, se non esclusiva, il commercio interno aveva un valore importante nella vita economica dell'Occidente. Qui la situazione  diversa. Evidentemente, come abbiamo visto, gli Ebrei vi si distinguevano e vi erano certamente anche Siri stabiliti nel paese, come abbiamo segnalato pi sopra. Ma a fianco ad essi gli indigeni occupavano un posto considerevole.  evidente che si incontravano in mezzo a loro non soltanto bottegai, ma anche mercanti di professione(403).
L'aneddoto che Gregorio di Tours riferisce sui mercanti di Verdun(404)  caratteristico a questo riguardo. La miseria angustiava la citt al tempo del vescovo Desiderio (prima met del VI secolo). Questi prese in prestito 7000 aurei dal re Teodeberto e li distribu ai cives: at illi negotia exercentes divites per hoc effecti sunt et usque hodie magni habentur. Ci prova senza dubbio un commercio molto attivo(405). Ed  notevole che il vescovo parli al re di rilevare il commercio della sua citt sicut reliquae habent: bisogna dedurre da ci che l'attivit commerciale  propria di tutte le citt(406).
Il medesimo Gregorio di Tours(407) riferisce tra gli altri un fatto di cronaca che getta una luce vivissima sulla vita commerciale dell'epoca:

Durante una carestia il mercante Cristoforo di Tours ha appreso che una grande quantit di vino stava per arrivare ad Orlans. Egli  partito subito ben munito di denaro da suo suocero, senza dubbio mercante anche lui, ha comprato il vino e lo ha fatto caricare su barche. Poi ha preso la via del ritorno, a cavallo; ma  stato ucciso in viaggio da due schiavi sassoni che l'accompagnavano.

Ecco un esempio di speculazione mercantile che non ha nulla di medievale. Questo Cristoforo  evidentemente un gran mercante, voglio dire un mercante all'ingrosso, che vuol fare un bel colpo svuotando il mercato a suo profitto. E notare che egli  solo. Niente in questo commercio ricorda le "gilde" o le borse;  un commercio non corporativo, alla romana(408). E Gregorio di Tours segnala che altri mercanti si dedicavano alle stesse speculazioni(409).
La frode dava anche buoni proventi. Lo stesso Gregorio di Tours(410) racconta la storia di un mercante di vino, che con un trians guadagnava cento solidi, falsificando il suo vino. Si tratta qui indubitabilmente di un mercante al minuto. Non c' dubbio che vi siano stati anche in Italia mercanti di professione; bastano a provarlo le menzioni dei mercanti lombardi che provvedevano all'esercito. Essi formano dunque una classe sociale indipendente che vive di compravendita. La prova che essi sono assai numerosi  che il loro servizio militare  regolato secondo norme particolari(411).
Non v' dubbio che il commercio abbia procurato grandi benefici. Per esempio il bottino preso nel Poitou a certi mercanti saccheggiati dai figli di Waddo sembra che sia stato assai considerevole(412). Ma abbiamo prove anche pi sicure. L'epitaffio di un mercante di Lione dice che egli era "la consolazione degli afflitti e il rifugio dei poveri": egli doveva dunque essere molto ricco(413). Nel 626 il mercante Giovanni lascia per testamento un certo numero di propriet all'abbazia di San Dionigi ed a diverse chiese della diocesi di Parigi(414). Siccome il re conferma queste donazioni, si tratta di beni importanti. Fortunato scrive un epitaffio per il mercante Giuliano conosciuto per le sue larghe elemosine(415). Nel 651 Leodebodo, abate di Sant'Aignan ad Orlans, lascia in testamento all'abbazia di San Pietro a Fleury-sur-Loire certe propriet urbane, che egli un tempo ha comprate da un mercante; costui era dunque proprietario di fabbricati urbani(416).
Il Rodolfus negotiens, il cui nome  inscritto su una libbra romana,  certamente un mercante merovingio(417). Gregorio di Tours parla ancora di un mercante di Comminges, nel quale io sarei tentato di vedere un proprietario di botteghe(418).
Conosciamo anche un mercante di Poitiers, che va a Treviri ed a Metz(419), dove incontra un altro mercante, che compra e vende sale e naviga sulla Mosella.
Eccone abbastanza perch si possa affermare senza alcun dubbio, e sino alla fine del VII secolo, la presenza di numerosi mercanti indigeni a fianco dei mercanti ebrei e orientali. Tra di loro ce n'erano certamente di ricchissimi: bisogner aspettare a lungo prima di ritrovarne di cos importanti.
Il commercio, tale quale esisteva nell'impero prima delle invasioni, s' dunque certamente mantenuto dopo di quelle.
Dove si faceva il commercio? Evidentemente nelle citt. Secondo tutte le indicazioni che abbiamo, l abitano i negociatores. Essi si sono installati nel centro cittadino, nell'oppidum civitatis(420). Le citt avevano aspetto ecclesiastico e commerciale insieme. Anche nelle citt del Nord, come Meaux, c'erano vie con portici, che si prolungavano talvoIta fin nel sobborgo(421). Queste case coi portici dovevano dare anche nel Nord un aspetto italiano alle citt, e quelle logge dovevano servire senza dubbio a riparare le botteghe, che erano generalmente raggruppate, come nel caso di Parigi, a quanto ci dice Gregorio di Tours(422).
In queste citt, a fianco dei commercianti vivevano gli artigiani, intorno ai quali si  molto male informati. San Cesario ne menziona ad Arles, nel VI secolo(423). L'industria del vetro pare ad esempio che sia stata importante: le tombe merovinge contengono un gran numero di oggetti in vetro.
Il curator civitatis ed il defensor civitatis avevano l'amministrazione dei mercati e delle derrate(424). A Ravenna sembra che si siano conservati alcuni resti degli antichi collegi di artigiani.
 possibile stabilire l'importanza conservata dalle citt dopo le invasioni? Abbiamo su quest'argomento indicazioni sporadiche. In Gallia le agglomerazioni urbane erano molto poco sviluppate. Il Vercauteren(425) valuta la loro popolazione a 6000 persone e spesso a molto meno. La popolazione doveva tuttavia essere ammassata, e forse non erano rare le grandi case, come a Marsiglia(426). A Parigi c'erano case costruite sui ponti(427). Le citt del Sud dovevano essere pi considerevoli. A Frjus dalle rovine si vede che la citt antica doveva essere cinque volte pi grande della presente; Nmes copriva uno spazio di 320 ettari circa(428); la cinta romana di Tolosa pare che abbia avuto un perimetro di 3 chilometri(429); e lo Hartmann calcola ancora per Milano all'epoca di Teodorico 30 mila abitanti(430).
Certamente le citt avevano sofferto delle invasioni. Alcuni ponti erano crollati ed erano stati sostituiti da ponti di barche. Ma le citt sussistevano ancora interamente. I vescovi d'altronde le avevano restaurate; e, allo stesso modo che erano i centri dell'amministrazione religiosa e civile, non c' dubbio che erano anche centri permanenti di commercio. Anche da questo punto di vista l'economia antica continua.
Non si trova nulla in quest'epoca che rassomigli alle grandi fiere regolatrici del Medioevo, come quelle della Champagne. Le fiere ci sono, ma sono senza dubbio fiere locali(431). Nel Nord si creano nuove fiere: quella di San Dionigi  citata per la prima volta nel 709(432), ma sono tutte secondarie. Secondo il De Valdeavellano(433) non ve ne sono in Spagna. E in ogni caso non si trovano da nessuna parte quei piccoli mercati, che abbonderanno nel periodo carolingio. Non bisogna vedere in ci una prova di debolezza commerciale. Al contrario. I mercati non sono un elemento essenziale nelle citt dove vi sono mercanti di professione e piazze di commercio permanenti. Quando il commercio sar scomparso, allora saranno organizzati questi piccoli centri economici di rifornimento con la loro area ristretta e frequentati solamente da mercanti occasionali. Si ha al contrario l'impressione, leggendo Gregorio di Tours, che in questo tempo ci si trovi in un periodo di commercio urbano. I conventus dei mercanti si fanno nella citt(434). Non se ne trovano affatto in campagna.  certamente un errore, come il Waitz(435) ha gi fatto notare, considerare luoghi di mercato gli innumerevoli siti inscritti sulle monete merovinge dai monetarii. Ci che si trova nel periodo merovingio, come nell'antichit, sono i portus, cio tappe e scali, ma non i mercati. Nelle citt e nei portus(436) il re preleva i diritti doganali, che sono gli antichi diritti romani conservati negli stessi luoghi(437). Certo si constatano gi abusi. Ci sono certi conti, che cercano di imporre nuovi diritti di dogana a loro profitto, ci che porta Clotario II nel 614 ad intervenire, ordinando che i diritti doganali sussistano tali quali erano sotto il suo predecessore(438). Teodorico scrive similmente ai suoi agenti in Ispagna per impedire le frodi doganali a detrimento dei transmarini(439).
Il diritto di dogana comprende ogni sorta di gabelle: portaticum, rotaticum, pulveraticum, ecc. Il suo carattere  nettamente fiscale e non economico, e sembra che sia stato riscosso esclusivamente in denaro(440). Il re pu rilasciarlo ad abbazie, ma, eccetto che nel periodo della decadenza, non lo cede. Il diritto di dogana  un'imposta a proftto del re, e poi rende molto. La prova ci  data dall'importanza delle rendite costituite dal re sul cellarium fisci specialmente a profitto di certe abbazie.
La riscossione era ancora possibile, perch il re disponeva di agenti, che sapevano leggere e scrivere, i telonearii, i quali prendevano l'appalto delle gabelle, e per questo probabilmente ne usufruivano anche gli Ebrei malgrado il biasimo dei concili(441).
Nei grandi porti vi erano magazzini di deposito(442) e funzionari addetti, come ci indica la legislazione di Teodorico.
Quanto alla posta, essa sussiste in tutto il bacino del Mar Tirreno, e si svolge sulle antiche vie di comunicazione romane. Ponti di barche sostituiscono gli antichi ponti in rovina; le autorit sorvegliano che i corsi d'acqua siano lasciati liberi pel traffico, meno un breve spazio di non pi di una pertica legalis lungo ciascuna riva per l'attraccaggio delle chiatte.
...
.
...
2.4. La moneta e la circolazione monetaria.
...
.
...
Il soldo d'oro romano modificato da Costantino era l'unit monetaria in tutto l'impero al momento delle invasioni(443). I barbari si guardarono bene di toccare questo sistema monetario, che conoscevano da molto tempo grazie ai sussidi che l'impero aveva loro versati.
In nessuno dei paesi occupati da loro si osserva al principio il pi piccolo cambiamento nella circolazione monetaria; anzi anche i re germanici battono moneta con l'effigie degli imperatori(444).
Non c' nulla che attesti meglio la persistenza dell'unit economica dell'impero. Era impossibile togliergli il beneficio dell'unit monetaria. Sino al cataclisma portato dai Carolingi l'Oriente greco come l'Occidente conquistato dai Germani comunicarono attraverso il monometallismo aureo, che era stato quello dell'impero. I navigatori siri, sbarcando nei porti del Mar Tirreno, ritrovavano le monete a cui erano abituati nel mar Egeo. Inoltre anche i conii dei nuovi regni barbari adottarono i cambiamenti introdotti nella moneta bizantina(445).
Naturalmente vi sono monete di bronzo e di argento, ma in questo non si pu vedere col Dopsch(446) la prova dell'introduzione del bimetallismo. L'oro soltanto  la moneta ufficiale. Il sistema monetario dei barbari  quello di Roma. Il sistema carolingio, che sar il monometallismo argenteo, sar il sistema monetario del Medioevo. Non vi sono eccezioni che presso gli Anglo-Sassoni, dove la moneta argentea ha la prevalenza; per furono battute monete d'oro nelle parti meridionali dell'isola, cio in quelle che erano in rapporti commerciali con la Gallia, e sembra che queste monete siano state opera di monetari merovingi(447). Nel pi lontano regno di Mercia, per esempio, non si sono trovate che monete d'argento: alcune con leggende runiche(448).
I re merovingi hanno battuto monete pseudo-imperiali, la cui serie si chiude con il regno di Eraclio (610-641), il primo imperatore che sia stato in dissidio con gli Arabi(449). Esse si distinguono in generale a primo colpo d'occhio dalla monetazione imperiale e sono somigliantissime invece ad altre monete barbariche. Spesso non si pu dire se sono state coniate da Visigoti, da Burgundi ovvero da Franchi(450). La necessit economica fa conservare ai barbari la moneta romana(451); ci che lo prova  che l'imitazione delle monete romane continu a Marsiglia e nelle regioni vicine pi a lungo che altrove(452).  raro trovare il nome dei re franchi sulle monete. Lo si incontra per la prima volta, con grande scandalo di Procopio, al tempo della guerra di Teodeberto I in Italia contro Giustiniano nel 539-540. Tali monete portano anche la parola "victor" che  d'un uso eccezionale nella numismatica romana(453). Essendo queste monete molto pi belle di tutte le altre monete franche, il Prou(454) suppone che Teodeberto le abbia fatte coniare durante la sua spedizione d'Italia, o piuttosto che siano state coniate nelle regioni da lui conservate pi a lungo dopo quella spedizione. Soltanto a partire da Clotario II (584-629 o 630) il nome reale si sostituisce al nome dell'imperatore nelle zecche di Marsiglia, Viviers, Valenza, Arles e Uzs. La formula Victoria Augustorum  sostituita da Victoria Chlotarii(455).
In Gallia sotto Giustino II (565-578) i monetari, a cominciare dalla Provenza, adottarono per il soldo d'oro il peso di 21 silique in luogo di 24. Forse sono questi i solidi Gallicani, di cui una lettera di Gregorio Magno sembra dire che non hanno corso in Italia(456).
La monetazione in oro dei barbari  soprattutto abbondante presso i Franchi e i Visigoti. Per i Vandali non vi sono monete d'oro; per gli Ostrogoti non altre che quelle di Teodorico. Bisogna senza dubbio spiegare ci con la grande diffusione delle monete d'oro romane che continuava presso di loro, perch, almeno per i Vandali, si sa che il paese era assai ricco.
La monetazione conserv naturalmente il suo carattere di privilegio reale; ma l'organizzazione delle zecche si pu dire che fu decentrata, poich i re visigoti fondarono zecche in diverse citt(457). I re franchi avevano una zecca nel palazzo reale ed altre nelle province; ma esistono anche monete coniate dalle chiese e da una infinit di monetarii. Senza dubbio questa diversit di monete  nata dal modo di riscossione dell'imposta, come  spiegato da due studiosi:

Era comodo autorizzare l'esattore di una imposta particolare, l'appaltatore di una salina, l'amministratore di un dominio reale, l'economo di un monastero, ecc. a ricevere in pagamento, all'occorrenza, prestazioni in natura, monete straniere o antiche, metalli a peso, ed a rendere l'ammontare dei suoi incassi, o dei canoni, in denaro monetato sul posto e che portava una firma, che serviva di garanzia al suo titolo e valore, e un nome di luogo, che ne ricordava l'origine(458).

Il Luschin(459) crede discernere in questa monetazione dell'oro fornito dall'imposta un'usanza romana. Per lui i monetari sono non piccola gente, ma gli appaltatori dell'imposta. Ad ogni modo bisogna supporre col Luschin che un controllo era esercitato sulla coniazione di queste monete perch da tanta diversit non risult quel disordine delle monete feudali, che conobbe il Medioevo.
Per il Prou(460) i monetari sono operai fuggiti dalle antiche officine imperiali, i quali si sono messi a lavorare per il pubblico.
Si leggono su alcune monete coniate dai monetari le parole ratio fisci o ratio domini(461), ci che sembra indicare che la moneta  stata coniata sotto la sorveglianza del fsco. Il fatto che i monetari coniano non solo in un gran numero di citt, ma in vici, castra, villae, sembra d'altra parte confermare l'ipotesi che queste monete sono state coniate in occasione della riscossione dell'imposta.  impossibile credere col Prou(462) che vi siano stati in tutti questi luoghi tante zecche; e riconosce egli stesso che i monetari non erano funzionari pubblici(463). Rarissimi sin dal tempo di Pipino, essi disparvero.definitivamente nel 781(464), cio all'epoca in cui scomparve ugualmente l'imposta romana.
Non  data concessione di coniare monete all'epoca merovingia(465). Secondo il Lesne le chiese avrebbero battuto moneta semplicemente per mobilitare le loro rendite: "La monetazione ecclesiastica - egli scrive - sembra essere l'esercizio meno di un diritto regale che della facolt lasciata al clero ed ai monaci di trasformare il loro risparmio in valori di scambio ed in moneta liquida"(466).
Il permanere della coniazione e ci che sappiamo d'altra parte della ricchezza in oro dei re(467), della chiesa e dei privati(468), provano che vi era una massa d'oro veramente considerevole in Occidente. Eppure questo non disponeva di miniere di oro, e bisogna contare per ben poca cosa ci che si poteva ricavare dalle sabbie aurifere. Come si potrebbe parlare di "economia naturale" in presenza di questi tesori considerevoli e cos mobili?
Quanti fatti caratteristici a questo proposito!(469). Il vescovo Baldovino di Tours distribuisce 20 000 soldi d'oro ai poveri. L'oro abbonda nei vestiti, abbonda anche presso i privati, come lo provano le confische continue dei re(470).
Il tesoro reale, alimentato dall'imposta, lo  anche dai sussidi considerevoli degli imperatori, che inviano fino a 50 000 soldi d'oro.  una formidabile pompa aspirante. Ma  anche una pompa premente, perch l'oro del re non stagna nei suoi forzieri. Esso serve a costituire rendite opulente, doti alle sue figlie, doni ai fedeli, larghe elemosine ai poveri. Serve anche a consentire prestiti a interesse, come quello concesso al vescovo di Verdun, a costituire rendite, come facciamo noi con gli assegni in conto corrente, a profitto di ecclesiastici bisognosi, a fornire di denaro sant'Amand, che deve evangelizzare i Franchi, a comprare, come fa Brunechilde, la pace con qualche popolo barbaro(471), a coprire d'argento, come fece Dagoberto, l'abside di San Dionigi; a comprare missoria a Costantinopoli, a pagare le spese della cancelleria, della scola e che so io. Credo bene che una parte di tutte queste immense risorse sia provenuta dal bottino di guerra preso ai Germani ed agli Slavi, dai sussidi bizantini, dai tributi pagati dai Goti dopo Teodorico e pi tardi dai Longobardi(472); ma tutto ci non basta ancora a spiegare tanta abbondanza. Io non vedo se non il commercio, che abbia potuto continuamente portare tanto oro in Occidente. Bisogna dunque considerarlo come ben pi importante di quanto non si sia fatto sinora, e soprattutto rifiutarsi di ammettere che si sia limitato ad una importazione contro denaro contante.
Si  voluto spiegare il tesoro aureo dei re come l'accentramento nelle loro mani di tutto l'oro del paese. li Prou(473) per difendere questa tesi invoca una legge degli imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio, che vieta di pagare i barbari in oro. Ma  naturale che questa legge non poteva essere applicata presso i barbari, che erano indipendenti dall'imperatore. Secondo il Luschin la massa d'oro dei re barbari sarebbe consistita in monete romane ed in oreficeria. Se cos fosse stato,  certo che la riserva d'oro della Gallia non avrebbe potuto mantenersi da Clodoveo a Carlo Martello almeno, cio durante due secoli e mezzo(474). Ci sono dovuti essere arrivi di oro. In qual modo? Col commercio.
I re barbari hanno d'altronde importato oro. La legislazione visigota lo prova(475). Gregorio di Tours ci mostra il re che fa acquisti di oro a Costantinopoli(476), e racconta di un naufragio dinanzi ad Agde, da cui possiamo stabilire che il trasporto dell'oro si faceva anche per mare. La vendita del grano d'altra parte versava certamente oro nel paese(477). Il passaggio dell'oro, come quello degli schiavi,  testimoniato dalle tariffe doganali(478). Ancora, abbiamo gi citato quel testo di Gregorio Magno, dove si danno istruzioni al prete Candido di comprare in Provenza vestiti e schiavi anglo-sassoni con monete d'oro galliche, che non hanno corso a Roma, e che gli ha rimesse.
Non c' dubbio che possediamo pochi testi, ma se gli storici avessero dovuto attenersi alle sole fonti letterarie del Medioevo, come avrebbero potuto conoscere il grande sviluppo del suo commercio? Questo risulta solo da fonti archivistiche. Ora, per il periodo merovingio, a parte alcuni diplomi reali e un piccolissimo numero di carte private, tutti gli archivi sono scomparsi. Si deve dunque ragionare per analogia.
La presenza di questa grande massa di oro bisogna pure spiegarsela. Se esso fosse stato rastrellato dai commercianti stranieri, sarebbe diminuito con l'andare del tempo. Questo invece non si vede;  certo anzi che esiste una grande circolazione monetaria. Bisogna rinunziare all'idea che l'epoca merovingia sia vissuta sotto il regime dell'economia naturale. Il Lot(479) per sostenere questo punto di vista cita l'esempio del comune di Clermont, che paga l'imposta in cereali e in vini. Ma precisamente questa imposta in natura fu poi cambiata in un'imposta in moneta a richiesta del vescovo. Aggiungiamo che questo fatto raccontato da Gregorio di Tours si riferisce al IV secolo, dunque all'epoca imperiale. Gregorio si limita a ricordarlo, sottolineando che l'intervento del vescovo fu un beneficio, ci che prova che al suo tempo ancora l'imposta si pagava normalmente in moneta. Mai d'altronde in Gregorio di Tours si parla di pagamenti fatti altrimenti che in denaro, ed abbiamo mostrato pi su che tutti i versamenti d'imposte al re si facevano in oro.
Inoltre vi era certamente una gran quantit di moneta contante in circolazione, che si cercava di far fruttare. Non si potrebbe altrimenti comprendere come una quantit di ambiziosi offrano al re somme considerevoli per divenire vescovi. L'abitudine di dare in appalto la riscossione delle imposte prova la stessa cosa(480).
Un aneddoto raccontato da Gregorio di Tours(481) mette bene in luce l'importanza del commercio del denaro. L'ebreo Armentario con un suo correligionario e due cristiani erano andati a Tours per esigere le cauzioni, che avevano anticipato, senza dubbio come appaltatori dell'imposta (propter tributa publica), al vicarius Ingiurioso ed al conte Eonomio. Questi avevano promesso di rimborsarli con gli interessi (cum usuris). Quegli appaltatori dell'imposta avevano inoltre prestato denaro al tribunus Medardo, al quale chiesero ugualmente il rimborso del debito. Questi debitori potenti non trovarono nulla di meglio che di invitare i loro creditori ad un banchetto, durante il quale li fecero assassinare.
Secondo ogni apparenza quegli Ebrei e Cristiani associati, che si trovavano ad essere creditori di alti funzionari, avevano accumulato il loro capitale per mezzo del commercio. E si noti che essi lo prestano ad interesse: cum usuris.  una prova, e della pi grande importanza, che sotto i Merovingi l'interesse  considerato lecito. Tutti lo praticano, anche il re, che consente alla citt di Verdun un prestito ad interesse(482).
Secondo una formula di Marculfo(483) l'interesse era di un triens per soldo, ci che rappresenterebbe il 33,5%. Secondo il Breviario di Alarico non sarebbe stato che del 12,5%(484). Forse bisognerebbe concludere che avvenne una restrizione di capitali fra le due date. Ma  poi certo che ci troviamo qui davanti ad interessi commerciali?
La chiesa,  vero, non cessa di proibire al clero ed anche ai laici di praticare l'interesse usurario, ma ci sembra indicare che il tasso dell'interesse ha una tendenza ad aumentare(485).
Soprattutto gli Ebrei si occupavano di questo commercio sul denaro(486). Abbiamo gi segnalato che vi erano Ebrei tra gli esattori delle gabelle, e sembra anche che dovessero esservene molti, poich i concili protestarono a questo riguardo(487). Ve ne erano anche fra i monetari, e si trovano i nomi di alcuni di essi sulle monete(488). La loro clientela, come quella dei prestatori di denaro in generale, doveva essere assai considerevole, perch, oltre agli esattori d'imposte essa doveva comprendere anche i locatores dei possessi ecclesiastici, i quali anch'essi praticavano il sistema dell'appalto. Il credito doveva senza dubbio penetrare anche il commercio. Sidonio(489) riferisce il caso di uno studente (lector) di Clermont, il quale va a Marsiglia per) fare acquisti all'ingrosso presso gli importatori locali con danaro preso a prestito; torna a Clermont, rivende la merce al minuto, e col ricavato rimborsa il suo creditore e fa anche un bel guadagno.
 questo senza dubbio un esempio di quel turpe lucrum, che i concili interdissero(490).
Da tutto ci risulta dunque con molta evidenza la continuazione della vita economica romana all'epoca merovingia in tutto il bacino tirrenico. Perch ci che abbiamo constatato per la Gallia non v' dubbio che accadde anche in Africa e in Spagna.
Di questa vita economica riscontriamo tutti i segni: preponderanza della navigazione orientale e importazione dei suoi prodotti; organizzazione dei porti, della dogana, della gabella, circolazione e conio della moneta; continuazione del prestito a interesse; assenza di piccoli mercati; persistenza di un'attivit commerciale costante nella citt tenuta da mercanti di professione. Vi  senza dubbio nel campo commerciale, come negli altri, un regresso dovuto alla "barbarizzazione" dei costumi; ma non vi  distacco con ci che era stata la vita economica dell'impero. Il movimento commerciale mediterraneo continua con una singolare insistenza, ed  lo stesso per l'agricoltura, che indubbiamente resta la base della vita economica, ma accanto alla quale per il commercio conserva una parte essenziale tanto nella vita quotidiana - con la vendita delle spezie, dei vestimenti, ecc. - che nella vita dello stato - con le risorse che gli procura la dogana - e nella vita sociale - con la presenza di mercanti e con l'esistenza del credito(491).
...
.
...
Capitolo Terzo. LA VITA INTELLETTUALE DOPO LE INVASIONI.
...
.
...
3.1. La tradizione antica(492).
...
.
...
 inutile insistere sulla decadenza crescente dei valori intellettuali e della cultura antica dopo il III secolo. Essa si afferma dappertutto, nella scienza, nell'arte, nelle lettere. Si direbbe che lo spirito stesso  colpito. Pessimismo, scoraggiamento si incontrano dappertutto. Il tentativo di Giuliano fallisce, e dopo quello il genio antico non cerca pi di sfuggire all'insegna cristiana.
La vita nuova della chiesa conserva ancora a lungo l'impronta, che non  fatta per lei, della vita pagana. Essa si conforma a una tradizione letteraria, di cui rispetta il prestigio. Conserva la poesia virgiliana e la prosa dei retori. Se il contenuto cambia, il contenente resta identico. L'apparizione di una letteratura cristiana  ben posteriore alla nascita del sentimento cristiano.
Il trionfo ufficiale e definitivo del cristianesimo sotto Costantino non ha d'altronde coinciso con la sua netta vittoria, che si era gi realizzata. Nessuno cerca pi di farvi opposizione. L'adesione  universale; ma l'accettazione non  completa che presso una minoranza di asceti e intellettuali. Molti entrano nella chiesa per interesse: i grandi, come Sidonio Apollinare, per conservare la loro influenza sociale; i disgraziati per mettersi al riparo.
Presso la maggioranza la vita spirituale non  pi quella antica, non  ancora cristiana, e per tutti costoro si comprende che non c' altra letteratura che quella tradizionale(493). Le antiche scuole di grammatica e di retorica sono esse che determinano ancora il modo di vivere di tutti questi spiriti intiepiditi.
Le invasioni germaniche in Occidente non potevano nulla cambiare e nulla cambiarono a questo stato di cose(494). Come avrebbero potuto farlo? Si sa che i Germani non solo non apportarono nessuna idea nuova, ma che dovunque si stabilirono, lasciarono sussistere - tranne gli Anglo-Sassoni - la lingua latina come solo mezzo di espressione. In questo, come in tutti gli altri campi, essi si assimilarono. Il loro atteggiamento fu lo stesso sia nel campo intellettuale che in quello politico o economico. I loro re appena installati si circondano di retori, giuristi e poeti, e da costoro fanno scrivere le loro leggi, redigere la corrispondenza, indirizzare secondo gli antichi modelli gli atti della cancelleria. In breve, conservano intatto lo stato di cose esistente. Con essi la decadenza continua, con la sola differenza di essere maggiormente accentuata perch si comprende come la barbarizzazione sia stata pi funesta ancora per lo spirito della cultura che per le sue espressioni materiali. Sotto le dinastie dei nuovi stati del bacino occidentale del Mediterraneo ci che si compie  la decadenza di una decadenza.
Vedete a questo riguardo il Regno ostrogoto. Tutto vi si continua come sotto l'impero. Basta ricordare i nomi dei due ministri di Teodorico: Cassiodoro e Boezio. E ce ne sono altri. Il poeta Rustico Elpidio, autore di un Carmen de Christi Jesu Beneficii, fu medico e favorito di Teodorico(495). Citiamo ancora Ennodio nato senza dubbio ad Arles nel 473 e scrittore del tutto profano, sebbene divenuto vescovo di Pavia nel 511, al punto da celebrare gli amori di Pasifae(496).  un retore divenuto, se si vuole, professore di eloquenza sacra. Da lui possiamo indurre che le scuole di retorica a Roma sono ancora in piena attivit. Egli scrive il panegirico di Teodorico tra il 504 e il 508 nello stesso stile gonfio e pretenzioso che quello della sua biografa di Antonio, monaco di Lrins(497). Fa ancora della grammatica, della retorica, che "comanda all'universo", le basi dell'educazione del cristiano. Per formare l'educazione dei giovani raccomanda alcuni retori distinti di Roma allo stesso modo come la casa d'una signora "tanto pia quanto spirituale"(498). Una tale letteratura si sostiene quindi in gran parte "sulla frase"; ma per questo stesso fatto prova che c'era ancora un discreto numero di letterati negli alti strati sociali dell'Italia di Teodorico.
Boezio, nato a Roma nel 480, apparteneva alla grande famiglia degli Anici. Console nel 510, divenne ministro di Teodorico, che gli affid l'incarico di mettere ordine nel sistema monetario; fu giustiziato nel 525 per complotto tramato con Bisanzio. Tradusse Aristotile, e i suoi commenti esercitarono un'influenza sul pensiero del Medioevo; tradusse ancora l'Isagoge di Porfirio e le opere di musicisti e di matematici greci. In prigione scrisse il De consolatione philosophiae, in cui il cristianesimo si mescola ad una morale stoica romana. Ci troviamo ancora davanti ad uno spirito elevato e ad un pensatore.
Cassiodoro  un gran signore nato verso il 477. Fu il principale ministro di Teodorico, di cui guadagn il favore con un panegirico composto in suo onore. A venti anni fu questore e segretario di Teodorico, poi console. Anche dopo Teodorico e fin sotto il regno di Vitige egli conserv la sua posizione a corte; ma la sua influenza non fu pi preponderante dopo la reggenza di Amalasunta (535). Nel 540 si ritir dal mondo per consacrarsi alla vita religiosa nel monastero di Vivarium fondato da lui nelle sue terre del Bruzio che il suo bisnonno aveva un tempo difese contro Genserico. Avrebbe voluto che i monaci raccogliessero nei chiostri tutte le opere della letteratura classica antica. Forse quest'idea di far rifugiare la cultura nei monasteri gli era stata ispirata dalla guerra di Giustiniano, che d'altra parte gl'imped di istituire la scuola di teologia, che sognava di fondare.
Bisogna ancora ricordare Aratore, entrato al servizio dello stato sotto il regno di Atalarico e che fu comes domesticorum e comes rerum privatarum. Entr nella chiesa probabilmente durante l'assedio di Roma da parte di Vitige, per avere un asilo. Nel 544 declamava pubblicamente il suo poema De actibus apostolorum nella chiesa di San Pietro in Liens.
Venanzio Fortunato, nato fra il 530 ed il 540, studi la grammatica, la retorica e la giurisprudenza a Ravenna. Nel 560 part per la Gallia dove conquist le buone grazie di Sigeberto d'Austrasia e di altri grandi personaggi. A Poitiers entr in relazioni con santa Radegonda, che stava fondandovi il monastero della Santa Croce; vi fu prete, e mor vescovo di Poitiers.
I suoi poemi sono soprattutto panegirici; a lui si devono specialmente quelli di Chilperico, di cui loda il talento, e di Fredegonda. Vanta l'eloquenza romana di Cariberto(499); loda il duca Lupo, un romano che ama attirare alla corte del suo signore quei suoi compatrioti che si distinguono per erudizione, come Andarchio(500); celebra l'eloquenza di Gogo; compone un epitalamio nell'occasione del matrimonio di Sigeberto e di Brunechilde, nel quale mette in iscena Cupido e Venere. Egli  l'autore dell'epitaffio di una barbara, Vilithuta, morta di parto a diciassette anni, e che la cultura aveva fatto una romana. Scrisse anche inni religiosi.
Partenio, che studi a Roma, fu magister officiorum di Teodeberto. Gregorio di Tours(501) racconta che egli fu lapidato dal popolo che gli rimproverava il peso troppo grave delle imposte. Egli era legato di amicizia con Aratore(502).
La parte avuta dai retori romani non  meno importante presso i Vandali. Draconzio dedica al re Gontamondo (484-496) un poema intitolato Satisfactio. Egli  stato l'allievo del grammatico Feliciano. Appare dalle sue opere che i Vandali assistevano in compagnia dei Romani alle lezioni dei grammatici. Si noti inoltre che la sua famiglia era restata in possesso dei propri beni. Dopo avere imparato la grammatica e la retorica si era consacrato alla carriera giuridica. Egli fu in seguito perseguitato da Gontamondo, che lo fece gettare in prigione e confisc i suoi beni per un brano di versi dove sembra avesse troppo celebrato l'imperatore a detrimento del re(503).
Ai regni di Trasamondo (496-523) e Ilderico (523-530) appartengono i poeti dell'Antologia: Fiorentino, Flavio Felice, Lussorio, Mavorzio, Coronato, Calbulo, che fanno, quantunque cristiani, letteratura pagano-antica(504). Celebrano le terme magnifiche di Trasamondo, i monumenti costruiti ad Aliana(505); parlano del grammatico Fausto amico di Lussorio. Il cristianesimo in questi poemi si mescola all'oscenit(506).
Il conte vandalo Sighisteo, protettore del poeta Partenio,  egli stesso poeta(507); n  da dimenticare Fulgenzio, grammatico di professione, che scrisse a Cartagine negli ultimi vent'anni del V secolo. Gonfio, scorretto, egli fa della mitologia allegorica, il solo mezzo per salvare gli orpelli cari ancora ai grammatici.
Presso tutti i Germani si ritrova lo stesso stato di cose. Sidonio  il grande uomo presso i Burgundi(508). Presso i Visigoti Eurico  gi circondato di retori. I re Wamba, Sisebuto, Chindasvinto, Chintila sono scrittori. Autori come Eugenio di Toledo, Giovanni di Biclaro, Isidoro di Siviglia scrivono in latino ed anche in buona lingua(509). Presso i Franchi ricordiamo che il re Chilperico scrisse lui stesso poemi latini(510).
Bisogna infine tener conto dell'influenza di Costantinopoli, centro d'attrazione intellettuale e di studi. Pare che sia stata soprattutto scuola di medicina, come si pu constatare da molti passi di Gregorio di Tours.
Insomma le invasioni non hanno modificato il carattere della vita intellettuale nel bacino del Mediterraneo occidentale. La letteratura continua, se non vogliamo dire a fiorire, a vegetare a Roma, a Ravenna, a Cartagine, a Toledo e in Gallia, senza che appaia nessun elemento nuovo fino al momento in cui si far sentire l'influenza degli Anglo-Sassoni. Senza dubbio la decadenza  evidente, ma la tradizione sussiste. Poich vi sono ancora scrittori ci vuol dire che vi  ancora per leggerli un pubblico, e anche un pubblico relativamente letterato. I poeti hanno trasferito sui re germanici le adulazioni che prodigavano un tempo all'imperatore. A parte che essi sono pi piatti, ripetono per i medesimi temi.
Questa vita intellettuale all'antica continua ancora nel VII secolo, dato che il papa Gregorio Magno rimprovera a Desiderio, vescovo di Vienne, di non consacrarsi che alla grammatica, e che in Spagna si incontrano molti buoni storici fino alla conquista araba. In tutto ci il contributo dei Germani  nullo(511).
...
.
...
3.2. La chiesa.
...
.
...
Che la chiesa dopo la caduta degli imperatori d'Occidente abbia continuato a svilupparsi senza mutare il suo indirizzo,  cosa del tutto evidente. Essa rappresenta per eccellenza la continuit del romanesimo, crede tanto pi all'impero in quanto le offre un piano provvidenziale. Tutto il suo personale  romano ed appartiene a quell'aristocrazia, che detiene ci che ancora rimane della civilt(512). Molto pi tardi vi entreranno alcuni barbari.
Dal punto di vista sociale la sua influenza  immensa. Il papa a Roma, il vescovo nella citt, ecco i personaggi principali. Chi vuol fare carriera o mettersi al riparo dalle tempeste si deve rifugiare nella chiesa, sia egli un gran signore, come Sidonio o come Avito, sia uno spiantato, come Paolino di Pella. Quasi tutti gli scrittori, dei quali abbiamo fatto parola, sono finiti nel suo seno.
Ma vi sono anche quelli che vi entrano per convinzione, che vi sono spinti dalla fede. E qui senza dubbio bisogna fare la parte pi grande all'ascetismo orientale. Esso si diffonde presto in Occidente e costituisce uno dei tratti essenziali dell'epoca(513).
San Martino, nato in Ungheria, che fu vescovo di Tours (372-397), fond verso il 360 il monastero di Ligug presso Poitiers; san Giovanni Cassiano monaco a Betlemme, poi in Egitto ed a Costantinopoli, fond San Vittorio di Marsiglia verso il 413; verso il 410 Onorato, che doveva divenire vescovo di Arles, fond il monastero di Lrins nella diocesi di Grasse. Vi si fece profondamente sentire l'influenza di quell'ascetismo egiziano che insieme con il monachesimo orientale vediamo diffondersi in Gallia verso la stessa epoca(514).
I barbari rimasero estranei a questo movimento; anzi si deve ammettere che le agitazioni da essi provocate contribuirono largamente a sviluppare il monachesimo, rigettando verso i chiostri, fuori d'un mondo che diventava insostenibile, una gran quantit di migliori spiriti del tempo. Cassiodoro fond il chiostro di Vivario sulle sue terre; san Benedetto (480-543) gett le basi della celebre abbazia di Montecassino e le dette la famosa regola benedettina, che Gregorio Magno doveva diffondere.
Il movimento si estende dal Sud al Nord, santa Radegonda va a cercare ad Arles la regola di san Cesario, che essa introduce nel suo monastero di Poitiers.
Questo Cesario  un personaggio rappresentativo del suo tempo(515). Nativo di una grande famiglia di Chalon-sur-Sane, egli nel 490, all'et di venti anni, va a cercare un asilo a Lrins. E tutta la sua vita tradisce il cristiano entusiasta. Fu dal 502 al 543 vescovo dell'antica Arles, che Ausonio chiama "la Roma Gallica". Il re dei Visigoti Alarico II lo esili a Bordeaux. Pi tardi lo si trova in rapporti con Teodorico. Si orienta verso il papato, in cui vede, in mezzo ai cambiamenti di dominazione, ai quali ha, assistito, il simbolo dell'impero scomparso. Guarda la vita religiosa attraverso l'ideale del monaco, consacrato alla carit, alle predicazioni, al canto degli inni ed all'insegnamento. Tiene numerosi sinodi per riformare la chiesa. Per lui la mediterranea Arles diventa la chiave di volta della chiesa franca; e quasi tutto il diritto canonico della Francia merovingia esce da Arles nel secolo VI(516). Le collezioni conciliari d'Arles divennero poi il modello di tutte le seguenti(517). Nel 513 il papa Simmaco gli d il diritto di portare il pallium, e fa di lui il suo rappresentante in Gallia. Gi nel 500 egli aveva preso la direzione di un monastero dissoluto in un'isola del Rodano presso Arles e gli aveva dato una regola(518). In seguito, nel 512, fond ad Arles un monastero di donne, che nel 523 contava gi 200 monache. Gli dette una regola, ma evit di renderla troppo rigorosa: ordin letture, lavoro di cucito, canto di inni, copie calligrafiche, mettendolo sotto la protezione di Roma.
Le sue prediche semplici e popolari, di cui inviava copie dappertutto, ebbero un'influenza enorme in Gallia, in Spagna, in Italia.
Come san Cesario in Gallia san Benedetto  la grande figura religiosa del VI secolo in Italia. Nato probabilmente presso Spoleto, studi a Roma prima di ritirarsi nella solitudine di Subiaco. Asceti si raccolgono intorno a lui. Nel 529 si stabilisce con essi a Montecassino. La sua regola ha utilizzato quelle di Cassiano, Rufino e sant'Agostino. Essa non prescrive lo studio, bench vi si parli di libri da leggere in quaresima, ha un carattere pratico senza austerit eccessiva. Ci che soprattutto doveva fare la sua futura importanza universale fu la vicinanza di Roma.
La diffusione del monachesimo in quest'epoca  straordinaria(519). I re(520), gli aristocratici, i vescovi(521) creano abbazie.
I grandi propagatori del monachesimo saranno in Spagna san Fruttuoso vescovo di Braga (m. 665), a Roma Gregorio Magno.
La sua impronta  soprattutto forte lungo le coste del Mediterraneo. Esso sembra associarsi all'evangelizzazione dei pagani, come mostrano le biografie di quei grandi Aquitani, sant'Amando (m. 675-676) e san Remaclo (c. 650-670), che furono nello stesso tempo evangelizzatori e monaci.
I monaci andarono ad evangelizzare gli Anglo-Sassoni. La missione condotta da Agostino, che aveva con s quaranta monaci, tocc il reame di Kent verso la Pasqua del 597(522). Nel 627 il cristianesimo si era diffuso dal Kent al Northumberland. La cristianizzazione era completa nel 686(523).
Cos dal Mediterraneo parte questo prolungamento settentrionale della chiesa, le cui conseguenze dovevano essere tanto profonde. Esso fu opera di uomini del tutto romanizzati e di grande cultura, come Agostino ed i suoi compagni.
Nel 668 il papa Vitaliano invia come arcivescovo a Canterbury Teodoro di Tarso, che ha studiato ad Atene. Il suo amico Adriano, che l'accompagna, e che  africano, conosce il greco e il latino. Insieme con gli Irlandesi egli propag la cultura antica tra gli Anglo-Sassoni(524).
Cos dunque il Mediterraneo  il focolare del cristianesimo vivente. Nicezio, vescovo di Treviri,  originario di Limoges, e se ne potrebbero citare molti altri. Thierry I invia ecclesiastici da Clermont a Treviri(525).
L'uomo di quest'epoca che esercit la pi grande influenza sull'avvenire fu Gregorio Magno. Era un patrizio come Cassiodoro; cominci come predicatore. Per ascetismo vendette i suoi beni e col ricavato fond sette conventi. Sebbene monaco, fu inviato dal papa come nunzio a Costantinopoli nel 580. Nel 590 eccolo divenuto papa. Mor nel 604. Come scrittore cerca la semplicit, disdegna i fiori della retorica profana, che considera come una sterile ciancia(526).  per un uomo di cultura; ma a lui il contenuto importa pi della forma, e la sua opera costituisce una vera rottura con la tradizione della retorica antica. Ci doveva accadere non soltanto perch questa retorica era evidentemente sterile, ma anche perch l'ascetismo, che richiamava la chiesa alla sua missione, la conduceva al popolo.
Gi Eugippio nella sua vita di san Severino si rifiutava di usare uno stile, che la gente del popolo avrebbe durato fatica a comprendere(527), e san Cesario di Arles dice espressamente che ha bisogno di scrivere in modo da essere compreso dagli illetterati(528).
Cos si adatta la chiesa. Essa fa della letteratura uno strumento di cultura per il popolo, cio uno strumento di edificazione.
Gregorio Magno dunque, come dice il Roger(529), la ruppe con le lettere antiche. Ed infatti egli biasimava Desiderio, vescovo di Vienne, perch si era dato all'insegnamento della grammatica, e cantava, lui cristiano, le lodi di Giove(530).
Cos la chiesa, cosciente della sua missione, si serve del latino volgare o per meglio dire di un latino senza retorica, accessibile al popolo(531). Essa vuole scrivere in questo latino del popolo che  una lingua viva, la lingua del tempo, che non si preoccupa delle scorrettezze. Essa compone per il popolo vite di santi che mirano all'edificazione miracolosa. Questa semplicit di lingua, che  quella di Isidoro di Siviglia (m. 646), non  esclusiva della scienza. Isidoro  un compilatore, che vuol mettere la scienza antica alla portata dei suoi contemporanei. In lui non sussiste pi nulla dello spirito antico; il suo intento  di far conoscere una quantit di formule e di fatti. Egli fu l'enciclopedia del Medioevo ed era anche lui un mediterraneo.
Cos ancora nella Romania del Sud si opera questo nuovo orientamento, che lo spirito cristiano d alla letteratura, la quale, forse barbara nella forma, non resta meno viva e operante. Fu l'ultima forma, in cui il latino sia stato ancora scritto come lingua parlata, come lingua dei laici. Perch per i laici scrivono tutti questi scrittori, che abbandonano la tradizione antica per farsi comprendere da essi. N  diversamente in Inghilterra, dove il latino  importato come lingua letteraria per i bisogni della chiesa, ma non  fatto nessuno sforzo per introdurlo nel popolo, che resta puramente germanico di lingua.
Verr il tempo in cui gli ecclesiastici scriveranno di nuovo in un latino classico; ma allora questo latino sar diventato una lingua letteraria che scriveranno solo loro.
...
.
...
3.3. L'arte.
...
.
...
Dopo le invasioni non si constata nessuna interruzione nell'evoluzione artistica della regione mediterranea. L'arte attesta la continuazione di questo processo di orientalizzazione, che sotto l'influenza della Persia, della Siria, dell'Egitto si manifesta sempre pi nell'impero. C' in questo una reazione anti-ellenistica, che si potrebbe paragonare alla reazione romantica contro l'arte classica e che si traduce nella stilizzazione della figura, la zoomorfia, il gusto della decorazione, dell'ornamento, del colore.
L'Occidente non sfugge a questa orientalizzazione progressiva. Essa si fa sentire tanto pi in quanto le relazioni commerciali sono pi attive con la Siria, l'Egitto, Costantinopoli. I mercanti siri fornitori di oggetti di lusso disseminarono dappertutto dal III secolo e fino nella Gran Bretagna oreficerie ed avori venuti dall'Oriente.
L'influenza della chiesa cos come quella del monachesimo agirono nello stesso senso. L'Occidente, come sempre, segu l'esempio. Le invasioni germaniche non portarono in questo campo nessun cambiamento(532); si potrebbe dire al contrario che esse abbiano collaborato al movimento, perch i Germani e soprattutto i Goti durante il loro soggiorno nella pianura russa subirono profonde influenze orientali venute attraverso il Mar Nero. Le loro fibule, le collane, gli anelli, i loro oggetti di oreficeria intagliata risentono dell'arte decorativa sarmata e persiana, a cui si sono mescolati senza dubbio i caratteri propri della loro suppellettile dell'epoca del bronzo. Essi hanno conosciuto cos un'arte, che i Romani chiamavano ars barbarica, e che si  estesa nell'impero fin dal principio delle invasioni, poich la si vede praticare a Lione da un artigiano originario della Commagena(533). Gi nel IV secolo la vetreria intagliata  di uso corrente negli eserciti imperiali(534).
Gli artigiani locali si ispirano a modelli esotici; d'altra parte  lecito domandarsi in quale misura quest'arte sia stata praticata dagli stessi Germani. Sappiamo dalla Legge dei Burgundi che avevano schiavi orefici incaricati di provvedere all'ornamento dei guerrieri e delle donne, e questi schiavi erano indubbiamente Greci in un primo tempo e pi tardi Romani. Costoro diffusero nell'impero all'epoca delle invasioni quest'arte, che fioriva presso i Visigoti come presso i Vandali ed i Burgundi(535).
Ma a misura che si stabiliva il contatto con la tradizione antica quest'arte "barbara" a poco a poco si confinava nel popolo. I re ed i grandi vollero di pi. Non concepivano altra arte che quella dell'impero. Chilperico fa vedere a Gregorio di Tours le belle monete d'oro, che l'imperatore gli ha inviate, e gli dice che ha fatto fabbricare un piatto d'oro e ne ordiner altri a Costantinopoli, "per fare onore alla stirpe dei Franchi"(536). Secondo lo Zeiss(537) l'ornamentazione con bestie  scomparsa molto presto, e gi nel VI secolo la fonte propriamente germanica dell'arte visigota  esausta.
I Germani installati nella Romania non hanno fatto nascere un'arte originale come gl'Irlandesi e gli Anglo-Sassoni. Presso questi ultimi, mancando un ambiente romano, l'arte ha conservato un carattere nazionale esattamente come il diritto e le istituzioni. Ma l'influenza di quest'arte dovr manifestarsi in Gallia molto pi tardi, nel VII secolo da parte degli Irlandesi, nell' VIII da parte degli Anglo-Sassoni(538).
Abbiamo conservato di quest'arte barbara, d'altronde molto inferiore ai capolavori dell'arte sarmata, a cui si  ispirata al principio, pezzi molto belli, come la corazza di Teodorico, l'evangeliario di Teodolinda nella cattedrale di Monza e le corone di Guarrazzar.  difficile d'altronde considerare questi lavori produzioni barbare. Il Riegl e lo Zeiss ammettono che, specialmente in ci che concerne le corone,  un'arte di operai romani. Sant'Eligio, che fabbric diverse opere d'arte(539), era un gallo-romano. Non si pu dunque parlare qui di un'arte propriamente germanica, ma piuttosto di arte orientale.
Bisognerebbe potervi distinguere le influenze dovute alla forte importazione delle oreficerie e degli avori di Bisanzio, della Siria e dell'Egitto. Secondo il Dawson(540) l'arte irano-gotica portata dai barbari, cede in Francia fin dalla met del VI secolo, e quindi nel Mezzogiorno ancor prima all'arte siriaca e bizantina, che si diffonde nel Mediterraneo(541). Un dotto scandinavo ha segnalato l'importanza degli apporti orientali nell'arte germanica presso gli Anglo-Sassoni(542).
La Persia ha esercitato la sua influenza per mezzo dell'importazione dei suoi tappeti sino nel centro della Gallia(543).
L'arte copta dell'Egitto ha avuto importanza soprattutto per gli avori di Alessandria e per le stoffe. Ricordiamoci inoltre che gi quando sant'Onorato nel 410 fond il monastero di Lrins parecchi religiosi egiziani vennero a stabilirvisi.
Insomma, l'arte venuta attraverso il Mediterraneo, interamente orientale, si  incontrata con quella dei barbari, anche orientale, e si  avuta una interpretazione, dominata evidentemente dalla corrente venuta dal Sud, poich questa aveva la tecnica pi sviluppata(544).
Questa penetrazione orientale si nota dappertutto: in Gallia, in Italia, in Africa, in Spagna. Essa d a tutto l'Occidente un'impronta bizantina.
La tomba di Chilperico, secondo il Babelon,  opera di artisti bizantini stabiliti in Gallia(545). Ad essi sarebbero dovuti gli oggetti pi perfetti; i pi grossolani sarebbero dovuti a maldestri allievi barbari. Lo Schmidt ammette che l'arte barbara di quest'epoca  opera di schiavi gallo-romani, che lavorano secondo il gusto germanico, cio secondo il gusto orientale(546). Uguale orientalizzazione in tutte le altre arti decorative al di fuori dell'oreficeria. Le splendide stoffe, che Dagoberto offre a San Dionigi sono di tessuti orientali; il papa Adriano (772-795) non ha dato durante il suo pontificato meno di 903 pezzi di stoffe preziose alle basiliche di Roma(547). Sono tessuti di seta fabbricati a Costantinopoli o altrove sotto l'influenza di modelli persiani(548).
Il medesimo orientalismo si trova nella decorazione dei manoscritti. Il sacramentario di Gallone, opera visigota,  decorato con pappagalli dalle penne di colori sgargianti, con pavoni, avvoltoi, leoni, serpenti, che indicano abbastanza bene la loro origine. Si possono anche scoprire alcune influenze armene(549). I manoscritti diffusi nel secolo VII dagli Irlandesi avranno invece un carattere pi nazionale e pi barbarico. Vi si troveranno riuniti a motivi indigeni di origine preistorica alcuni elementi di origine orientale ricevuti senza dubbio attraverso l'arte delle Gallie(550).
L'arte del mosaico procede con lo stesso spirito. I temi mitologici e cristiani in grande uso all'epoca galloromana scompaiono per dar posto alle decorazioni di fogliame e di animali, delle quali i mosaici siriaci ed africani del V secolo offrono tanti esempi(551). Nella chiesa di San Crisogono in Trastevere a Roma i resti dipinti su di una parete, che rimonta alla ricostruzione della chiesa da parte di Gregorio in nel 731, mostrano aquile e dragoni alternati nei medaglioni in mezzo ad intrecci e rosoni ornamentali(552). Allo stesso modo nei frammenti di mosaici nella chiesa di San Ginesio di Thiers, costruita nel 575 da sant'Avito vescovo di Clermont, si riconosce l'imitazione di una stoffa persiana. "Niente mostra la voga delle stoffe orientali nella Gallia merovingia meglio di questo piccolo monumento, che misura appena un metro di lunghezza."(553)
E probabilmente sar dovuto avvenire lo stesso per la pittura decorativa. Gregorio di Tours racconta che Gundobaldo si fa passare per un pictor decoratore di case(554). Questo testo mostra che si policromavano le abitazioni private anch'esse secondo il gusto delle stoffe orientali. Si policromavano altres le chiese, dove senza dubbio la figura umana doveva avere una parte molto importante, come nei mosaici di San Vitale di Ravenna. Gregorio Magno biasima il vescovo Sereno di Marsiglia per aver distrutto le pitture della sua chiesa, poich servivano, egli dice, alla istruzione religiosa del popolo(555).
Non bisogna raffigurarsi l'epoca del VI e VII secolo priva di attivit artistica. Si costruisce dappertutto(556). Basta ricordare quei monumenti di prim'ordine come la chiesa di San Vitale di Ravenna. Il lusso bizantino si incontra in tutte le costruzioni del tempo. A Clermont il vescovo fa costruire una chiesa con rivestimenti di marmo, quarantadue finestre e settanta colonne(557).
Fortunato descrive la chiesa di San Germano costruita nel 537, con le sue colonne di marmo e le sue finestre vetrate, e la Vita Droctovei parla dei suoi mosaici, delle sue pitture e delle piastrelle dorate del tetto(558).
Leontino di Bordeaux (verso il 550) costruisce nove chiese(559). Sidonio alla fine del V secolo, in mezzo alle invasioni, si lamentava che si mantenessero appena le antiche chiese(560). Ma, cessati i disordini, si recupera il tempo perduto. Da ogni parte si restaura e si fabbrica, ci che indica evidentemente un certo grado di prosperit. Nicezio di Treviri, Vilico di Metz, Carentino di Colonia restaurano ed abbelliscono chiese(561). Il vescovo di Magonza costruisce la chiesa di San Giorgio e un battistero a Xanten; Desiderio di Cahors (630-655) edifica una gran quantit di chiese nella citt e nei dintorni, come pure un monastero. Aggiungiamo le costruzioni di Agricola a Chlon(562), di Dalmazio a Rodez(563). Molti operai (artifices) erano chiamati dall'Italia. Sappiamo che il vescovo Nicezio fece venire artifices dall'Italia a Treviri(564). Ma c'erano anche architetti barbari(565).
Il battistero di Poitiers pu darci un'idea delle loro costruzioni che non sfuggivano, neanch'esse, all'influenza orientale(566).
In breve, quello che sappiamo di tutte le arti e in tutti i sensi, ci mostra, come dice il Brhier(567), "l'arte occidentale libera da ogni influenza classica". Ma egli ha torto quando pretende che quest'arte si sarebbe sviluppata nello stesso senso che l'arte araba, se non vi fosse stata la rinascenza carolingia. No,  evidente che si sviluppava nel senso bizantino. Tutto il bacino del Mediterraneo prendeva esempio da Costantinopoli.
...
.
...
3.4. Carattere laico della societ.
...
.
...
Bisogna insistere ancora su un ultimo fatto, che ha poco attirato l'attenzione sino ad ora, ma che offre un ultimo argomento per dimostrare che la societ dopo le invasioni continu esattamente quella di prima. Si tratta del suo carattere laico. Bench sia grande il rispetto che si professa per la chiesa e grande la sua influenza, essa non si integra nello stato. Il potere politico dei re come quello degli imperatori  puramente laico. Nessuna cerimonia religiosa, altro che presso i Visigoti a partire dalla fine del VII secolo,  celebrata all'avvento dei re. Nessuna formula di devoluzione gratia Dei nei loro diplomi. Nessun ecclesiastico  incaricato di funzioni alla loro corte. Essi hanno per ministri e per funzionari solamente dei laici; sono capi della chiesa e nominano vescovi, convocano concili e talvolta vi prendono anche parte. Fra essi e i governi posteriori all'VIII secolo esiste a questo riguardo un contrasto completo(568). La schola, che essi mantengono nella loro corte, non rassomiglia in nulla alla scuola del palazzo di Carlomagno. Essi lasciano che la chiesa prenda a suo carico volontariamente un certo numero di servizi pubblici, ma non gliene delegano nessuno, e non le riconoscono altra giurisdizione se non quella disciplinare. La sottomettono alle imposte; la proteggono, ma senza subordinarsi mai ad essa, e bisogna ricordare che la chiesa in cambio della loro protezione  verso di essi particolarmente fedele. Anche sotto re ariani non si ha nessuna notizia che si sia ribellata contro di loro(569). La cosa  cos perch tutta la societ non  ancora dipendente dalla chiesa per la sua struttura civile, ed  ancora capace di fornire allo stato il suo personale laico.
L'aristocrazia senatoriale formata nelle scuole di grammatica e di retorica  il vivaio dell'alto personale governativo. Basta ricordare i nomi di uomini come Cassiodoro e Boezio. Anche dopo di questi, malgrado la decadenza della cultura, le cose vanno nello stesso modo. Anche sotto i Merovingi il palazzo abbondava di laici istruiti. Sappiamo da Gregorio di Tours che i figli dei re erano iniziati con cura alla cultura letteraria ed altrettanto avvenne presso gli Ostrogoti ed i Visigoti. Lo stile pomposo delle lettere scritte dalla cancelleria merovingia agli imperatori prova che negli uffici amministrativi anche ai tempi di Brunechilde c'erano ancora estensori che avevano conoscenze letterarie(570), e non c' dubbio che si trattava di laici, poich anche qui la cancelleria, sull'esempio imperiale, era esclusivamente composta di laici(571). D'altronde si potrebbe fornire una buona quantit di esempi. Asteriolo e Secondino, favoriti di Teodeberto I, erano ciascuno rethoricis imbutus litteris(572); Partenio, magister officiorum et patricius, sotto il medesimo re and a completare a Roma la sua formazione letteraria(573). Peraltro la educazione di questi funzionari non era puramente letteraria(574). Desiderio di Cahors, tesoriere reale sotto Clotario II (613-629-630),  istruito nella gallicana eloquentia e nelle leges romanae. Nel VII secolo c' ancora senza dubbio nel palazzo un maggior numero di persone istruite di quante si supponga.
Per quanto riguarda i Visigoti basta leggere le loro leggi, nelle quali fa pompa la verbosit e la retorica, ma che si distinguono in pari tempo per le loro minuziose prescrizioni intorno alla vita sociale, per accorgersi che la formazione letteraria di questo personale andava di pari passo con la pratica degli affari.
Cos i re hanno governato con uomini, nei quali sopravviveva la tradizione letteraria e politica di Roma; ma quello che forse pi colpisce  che essi abbiano amministrato con un personale letterato. Del resto non poteva essere altrimenti. L'organizzazione amministrativa dell'impero, che essi si sforzarono di conservare, esigeva in modo assoluto la collaborazione di funzionari istruiti. Come sarebbe stato possibile altrimenti compilare e tenere a giorno i registri delle imposte, procedere alle operazioni del catasto, spedire tutti gli atti che emanavano dal tribunale reale e dalla cancelleria del palazzo? Ugualmente, per i funzionari subalterni, come tenere i conti dei diritti di dogana senza saper leggere e scrivere correntemente? Per le amministrazioni cittadine la compilazione dei gesta municipalia ci obbliga ad accettare le medesime conclusioni.
Ma quello che occupa la pi grande quantit di notarii per tutta l'estensione del territorio  il diritto romano o il diritto romanizzato, con la sua procedura scritta e il deposito degli atti dei giudizi, contratti, testamenti. Per questa gente scrive Marculfo. Essi erano dunque nella loro stragrande maggioranza laici, a dispetto del diaconus., che si trova menzionato nelle formule di Bourges e di Angers(575).
 evidente che per tutto questo personale c'erano scuole: cosa che ho gi dimostrato in un altro mio scritto(576). Anche presso i Longobardi esistevano queste scuole(577). Presso i Visigoti la scrittura  tanto diffusa che il re fissa un prezzo per la vendita degli esemplari della legge. Cos il saper leggere e scrivere era una cosa di uso molto corrente nell'ambiente amministrativo.
Una cosa consimile avviene per necessit economica nell'ambiente dei mercanti. Una classe di mercanti professionali che esercitassero il commercio in paesi lontani non avrebbe potuto mantenersi senza un minimo di istruzione. Noi sappiamo del resto da Cesario di Arles che i mercanti avevano commessi che sapevano di lettere.
Nell'epoca merovingia dunque la scrittura  indispensabile per la vita sociale; e questo spiega perch in tutti i regni stabiliti in Occidente il corsivo romano si sia conservato nella forma della minuscola corsiva, presa nel V secolo: si tratta di una scrittura rapida, una scrittura di affari e non una calligrafia. Da essa provengono le scritture merovingia, visigota e longobarda(578), che una volta si chiamavano scritture nazionali, a torto, poich esse non sono a rigore che la continuazione del corsivo romano perpetuato dai funzionari e dai mercanti. Questa scrittura corsiva  quella che meglio conviene alla lingua viva, ma decadente, dell'epoca. Negli usi correnti della vita il latino  ancora pi corrotto che nella letteratura;  divenuto una lingua piena di scorrettezze e di solecismi, infedele alla grammatica e che tuttavia  sempre un autentico latino.  quello che i letterati chiamano il latino rustico, e tuttavia vi si adattano e l'impiegano, soprattutto in Gallia, perch  la lingua popolare, quella di tutti. E l'amministrazione fa come loro. Era questo senza dubbio il latino che si insegnava nelle scuole inferiori. Non c' nessun testo da cui possa dedursi che in chiesa il popolo non comprende pi quello che dice il prete, come avverr nel secolo IX. Anche in questo caso c', se si vuole, un imbarbarimento della lingua, che per non ha niente di germanico. La lingua sussiste, e fino a tutto il secolo VIII  quella che determina l'unit della Romania(579).
...
.
...
CONCLUSIONE.
...
.
...
Da qualsiasi lato si guardi, il periodo aperto con lo stabilirsi dei barbari sul territorio dell'impero non ha introdotto nella storia nulla di assolutamente nuovo(580). I Germani hanno distrutto il governo imperiale in partibus occidentis, ma non l'impero. Essi stessi, installandovisi come foederati, lo riconoscono. Lungi dal volervi sostituire qualche cosa di nuovo, essi vi prendono stanza, e, se i loro ordinamenti provocano gravi degradazioni, non portano con s un piano nuovo. Si potrebbe quasi dire che il vecchio palazzo  stato diviso in tanti appartamenti, ma la sua costruzione sopravvive. In breve, il carattere essenziale della Romania resta mediterraneo. I paesi confinanti rimasti germanici e l'Inghilterra non svolgono ancora nessun ruolo: l'errore  stato di averli presi a considerare in quest'epoca come punto di partenza nella storia. A guardare le cose come sono, la grande novit dell'epoca  dunque un fatto politico: una pluralit di stati si sostituisce in Occidente all'unit dello stato romano. Questo senza dubbio  un fatto considerevole; l'aspetto dell'Europa cambia. Per la vita nella sua sostanza non cambia: questi stati, che si chiamano nazionali, in realt non sono affatto nazionali, ma solo tanti frammenti del grande insieme, a cui si sono sostituiti.
Una trasformazione profonda non avviene che in Bretagna. L'imperatore e la civilt dell'impero sono spariti; non rimane nulla della tradizione; un nuovo mondo si manifesta; il diritto, la lingua, le istituzioni fanno posto a quelle dei Germani; una civilt di tipo nuovo appare, la quale si pu chiamare la civilt nordica o germanica. Questa si oppone alla sintesi di civilt mediterranea formatasi nel basso impero, ultima forma dell'antichit. In questa non v' nulla dello stato romano col suo ideale legislativo, la sua popolazione civile, la sua religione cristiana; ma una societ, che ha conservato nei suoi membri i legami del sangue, la comunit familiare con tutte le conseguenze che porta con s nel diritto, nella morale, nell'economia; un paganesimo alleato a canti eroici; ecco ci che costituisce l'originalit di questi barbari, che hanno fatto indietreggiare il vecchio mondo per prenderne il posto.
In Bretagna comincia una nuova epoca, che non gravita verso il Sud. L'uomo del Nord ha conquistato e preso per s questa estremit della Romania, di cui non conserva alcun ricordo, di cui allontana la maest, alla quale non deve nulla. In tutta la forza del termine la sostituisce, e sostituendola la distrugge.
Gli Anglo-Sassoni invasori sono passati direttamente dall'ambiente germanico nell'impero, senza aver subito l'influenza romana. La provincia di Bretagna, dove si stabilirono, era inoltre la meno romanizzata. Rimasero dunque tali quali ci arrivarono: l'anima germanica, l'anima nordica, l'anima barbara, l'anima dei popoli, il cui stato di avanzamento era, se cos si pu dire, omerico, divenne in questo paese il fattore storico essenziale.
Ma lo spettacolo che presenta la Bretagna anglosassone  unico. Lo si cercherebbe invano sul continente, dove la Romania sussiste, eccetto che sulla linea di confine, lungo il Reno, nei campi decumati, lungo il Danubio, cio nelle province della Germania, della Rezia, del Norico e della Pannonia, tutte vicine ai popoli germanici, che si sono riversati sull'impero e lo hanno respinto indietro. Ma questi paesi di confine non hanno avuto nessuna parte importante, poich si sono riallacciati agli stati fondati in piena Romania, come quello dei Franchi o quello degli Ostrogoti, e qui ci che sussiste in modo evidentissimo  l'antico stato di cose. Gl'invasori troppo poco numerosi e d'altronde da troppo tempo in contatto con l'impero sono stati fatalmente assorbiti, e non hanno domandato di meglio. Quello che deve sorprendere  che nei nuovi stati, i quali obbediscono tutti a dinastie germaniche, ci sia cos poco germanesimo. La lingua, la religione, le istituzioni, l'arte sono rimaste immuni quasi del tutto. Si trova qualche influenza germanica nel diritto dei paesi posti al nord della Senna e delle Alpi; ma fino all'arrivo dei Longobardi in Italia il fenomeno  in proporzioni minime. Se  avvenuto di credere il contrario, ci  dipeso dall'aver seguito la scuola germanica ed avere esteso abusivamente alla Gallia, all'Italia ed alla Spagna fatti che si riscontrano nelle Leges barbarorum dei Salii, dei Ripuari e dei Bavari, e per aver proiettato sul periodo anteriore ai Carolingi quello che  vero solamente in rapporto a questi ultimi. Parallelamente si  esagerata l'importanza della parte avuta dalla Gallia merovingia, appunto perch ci si  lasciati dominare dall'idea di quello che essa divenne pi tardi, ma che in quel tempo non era ancora.
Che cos' Clodoveo al confronto di Teodorico? E dopo Clodoveo osserviamo che malgrado tutti i loro sforzi i re franchi non riuscirono ad installarsi in Italia e neanche a riprendere la Gallia narbonense ai Visigoti. Evidentemente essi tendono al Mediterraneo. Le loro conquiste oltre il Reno, lungi dall'avere per effetto di germanizzare il loro regno, hanno per scopo di difenderlo contro i barbari. Ma ammettere che, nelle condizioni in cui essi si stabilirono e col ristretto numero di persone che portarono seco, Visigoti, Burgundi, Ostrogoti, Vandali e Franchi abbiano potuto pensare di germanizzare l'impero significa voler ammettere l'impossibile. Stat mole sua.
Inoltre non bisogna dimenticare la parte avuta dalla chiesa, nella quale Roma si  rifugiata, e che impone questa ai barbari nel medesimo tempo in cui essa s'impone a loro.
I re germanici in Occidente, in mezzo al mondo romano che si dissolveva in quanto stato, furono, per cos dire, tanti punti di cristallizzazione politica; ma intorno ad essi, sia pure con inevitabili perdite,  stato il vecchio o, diciamo meglio, l'antico equilibrio sociale che ha continuato a sussistere.
In altri termini l'unit mediterranea, che costituisce l'essenza del mondo antico, si mantiene in tutte le sue manifestazioni. L'ellenizzazione crescente dell'Oriente non gli impedisce di continuare ad influenzare l'Occidente con il suo commercio, la sua arte, le agitazioni della sua vita religiosa. In una certa misura, come si  visto, l'Occidente subisce l'influenza bizantina. Questo spiega il movimento di riconquista di Giustiniano, che quasi rif del Mediterraneo un lago romano. Senza dubbio, visto come lo vediamo noi ora, appare chiaro che questo impero non poteva durare; ma la cosa non appariva allo stesso modo ai contemporanei. L'invasione longobarda non ebbe certamente l'importanza che noi le attribuiamo. Ci che stupisce in essa  la lentezza.
La politica mediterranea di Giustiniano - ed essa  ben tale, poich egli le sacrifica le lotte contro i Persiani e gli Slavi - corrisponde allo spirito mediterraneo di tutta la civilt europea dal V al VII secolo. Lungo le coste di questo mare nostrum si ritrovano tutte le manifestazioni specifiche della vita dell'epoca. Come ai tempi dell'impero, verso di esso gravita il commercio; in quei paesi scrivono gli ultimi rappresentanti della letteratura antica, un Boezio, un Cassiodoro;  l che nasce e si sviluppa, in pari tempo con un Cesario di Arles e un Gregorio Magno, la nuova letteratura della chiesa, e con un Isidoro di Siviglia si fa l'inventario della civilt, merc il quale il Medioevo avr conoscenza dell'antichit; l, a Lrins o a Montecassino, il monachesimo venuto dall'Oriente si assuefa all'ambiente occidentale; di l partono i missionari per andare a convertire l'Inghilterra, e l sorgono i monumenti caratteristici di quell'arte ellenistico-orientale, che sembra per un certo tempo destinata a diventare quella dell'Occidente come  rimasta quella dell'Oriente.
Nel VII secolo nessun sintomo annunzia ancora la fine di quella comunanza di civilt costituita per opera dell'impero romano dalle colonne d'Ercole al mar Egeo e dalle coste dell'Egitto e dell'Africa a quelle dell'Italia, della Gallia, della Spagna. Il mondo nuovo non ha perduto il carattere mediterraneo del mondo antico. Lungo le coste del Mediterraneo si concentra e si alimenta tutto ci che quel mondo possiede di attivo.
Niente annunzia che l'evoluzione millenaria debba essere bruscamente interrotta. Nessuno attende una catastrofe. Se i successori immediati di Giustiniano non riescono a continuare la sua opera, essi per non vi hanno rinunziato: infatti rifiutano di fare qualsiasi concessione ai Longobardi, fortificano febbrilmente l'Africa, vi stabiliscono i loro "tmi" come in Italia; la loro politica si estende ai Franchi come ai Visigoti, la loro flotta ha il dominio del mare; il papa di Roma vede in essi il sovrano.
Il pi grande spirito dell'Occidente, Gregorio Magno (papa dal 590 al 604) saluta l'imperatore Foca, nel 603, come il solo sovrano che regni su uomini liberi, mentre i re di Occidente, egli dice, non regnano che su schiavi: Hoc namque Inter reges gentium et rei publicae imperatores distat, quoad reges gentium domini servorum sunt, imperatores vero rei publicae domini liberorum(581).
...
.
...
FINE.
...
.
...
NOTE alla Prima parte.
...
.
...
(1) Cfr. voce Pirenne, Henri, in Biographie nationale, XXX, suppl., 2, Bruxelles 1959, col. 711.
(2) La prima traduzione italiana, sempre dell'editore Laterza, apparve nel 1939, nella collana "Biblioteca di cultura moderna", a cura di M. Vinciguerra.
(3) Su ci vedasi la citata voce nella Biographie nationale, col. 711.
(4) Circa le critiche del Lopez al Pirenne si veda oltre.
(5) Per la Naissance de l'Europe (Paris, A. Colin 1962; ed. it. riv. e ampl., La nascita dell'Europa, Torino, Einaudi 1966) si veda la recensione di G. Vinay in "Studi medievali", 3a serie, IV, 2 (1963), pp. 629-37 e le polemiche e discussioni di A. Garosci, G. Galasso e di chi scrive in "Rivista storica italiana", LXXIX, 1 (1967), pp. 220-34; ibid., LXXIX, 2 (1967), pp. 506-9; "Studi medievali", 3a serie, VIII, 2 (1967), pp. 617-62 e spec. 621 n. 10.
(6) Molto importanti, in questo senso, le affermazioni di F. L. GANSHOF, Les grandes thories historiques de H. P., in Henri Pirenne. Hommages et souvenirs, Bruxelles 1938, p. 208: "Pirenne era tutto il contrario di un teorico. Non amava affatto parlare di metodo, concezione, dottrina della storia. Era tutto il contrario di uno spirito a priori".
(7) Cfr. Biographie nationale cit., col. 709.
(8) Cfr. F. L. GANSHOF, Les grandes thories cit., p. 210.
(9) Tutti i libri, saggi e lavori del Pirenne relativi alla storia urbana sono stati raccolti in due volumi, Les villes et les institutions urbaines, Bruxelles-Paris 1939.
(10) Cfr. "Revue historique", LIII (1893); ibidem, LVII (1895.. ibidem, LXVII (1898).
(11) Cfr. F. L. GANSHOF, Les grandes thories cit., p. 210.
(12) Ibid., p. 211.
(13) Nella nota citata nel testo, lo Zerbi crede di individuare i motivi di dissenso che pi o meno apertamente il Falco manifest nei riguardi dell'opera pirenniana nei dissimili cammini dei due storici: "Il Pirenne, anche per sua mentalit e vocazione scientifica, aveva subito pi a lungo e in profondit l'influsso di quella corrente economistica, dalla quale il Falco, pi giovane di 26 anni e cresciuto in Italia, era stato ben presto liberato ad opera dell'idealismo crociano". E ancora a pp. 42-3 e n. 73 di p. 43 leggiamo: "Si tratti del Pirenne, del Lopez e perfino del Bognetti, l'autore sembra additare, vigile e un po' sospettoso, qualsiasi tendenza a quella storiografia 'panoramica', 'onniveggente', 'emisferica' che aveva con tanta fermezza condannato nella sua opera pi cara". Giusto, per quanto riguarda il Falco. Ma in che misura il Pirenne merita il giudizio del Falco, citato dallo Zerbi da Pagine sparse di storia e di vita, Milano-Napoli 1960, p. 652, giudizio per cui la tesi dello stesso Pirenne non reggerebbe "in sede etico-politica", perch lo storico belga non sarebbe riuscito "a creare una valida prospettiva storiografica, a individuare cio il suo Medioevo come ambito autonomo di civilt"? Che il Pirenne sia all'inizio di quella che oggi  diventata la storiografia emisferica del Lopez, sta bene e lo abbiamo dichiarato all'inizio di queste pagine: ma che poi proprio il Pirenne non veda un Medioevo come ambito autonomo di civilt, bene, questo non ci sembra. Diciamo qui e ripeteremo pi in l che l'Europa medievale del Pirenne  proprio quell'Europa occidentale che il Falco avrebbe individuato nella sua Santa romana repubblica, con in pi, per il Pirenne, questo: che lo storico belga s'era proposto di capire le origini delle connotazioni differenziali tra Occidente e Oriente, mentre il Falco - e lo Zerbi lo indica in una stessa confessione falchiana (In margine cit., p. 26 seguito di n. 44) - non comp mai questo sforzo. Mancava,  vero, nel Pirenne la dimensione "etico-politica": e qui il discorso, gi riferito, dello Zerbi, dei differenti processi di formazione dei due storici  verissimo: ma, a parte ogni discussione sulla validit univoca di quella dimensione "etico-politica", troppo spesso invocata dal Falco - e da altri - per togliere diritto di cittadinanza a tutto ci che ci si ostinava non dir a non accettare, ma a non voler conoscere, a parte tutto ci, le parole da noi citate nel testo, conclusive di Maometto e Carlomagno, dovrebbero attestare una indubbia vocazione "culturale" del Pirenne.
(14) Per una visione complessiva della posizione del Dopsch nei riguardi del Pirenne baster rinviare a Naturalwirtschaft und Geldwirtschaft, Wien 1930 (noi citeremo, per comodit, dalla edizione recente della trad. ital. Economia naturale ed economia monetaria, Firenze 1967, cap. VI: L'Alto Medioevo in Occidente. Le migrazioni dei popoli. Merovingi e Carolingi, pp. 121-54; cap. VII: L'Alto Medioevo (sec. X-XII), pp. 155-82). Lo stesso Dopsch, del resto, in Beitrage zur Sozial- und Wirtschaftsgeschichte, Wien 1938, p. 63 scriveva: "Di recente H. Pirenne ha voluto ammettere per l'epoca carolingia una crisi del commercio, che solo in epoca merovingica si sarebbe affermata ancora con ampiezza maggiore. In uno dei miei ultimi libri (Naturalwirtschaft und Geldwirtscbaft, 1930) ho raccolto a questo riguardo tutte le fonti che provano il contrario". Per il giudizio del Dopsch sulla valutazione pirenniana del periodo merovingio) cfr. Economia naturale cit., p. 125: "Le concezioni del Pirenne sull'economia del periodo merovingico sono assolutamente giuste".
(15) Sono le conclusioni generali dei due citati capitoli di Economia naturale ed economia monetaria.
(16) Cfr. D. C. DENNETT jr., Pirenne and Muhammad, in "Speculum", XXIII (1948), pp. 165-90; anche in The Pirenne Thesis. Analysis, Criticism and Revision., a cura di A. F. Havighurst, Boston 1958, pp. 84-101; citeremo da quest'ultima antologia, oltre che il saggio del Dennett, anche quelli del Lopez e della Riising.
(17) Cfr. E. SABBE, L'importation des tissus orientaux en Europe occidentale au Haut Moyen Age. IX' et Xe sicles, in "Revue belge de Philologie et d'Histoire", XIV (1935), pp. 811-48; 1260-1288; F. L. GANSHOF, Note sur les ports de Provence du VIIIe au Xe sicle, in "Revue historique", CLXXXIV (1938), pp. 28-37.
(18) Cfr. R. S. LOPEZ, Mohammed and Charlemagne: a Rvision, in The Pirenne Thesis cit., pp. 58-73.
(19) Ivi, p. 58.
(20) Ivi, p. 59.
(21) Ivi, p. 66.
(22) Oltre al ricordato saggio di Lopez, cfr. E. SABBE, Papyrus et parchemin au Haut Moyen Age, in "Miscellanea Leonis van der Essen", i, Bruxelles 1947, pp. 95-103.
(23) Cfr. R. S. LOPEZ, Mohammed and Charlemagne cit., p. 67.
(24) Ivi, p. 71; vedi adesso per un riesame delle posizioni storiografiche in materia di circolazione monetaria e. CAHEN, Quelques problmes concernant l'expansion conomique musulmane au Haut Moyen Age, in L'Occidente e l'Islam nell'alto Medioevo, i, Spoleto 1965, pp, 391-432; R. S. LOPEZ, L'importanza del mondo islamico nella vita economica europea, ivi, pp. 433-60.
(25) Cfr. R. S. LOPEZ, East and West in the Early Middle Ages, in Relazioni del X Congresso internazionale di scienze storiche, in, Storia del Medioevo, Firenze 1955, p. 135 (The Pirenne Thesis cit., p. 77).
(26) Ivi, p. 137.
(27) Mohammed and Charlemagne cit., p. 58.
(28) Cfr. nota 5.
(29) Vedi specialmente pp. 86-9 del ricordato saggio del DENNETT, Pirenne and Muhammad cit.
(30) Ivi, p. 101
(31) Ibid.
(32) Cfr. DENNETT, dt., p. 101.
(33) Cfr. A. RIISING, The Fate of Henri Pirenne's Thesis on the Consequences of the Islamic Expansion, in The Pirenne Thesis cit., pp. 102-6; l'articolo, nella sua forma integrale, era apparso in "Classica et Mediaevalia", XIII (1952), pp. 87-130.
(34) Cfr. A. RIISING, The Fate cit., p. 106.
(35) Cfr. L. WHITE jr., Tecnica e societ nel Medioevo, Milano 1967, p. 121.
(36) Cfr. M. BLOCH, Lavoro e tecnica nel Medio Evo, Bari 1969 2, pp. 111-60.
(37) Cfr. M. LOMBARD, Mahomet et Charlemagne. Le problme conomique, in "Annales. Economies-Socits-Civilisations", III (1948), pp. 188-99; ma vedi anche, per una bibliografia critica sull'argomento, H. PIRENNE, Storia economica e sociale del Medioevo, Milano 1967, pp. 247-52.
(38) Cfr. S. BOLIN, Mohammed, Charlemagne and Ruric, in "The Scandinavian Economie History Review", I (1953), pp. 5-39.
(39) Cfr. F. I. HIMLY, Y a-t-il eu emprise musulmane sur l'economie des tats europens du VIIIe au Xe sicle?, in "Revue suisse d'histoire", V (1955), pp. 31-81.
(40) Su questo aspetto  tornato il CAHEN, Quelques problmes cit.; ma vedi soprattutto PH. GRIERSON, Carolingian Europe and the Arabs: the Myth of the Mancus, in "Revue belge de Philologie et d'Histoire", XXXII (1954), pp. 1059-74.
(41) Cfr. e. M. CIPOLLA, Encore Mahomet et Charlemagne. L'economie politique au secours de l'histoire, in "Annales. Economies-Socits-Civilisations", IV (1949), pp. 4-9.
(42) Ibid., p. 9.
(43) Vedi qui di seguito, a p. XXIX sgg., un aggiornamento al 1989 della pi importante bibliografia sulla tesi Pirenne.
(44) Da cortese comunicazione dell'amico e collega prof. C. Violante apprendo che, sulla base della documentazione apparsa in: Kataloog van de Tentoonstelling Henri Pirenne, Brussel 1962, p. 5, i periodi di permanenza in Francia e in Germania di H. P. andrebbero cos collocati: a Parigi 1883-84; in Germania 1884-85. Ringrazio ancora vivamente il prof. C. Violante per la precisazione.
(45)  nel IV secolo che appare la parola Romania per indicare tutti i paesi conquistati da Roma: ALBERTINI, L'Empire romain, nella collezione "Peuples et civilisations", pubblicata sotto la direzione di HALPHEN e SAGNAC, t. IV, Parigi 1929, p. 388. Cfr. la recensione del GRENIER all'opera di HOLLAND ROSE, The Mditerranean in the ancient world, 1934 2, in "Revue historique", t. 173, 1934, p. 194.
(46) Fu senza dubbio il mare che imped alla diarchia di dar luogo, dopo Teodosio, a due imperi.
(47) Questa supremazia dell'Oriente a partire dal III secolo (ma gi da prima)  messa in rilievo dal BRATIANU, nel suo saggio: La distribution de l'or et les raisons conomiques de la division de l'Empire romain, in "Istros", "Revue roumaine d'archologie et d'histoire ancienne", t. I, 1934, fase. 2. Egli vede in essa il punto di partenza della separazione dell'Occidente dall'Oriente, che l'Islam completer. Cfr. anche lo studio del PAULOVA su L'Islam et la civilisation mditerranenne, in Vestnik cesk Akademie, Praga 1934.
(48) PERDRIZET, Sct et Landevenec, in Mlanges N. Jorga, Parigi 1933, p. 745.
(49) ALBERTINI, op. cit., p. 365.
(50) Tuttavia nel 370 o nel 375 (?) una legge di Valentiniano e Valente interdisse i matrimoni fra provintiales e gentiles, sotto pena di morte (Codice Teod., III, 14, 1). Cfr. F. LOT, Les invasions germaniques, Parigi 1935, p. 168.
(51) ALBERTINI, op. cit., p. 412; LOT, PFISTER e GANSHOF, Histoire du Moyen ge, t. I, pp. 79-90, nella Histoire gnrale pubblicata sotto la direzione del GLOTZ. Gi sotto Teodosio, Arbogaste  magister militum. Cfr. LOT, op. cit., p. 22.
(52) ALBERTINI, Op. Cit., p. 332.
(53) HALPHEN, Les barbares, in "Peuples et civilisations", t. v, 1926, p. 74.
(54) ALBERTINI, op. cit., p. 359.
(55) Si vedano sul nomadismo le eccellenti osservazioni del GAUTIER, Genserie, roi des Vandales, Parigi 1932, in fine.
(56) PAHN, Die Knige der Germanen, t. VI, 1871, p. 50.
(57) SCHMIDT, Geschichte der deutschen Stmme bis zum Ausgang der Vlkerwanderung. Die Ostgermanen, Monaco 1934 2, pp. 400-3.
(58) SCHMIDT, op. cit., p. 426.
(59) HALPHEN, Op. Cit., p. 16.
(60) Alarico vorrebbe arrestarsi, ma non pu; avrebbe bisogno dell'autorizzazione dell'imperatore, e questi si guarda bene di lasciare che i barbari dispongano dell'Italia, non pi di quello che in Oriente abbia lasciato che disponessero della Tracia.
(61) LOT, PFISTER e GANSHOF, Op. Cit., t. I, p. 35.
(62) Vedi DAWSON, The Making of Europe, New York 1932; [trad. it., La nascita dell'Europa, Torino, Einaudi 19592].
(63) LOT, PFISTER e GANSHOF, Op. Cit., t. I, p. 43.
(64) OROSIO, Adversus Paganos, VII, 43, ed. ZANGEMEISTER, 1882, p. 560. Lo SCHMIDT, op. cit., p. 453, attribuisce ad Ataulfo l'idea di una "politica antiromana e gotico-nazionale". Lo STEIN, Geschichte des Sptrmischen Reiches, t. I, 1928, p. 403, non dice nulla di questo; ma osserva che Ataulfo d, dopo il suo matrimonio, un andamento floromano alla sua politica.
(65) LOT, PFISTER e GANSHOF, op. cit., t. I, p. 44. Certamente su questo celebre discorso lo SCHMIDT imbast la sua tesi del "germanesimo" di Ataulfo. Ma se Ataulfo ha pensato a sostituire all'impero uno stato "gotico", egli non dice per "uno stato di spirito germanico"; infatti quello sarebbe stato un impero romano, su cui egli e i Goti avrebbero governato. Non l'ha fatto perch ha visto i Goti incapaci di obbedire alle leggi, ci che vuol dire alle leggi romane. Quindi vuol mettere la forza del suo popolo al servizio dell'impero, e ci prova che l'idea di distruggere la Romania gli  estranea.
(66) STEIN, op. cit., p. 404.
(67) Al principio si accantonarono i federati in cattive province: i| Visigoti in Mesia e pi tardi in Aquitania seconda, i Burgundi in Savoia, gli Ostrogoti in Pannonia. Si capisce come essi abbiano voluto uscirne.
(68) Secondo il BRUNNER (Deutsche Rechtsgeschichte, Lipsia 1906 2, t. I, p. 67), l'applicazione delle regole della tercia ai Goti sarebbe di data posteriore. Sul regolamento della spartizione, vedi STEIN, op. cit., p. 406.
(69) LOT, PFISTER e GANSHOF (op. cit., t. I, p. 51), constatano che nel 423, quando muore Onorio, l'impero ha ristabilito la sua autorit in Africa, Italia, Gallia, Spagna.
(70) STEIN, op. cit., p. 482.
(71) LOT, PFISTER e GANSHOF, op. cit., t. I, p. 63.
(72) HALPHEN, Op. Cit., p. 32.
(73) GAUTIER, Op. Cit., pp. 233-35.
(74) COVILLE, Recherches sur l'histoire de Lyon du Ve sicle au IXe sicle (450-800), Parigi 1928, p. 121.
(75) La loro installazione in Savoia  fatta seguendo il principio della tercia. Come fa osservare il BRUNNER, op. cit., t. I, 2* ed., pp. 65-6, sono una popolazione vinta. Questo genere d'insediamento, esteso ai Visigoti e agli Ostrogoti,  dunque di origine romana.
(76) L'HALPHEN, op. cit., p. 35, parla a torto degli sforzi "metodici" dei barbari.
(77) SCHMIDT, op. cit., p. 317. I magazzini imperiali non possono vettovagliarli. Sempre il Mediterraneo! Essi volevano essere allogati restando soldati romani.
(78) Il 23 agosto 476 Odoacre comanda non ad un popolo, ma ad ogni sorta di soldati.  re, ma non nazionale. S'impadronisce del potere con un pronunciamento militare. Odoacre rimanda le insegne imperiali a Costantinopoli, non le prende per s.
(79) HALPHEN, op. cit., p. 45. Bench essi siano stati installati come federati dopo la morte di Attila, avevano minacciato Costantinopoli nel 487 (ibid., p. 46).
(80) Lettere di S. Avito, ed. PEIPER, Mon. Ger. hist., SS. Antiq., t. VI2, p. 100.
(81) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc, II, 38.
(82) Neanche Odoacre os. E questo prova che  inesatto credere con lo SCHMIDT, che Alarico e Wallia avrebbero voluto sostituire un impero germanico all'impero romano. Tutti quelli che hanno avuto la forza, Ricimero, ecc., hanno fatto nominare come imperatori tanti fantocci romani. Odoacre  stato il primo che vi abbia rinunciato, per riconoscere l'imperatore di Costantinopoli.
(83) Il LOT (Les invasions, p. 128, in Hist. du Moyen ge cit.), la stima per la Gallia a 1/7. E bisogna notare che non comprende nessuna regione importante.
(84) DEMANGEON e FEBVRE, Le Rhin. Problmes d'histoire et d'conomie, Parigi 1935, pp. 50 sgg.
(85) Ed. SAUPPE, Mon. Ger. hist., SS. Antiq., t. I2, 1877.
(86) Sulle vestigia romane in Alsazia, Svizzera, Baviera, vedi LOT, pp. 217 e 220.
(87) DES MAREZ, Le problme de la colonisation franque et du rgime agraire dans la Basse-Belgique, Bruxelles 1926, p. 25.
(88) Sono i nomi in laix, stain (Stein), ecc. Cfr. LOT, De l'origine et de la signification historique et linguistique des noms de lieux en ville et en court, in "Romania", t. LIX (1933), pp. 199 sgg. Vedi anche le osservazioni del BLOCH negli "Annales d'histoire conomique et sociale", 1934, pp. 254-60 e del VANNRUS, nella "Revue belge de philologie et d'histoire", t. XIV, 1935, pp. 541 sgg. Il KURTH (in "tudes franques", t. J, p. 262), non trova quasi per niente nomi franchi in Turenne.
(89) GAMILLSCHEG, Romania Germanica, t. I, 1934, p. 46: "La terra tra la Senna e la Loira  dominio franco come cultura, ma non pi come popolazione".
(90) Lo STEIN (op. cit., p. 3), dice 50 milioni alla fine del III secolo.
(91) Il JULLIAN (Histoire de la Gaule, t. v, p. 27), stima ammontare a 40 milioni la popolazione della Gallia nel II secolo; ammette che nel IV secolo questa cifra era diminuita della met (ibid.. t. VII, p. 29).
(92) DAHN, op. cit., t. VI, p. 50.
(93) SCHMIDT, Op. Cit., p. 403.
(94) GAUTIER, Op. Cit., p. 97.
(95) Historia persecutionis Africanae provinciae, I, 1, ed. HALM, Mon. Ger. hist., SS. Antiq., t. III1, p. 2.
(96) Ibid., p. 138.
(97) Lo STEIN, op. cit., t. I, p. 477, ammette anche questa cifra.
(98) GAUTIER, Op. Cit., p. 141.
(99) SCHMIDT, op. cit., p. 168. Nel 406 essi erano stabiliti in Germania. Cfr. a questo proposito la recente teoria esposta dal GREGOIRE, La patrie des Nibelungen, in "Byzantion", t. IX, 1934, pp. 1-40 e le obiezioni del GANSHOF nella "Revue belge de philologie et d'histoire", t. XIV, 1935, pp. 195-210. Il loro re Gundachar, avendo voluto espandersi in Belgio, fu schiacciato nel 435-436 da Ezio. Nel 443 Ezio trasporta ci che ne resta in Sapaudia. Cfr. LOT, PFISTER e GANSHOF, op. cit., t. I, pp. 58-9. Il COVILLE (op. cit., pp. 153 sgg.), giunge a 263-700 uomini con combinazioni arbitrarie.
(100) DOREN, Italieniscbe Wirtschaftsgeschichte (Collezione Brodnitz), t. I, 1934, p. 29.
(101) SCHMIDT, op. cit., p. 293.
(102) Per lo HARTMANN, Das Italienische Knigreich, t. I, p. 72 (Geschichte Italiens im Mittelalter, t. I), che segue il DAHN, op. cit., Teodorico deve avere condotto centinaia di migliaia di uomini con lui.
(103) DAWSON, Op. Cit., p. 98.
(104) Per la sparizione della lingua presso i Visigoti, vedi GAMILL-SCHEG, op. cit., t. I, pp. 394 sgg., e SCHMIDT, op. cit., p. 527.
(105) MARTROYE, Genserie. La conqute vandale en Afrique et la destruction de l'Empire d'Occident, Parigi 1907, p. 308.
(106) ZEISS, Die Grabfunde aus dem Spanischen Westgotenreich, Berlino 1934, pp. 126, 138.
(107) COVILLE, op. cit., pp. 167 sgg.
(108) La conversione di Recaredo avviene nel 589.
(109) Op. cit., t. V, p. 170.
(110) Per quello che riguarda le parole prese in prestito, non se ne trovano che in francese (cfr. LOT, op. cit., pp. 225 sgg., e GAMILLSCHEG, op. cit., t. I, pp. 293-95), cio dove dopo il IV secolo la popolazione si trov in contatto con i Germani. Niente di questo in Aquitania, in Spagna (Visigoti), Africa (Vandali), Italia (Ostrogoti). Per quello che riguarda il francese, il contributo germanico sarebbe di 300 parole.
(111) La Spagna non ci mostra nessun gruppo etnico che abbia conservato il tipo germanico: E. PITTARD, Les races et l'histoire, 1924, p. 135.
(112) GAUTIER, Op. cit., p. 316.
(113) HARTMANN, Op. Cit., t. I, p. 93.
(114) BRUNNER, Deutsche Rechtsgeschichte, t. I, 19062, p. 504 Nota che sebbene siano passati cinquantanni appena fra l'installazione dei Burgundi in Gallia e la compilazione della Lex Gundobalda, questa rivela i "forti influssi della cultura romana" e manca di quella "fresca originalit tedesca" che si riscontrer pi tardi nelle leggi longobarde.
(115) Ci che dice il Lot, in LOT, PFISTER e GANSHOF, op. cit., t. I, p. 390, dell'interpretazione della popolazione all'epoca merovingia mi sembra completamente inesatto. D'altronde egli si contraddice quando, nelle Invasions, p. 274, dice: "Se etnicamente la Francia (contemporanea) contiene elementi germanici, essi sono anteriori alla conquista della Gallia da parte di Clodoveo".
(116) Ed. KRUSCH, in Mon. Ger. hist., Rer. merov., t. II, p. 123.
(117) Op. cit., p. 76.
(118) SCHMIDT, Op. Cit., p. 151.
(119) Ibid., p. 163.
(120) GREGORIO DI TOURS, Hist. Frane, X, 15.
(121) HARTMANN, op. cit., t. I, p. 64.
(122) Cfr. la sua lettera al re dei Turingi nel mandargli sua nipote. CASSIODORO, Variae, iv, 1, 2, ed. MOMMSEN, Mon. Ger. hist., SS. Antiq., t. XII, p. 144. Cfr. SCHMIDT, op. cit., p. 340.
(123) HARTMANN, op. cit., t. I, p. 261.
(124) Ibid., p. 233.
(125) PROCOPIO, ed. DEWING (The Loeb classical Library), t. III, pp. 22-4.
(126) COVILLE, op. cit., pp. 175 Sgg.
(127) SCHMIDT, op. cit., pp. 146 e 149.
(128) Ibid., pp. 527-28.
(129) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc, v, 44 VI, 46.
(130) GAUTIER, op. cit., p. 270.
(131) HARTMANN, Op. cit., t. I, p. 284.
(132) Presi ai Germani non vi sono che i nomi propri, che non provano nulla per la nazionalit. Sono dati per cortigianeria.
(133) Hist. Franc., Praefatio, ed. ARNDT, Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., t. I, p. 7.
(134) GREGORIO MAGNO, Regist., XIII, 34, ed. HARTMANN, Mon. Ger. hist., Epist., t. II, p. 397.
(135) Non  il caso di parlare, come fanno certi autori, della politica sociale di questi re e del loro "spirito conservatore" rispetto alle istituzioni imperiali.
(136) JAFF-WATTENBACH, Regesta pontificum Romanorum, t. I, 2a ed., p. 212, n. 1899.
(137) Si  invano cercato di conservare loro un carattere germanico. Vedi l'allegra storia del carro coi buoi: PIRENNE, Le char  boeufs des derniers Mrovingiens. Note sur un passage d'Eginhard, in Mlanges Paul Thomas, 1930, pp. 555-60.
(138) Cassiodoro li chiama ufficialmente: barbari o milites. Cit. SCHMIDT, Zur Geschichte Rtiens unter der Herrschaft der Ostgoten, in "Zeitschrift fur Schweizerische Geschichte", t. XIV, 1934, p. 451.
(139) Il suo titolo  Flavius Theodoricus rex.
(140) SCHMIDT, op. cit., p. 387.
(141) I Goti sono soggetti all'imposta fondiaria; ma il re cura che abbiano il grano a buon mercato.
(142) SCHMIDT, op. cit., p. 292: "das gotische Volkskonigtum Theodoriches war erlaschen".
(143) Tuttavia gli Ostrogoti erano pi germanici che i Visigoti quando si stabilirono in Italia.
(144) HARTMANN, Op. cit., t. I, p. 100.
(145) GAUTIER, op. cit., p. 207.
(146) SCHMIDT, Op. cit., p. 113.
(147) ALBERTINI, Ostrakon Byzantin de Ngrine (Numidie), in Cinquantenaire de la Facult des Lettres d'Alger, 1932, pp. 53-62.
(148) MARTROYE, Le testament de Genserie, in "Bulletin de la Socit des Antiquaires de France", 1911, p. 235.
(149) ALBERTINI, Actes de vente du Ve sicle, trouvs dans la rgion de Tbessa (Algrie), in "Journal des savants", 1930, p. 30.
(150) HEUBERGER, Ueber die Vandalische Reichskanzlei und die Urkunden der Knige der Vandale", in "Mitteilungen des Oester. Institut Fur Geschichtsforschung", XI Ergnzungsband. O. Redlich... zugeeignet, 1929, pp. 76-113.
(151) V. infra, cap. III, 1.
(152) Chronicon, ed. MOMMSEN, Mon. Ger. hist., SS. Antiq., t. XI, pp. 184-206.
(153) SAUMAGNE, Ouvriers agricoles ou rdeurs de celliers? Les Circoncellions d'Afrique, in "Annales d'histoire conomique et sociale", t. VI, 1934, p. 353.
(154) Il BLOCH ha segnalato nella "Revue historique" di marzo-aprile 1930, p. 336, quanto  ridicola la credenza in certe pseudopersistenze del germanesimo.
Sulla romanizzazione straordinariamente rapida dei Visigoti vedi GAMILLSCHEG, op. cit., t. I, pp. 394 Sgg.
(155) LOT, La fin du monde antique et le dbut du Moyen ge, nella collezione "L'volution de l'humanit", Parigi 1927, p. 329: Recesvinto verso il 630 adotta il costume bizantino.
(156) Ibid., p. 329.
(157) L'unzione reale  attestata per Wamba nel 672, ma essa  senza dubbio pi antica e rimonta forse a Recaredo (586-608): BLOCH, Les rois thaumaturges, 1924, p. 461.
(158) Testo del 30 canone del VI concilio di Toledo, citato da ZIEGLER, Church and State in Visigothic Spain, 1930, p. 101. LOT, Fin du monde etc., cit., p. 329.
(159) ZIEGLER, op. cit., p. 126.
(160) Fin du monde cit., p. 329.
(161) GUILHIERMOZ, Essai sur l'origine de la noblesse en France i>u Moyen ge, 1902, p. 13, n. 55.
(162) V. i racconti molto particolareggiati in COVILLE, op. cit., pp. 77-238.
(163) Nel 443, in Sapaudia: COVILLE, op. cit., p. 109.
(164) HARTMANN, op. cit., t. I, pp. 218-19.
(165) SCHMIDT, op. cit., pp. 169 e 178.
(166) Lex Gundobaldo, X, ed. DE SALIS, Mon. Ger. hist., Leges, t. n, p. 50.
(167)  il punto di vista che difendono specialmente il BRUNNER nella sua Deutsche Rechtsgeschichte e il WAITZ nella sua Deutsche Verfassungsgeschichte.
(168) Quando un re di Austrasia diventa re di tutto il regno, si affretta ad andare a stabilirsi a Parigi: LOT, Les invasions cit., p. 208. Le note archeologiche di ABERG (Die Franken und West-gothen in der Vlkerwanderungszeit, Upsala 1922) e filologiche di GAMILLSCHEG (op. cit., t. I, p. 294), provano che dalla met del VI secolo i Franchi della Gallia non hanno pi influenza sulle regioni della Germania.
(169) BUCHNER, Die Provence in Merowingischer Zeit, 1933, p. 2, n. 5. Secondo questo autore Clodoveo differisce dagli altri re germanici puramente mediterranei perch mira in pari tempo al Mediterraneo e alla Germania. Non vede, da questo lato, che il suo atteggiamento, e soprattutto quello dei suoi successori,  puramente difensivo.
(170) RICHTER, Annalen des frnkischen Reicbs im Zeitalter der Merowinger (1873), p. 48; LOT, PFISTER e GANSHOF, op. cit., t. I, p. 205.
(171) RICHTER, op. cit., p. 61.
(172) Ibid., p. 63.
(173) lbid., p. 102.
(174) Ibid., p. 160.
(175) Ibid., p. 165.
(176) lbid., p. 177.
(177) Gli agenti del re merovingio si chiamano iudices come quelli dell'imperatore.
(178) Il SYBEL, Entstehung des Deutschen Knigthums, 1881 2, ha visto bene questo. V. la polemica sostenuta contro di lui dal WAITZ, Deutsche Verfassungsgeschichte, t. n, la parte, 1182 3, pp. 81 sgg.
(179) Il WAITZ, op. cit., t. II, 2a parte, p. 273, allega il rifiuto dei Germani di pagare l'imposta personale perch considerata incompatibile con l'ingenuitas. Ma questo non ha niente di germanico. Egli cita, n. 3, un testo di concilio, che prova ci sino all'evidenza.
(180) WAITZ, op. cit., pp. 122 sgg., si sforza di provare che i funzionari merovingi non sono romani. Non c' pi separazione tra l'amministrazione militare e quella civile; il re li chiama di autorit; essi non hanno pi stipendi. Egli confessa d'altra parte che l'amministrazione era estranea ai Germani (p. 124), e dimentica i funzionari schiavi e romani.
(181) BRUNNER, op. cit., t. II, 2a ed., pp. 77-80.
(182) Ibid., pp. 364-65.
(183) LOT, PFISTER e GANSHOF, op. cit., t. I, p. 271.
(184) BRESSLAU, Handbuch der Urkundenlebre, t. I, 19122, pp. 360-62.
(185) WAITZ, op. cit., t. II, 2a parte, p. 241.
(186) Ci che dice il WAITZ (op. cit., t. II, la parte, pp. 205 sgg.), del carattere germanico del re, non  pertinente.
(187) LOT, PFISTER e GANSHOF, op. cit., t. I, p. 200, n. 98.
(188) Bench la parola "bando" designi il potere, questo non  germanico. La parola militare si  conservata, e questo  tutto.
(189) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., VI, 46. Il WAITZ, op. cit., t. II, la parte, p. 212 cita GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., IX, 8: "Agendo contra voluntatem vestram atque utilitatem publicam". GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc,, v, 25; VI, 37; IX, 13; IX, 14; X, 19.
(190) Cfr. la situazione presso gli Anglo-Sassoni, per cui vedi STUBBS, Histoire constitutionnelle de l'Angleterre, trad. franc, LEFEBVRE e PETIT-DUTAILLIS, t. I, 1907, p. 183.
(191) Le divisioni non si trovano che presso i Franchi, forse perch al momento della successione di Clodoveo non vi sono pi imperatori in Occidente o comunque i Franchi non si ricordano dell'imperatore.
(192) Teodeberto avrebbe pensato di attaccare Bisanzio; LOT, PFISTER e GANSHOF, Op. cit., t. I, p. 208.
(193) Nessuna eredit delle funzioni. Il re sceglie chi vuole, come l'imperatore.
(194) DAHN, op. cit., t. VI, p. 290.
(195) PIRENNE, Le cellarium fisci, Acadmie royale de Belgique, "Bulletin de la Classe des Lettres et des Sciences morales et politiques", 5a serie, t. XVI, 1930, h. 5-7, p. 202.
(196) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., III, 34.
(197) PIRENNE, Libert et proprit en Flandre du VIIe au XIe sicle, Acadmie royale de Belgique, "Bulletin de la Classe des Lettres", 1911, pp. 522-23.
(198) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc, V, 28.
(199) FUSTEL DE COULANGES, Les transformations de la royaut pendant l'poque carolingienne, p. 19.
(200) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc, VI, 42.
(201) Ibid., VI, 45; VII, 9; VII, 15.
(202) DILL, Roman society in Gaul in the merovingian age, 1926, p. 280.
(203) Gesta Dagoberti regis, e. 17, Mon. Ger. hist., SS. Rer. Meroving., t. II, p. 406.
(204) RICHTER, op. cit., t. I, p. 98.
(205) Ibid., t. I, p. 161.
(206) GREGORIO DI TOURS, Hist. franc, V, p. 38.
(207) DAHN, op. cit., t. VI, p. 290.
(208) Ibid., t. VI, p. 260.
(209) Ibid., t. VI, p. 275.
(210) Carmina, VI, 5, ed. KRUSCH, Mon. Ger. hist., SS. Antiq., t. VI, pp. 136 sgg.
(211) Desiderio di Cahors fu tesoriere del re e prefetto di Marsiglia; s. Ouen referendario in Neustria.
(212) BRESSLAU, op. cit., t. I, pp. 364-67 cita il caso di referendari diventati vescovi. Vedi anche SPROEMBERG, Marculf und die frnkische Reichskanzlei, in "Neues Archiv", t. XLVII, 1927, pp. 124-25. Il LOENING, Geschichte des Deutschen Kirkenrechts, t. II, 1878, p. 262, vede molto bene che lo stato  laico, sebbene s'inganni nella spiegazione del fatto. Vedi anche DAWSON, op. cit., pp. 221-22.
(213) DUCHESNE, L'Eglise au VI sicle, 1925, p. 528.
(214) Cfr. il curioso aneddoto raccontato da GREGORIO DI TOURS, Liber vitae patrum (VI, 3, Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., t. I, pp. 681-82), dove si trova il caso di una elezione cancellata dal re, il quale per servendosi di grandi doni, nomina il candidato desiderato, e fa celebrare un banchetto nella citt episcopale. Insomma tutto dipende dal re. Vedi ibid., pp. 727 sgg., la vita di san Niceto, vescovo di Treviri, nominato da un re, esiliato da un altro, ristabilito da un terzo.
(215) GREGORIO DI TOURS, Hist. franc., III, 25.
(216) Vedi l'opera di Gregorio Magno, che,  vero,  di data posteriore al tempo di Giustiniano; ma basta leggere gli scritti di Mario d'Avenches (m. 594), di Vittorio Tonnennensis (m. 569), di Giovanni di Biclaro (m. 590) per vedere come per essi l'impero continua. Cfr. EBERT, Hist. de la liner, du Moyen ge en Occident, trad. AYMERIC et CONDAMIN, t. I, 1883, p. 618.
(217) Teodeberto scrive nel modo pi umile a Giustiniano: A. VASILIEV, Histoire de l'Empire byzantin, trad. franc., Paris 1932, t. I, p. 203, n. 2.
(218) BUCHNER, op. cit., 1933, p. 3.
(219) HARTMANN, op. cit., t. I, p. 229; LOT, La fin du monde antique cit., p. 303.
(220) VASILIEV, op. cit., i, p. 178.
(221) HARTMANN, op. cit., I, p. 261.
(222) KIENER, Verfassungsgeschichte der Provence, 1900, p. 22.
(223) HARTMANN, Op. cit., I, pp. 289-90.
(224) Ibid., p. 301.
(225) LOT, PFISTER e GANSHOF (op. cit., i, p. 157), lo giudicano cavalleresco e di niente altro preoccupato che di salvare il suo popolo; lo HARTMANN (op. cit., i, p. 302), mi pare che veda meglio nel dire che egli non s'identific col suo popolo che nella misura dei suoi interessi.
(226) HARTMANN, op. cit., I, p. 328.
(227) RICHTER, op. cit., pp. 57-8.
(228) Leovigildo, successore di Atanagildo (567), sollecit dall'imperatore Giustino II la convalidazione della sua accessione al trono. Vedi LOT, La fin du monde antique cit., p. 310.
(229) VASILIEV, op. cit., I, p. 181.
(230) Ibid., pp. 220-21.
(231) Ibid., p. 261.
(232) HARTMANN, op. cit., II, la parte (1900), pp. 58 sgg.
(233) GASQUET, L'Empire byzantin et la monarchie franque, p. 198.
(234) Gi nel 587 il duca Gontrano era stato inviato ambasciatore dall'imperatore Maurizio. Vedi GASQUET, op. cit., pp. 185 sgg.
(235) HARTMANN, op. cit., li, la parte, p. 72.
(236) Anche in Italia questo ritorno sembrava probabile, poich nel 590 il patriarca di Aquileia propose di rimandare fino a quel momento la soluzione della difficolt sorta tra lui e Roma a proposito dei tre capitoli. Vedi HARTMANN, op. cit., il, p. 89.
(237) VASILIEV, op. cit., I, p. 263.
(238) HARTMANN, op. cit., II, p. 176.
(239) Ibid., parte n, 1903, p. 198, n. 2.
(240) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., VI, 24.
(241) Pare che si andasse a fare a Costantinopoli studi di medicina: Gregorio di Tours Cit., X, 15.
(242) HARTMANN, op. cit., II, la parte, p. 85.
(243) DAWSON, op. cit., p. 221.
(244) MIGNE, Patr. Lat., t. 51, e. 617.
(245) Eucharisticos, ed. BRANDES, Corpus Script. Eccles. latin t. XVI (1888), p. 311.
(246) PIRENNE, Le fisc royal de Tournai, in Mlanges F. Lot, 1925, p. 641.
(247) Vedi p. 39, n. 3.
(248) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., VI, 20.
(249) LESNE, La proprit ecclsiast. en France aux poques romaine et mrovingienne, Paris-Lille 1910, p. 309. Cfr. il testo di san Cesario di Arles cit. in KIENER, Verfassungsgeschichte der Provence, Lipsia 1900, p. 37, n. 84.
(250) Dipartim. delle Due Svres, distretto di Niort, cant. di Coulongessur-Autise.
(251) KIENER cit., pp. 34 sgg.; BUCHNER, Die Provence in Merowingischer Zeit, Stuttgart 1933, p. 30, crede che l'agricoltura sia ancora bene sviluppata e produttrice di rendita.
(252) KIENER, op. cit., p. 34.
(253) BUCHNER, op. cit., p. 30, n. 1.
(254) GREGORIO MAGNO, Regist., Ili, 33, ed. EWALD HARTMANN, in Mon. Ger. hist., Epist., I, p. 191.
(255) Ibid., VI, 10, pp. 388-89.
(256) JAFF-WATTENBACH, Regesta, n. 947. Cfr. BUCHNER, op. cit., p. 31.
(257) HARTMANN, op. cit., II, p. 159, n. 16.
(258) CASSIODORO, Variae, XII, 22, in Mon. Ger. hist., SS. Antiq., XII, p. 378.
(259) Non bisogna farsi prendere dalla pretesa sottovalutazione del numero dei liberi. La loro caratteristica essenziale  che essi hanno gli obblighi militari. Cfr. in Leges Visigothorum, IX, 2, 9, (Mon. Ger. hist., Leges, ed. ZEUMER, I, p. 377) la legge di Ervige, secondo la quale ciascuno deve portare all'esercito il decimo dei suoi schiavi; e VERLINDEN. L'esclavage dans le monde ibrique mdiv., in "Anuario de historia del derecho espanol", XI (1934), pp. 353-55.
(260) Per la sopravvivenza delle grandi famiglie vedi p. es. quella dei Syagri, studiata dal COVILLE, op. cit., pp. 5 sgg.
(261) VERLINDEN (op. cit., in "Anuario" cit., t. XI, p. 347), secondo il quale i coloni non avevano una parte importante.
(262) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., IX, 38, segnala l'esistenza dei ginecei. Cfr. FUSTEL DE COULANGES, L'alleu et le domaine rural, p. 375.
(263) CHARLESWORTH, Trade-routes and commerce of the Roman Empire, Cambridge 19262, pp. 178, 202, 220, 238.
(264) Cfr. in generale p. SCHEFFER-BOICHORST, Zur Geschichte der Syrer im Abendlande, in "Mitteilungen des Oesterr. Instit. fur Geschichtsforschung", t. VI, 1885, pp. 521 sgg.; L. BREHIER, Les colonies d'Orientaux en Occident au commencement du Moyen ge. in "Byzant. Zeitschr.", t. XII, 1903, pp. 1 sgg.; FUSTEL DE COULANGES, La monarchie franque, p. 257; EBERSOLT, Orient et Occident, 1928-29, 2 voll.
(265) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc, VII, 22; e cfr. BREHIER. L'art en France des invasions barbares  l'poque romane, pp. 36, 38.
(266) Mon. Ger. hist., I, 19, SS. Rerum Merov., t. III, p. 463.
(267) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc, VIII, 1.
(268) SS. Rerum Merov. cit., t. III, p. 226. Il KRUSCH, editore di questo testo, considera il fatto come non credibile!
(269) E. LEBLANT, Inscriptions chrtiennes de la Gaule, 1.1, pp. 207, 328. Cfr. nn. 225 e 613 A; HERON DE VILLEFOSSE, Deux inscriptions chrtiennes trouves  Carthage, in "Comptes rendus des sances de l'Acadmie des inscrip. et belles lettr.", 1916, p. 435.
(270) LEBLANT, op. cit., t. I, p. 205, n. 125.
(271) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc, VII, 31.
(272) Ibid., X, 26.
(273) Concilio di Narbona: MANSI, Sacrorum conciliorum... collectio, t. IX, ce. 1015, 1017.
(274) A. A. S. S. Boll. Nov., t. I, p. 323. P. DE MOREAU, Les missions mdivales (Histoire gnr. compare des missions, publie par le bar. DESCAMPS), 1932, p. 171, segnala verso il 585 la presenza di Greci a Cordova. La riconquista di Giustiniano nel VI sec. contribu molto ad aumentare questa navigazione.
(275) L. DUCHESNE, L'Eglise au VI sicle, Paris 1925, p. 191, n. 2.
(276) PROCOPIO, v, 8, 21, ed. DEWING, t. III, 1919, p. 74.
(277) PERDRIZET, op. cit., pp. 35, 287-89. ADAMNAN, il biografo di san Colombano, riporta che monaci irlandesi andavano in Siria per studiarvi l'architettura dei monasteri. Cfr. J. BAUM, Aufgaben der frhchristlichen Kunstforschung im Britannien und Irland, 1934 (cit. in "Forschungen und Fortschritte", t. XI, 1935, e. 223).
(278) Notizia bibliogr. data dal DUSSAUD dell'opera di p. PERDRIZET, Le calendrier parisien  la fin du Moyen ge (1933), in "Syria". t. XV, 1934, p. 210.
(279) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., VIII, 15.
(280) HARTMANN, op. cit., I, p. 262.
(281) Ibid., I, p. 222.
(282) JAFF-WATTENBACH, Regesta, n. 1564.
(283) Ibid., n. 1104.
(284) Vita patrorum Emeritensium, in MIGNE, Patr. lat., LXXX, col. 139.
(285) XII, 2, 14, Mon. Ger. hist., Leges, I, ed. ZEUMER, p. 420.
(286) XII, 2, 13, ibid., p. 419.
(287) JAFF-WATTENBACH, op. cit., n. 1157.
(288) KIENER, op. cit., p. 28, VERCAUTEREN, Etude sur les Civitates de la Belgique seconde, 1934, p. 446.
(289) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., V, 11.
(290) Ibid.
(291) Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., IV, pp. 374-75.
(292) GREGORIO DI TOURS cit., V, 11.
(293) Ibid., VI, 17.
(294) Cronaca dello pseudo-Fredegario, IV, 65, in Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., II, p. 153.
(295) GREGORIO DI TOURS cit., V, 11.
(296) GREGORIO DI TOURS, Liber in gloria martyrum, XXI, ed. KRUSCH, in Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., I, p. 501.
(297) Vedi p. 81, n. 6.
(298) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., v, 11. Sugli Ebrei di Lione vedi COVILLE, op. cit., pp. 538 sgg.
(299) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., VI, 17.
(300) JAFF-WATTENBACH, op. cit., n. 1115.
(301) Ibid., n. 1104.
(302) Ibid., n. 1879.
(303) Ibid., n. 1157.
(304) Ibid., nn. 1743-44.
(305) Mon. Ger. hist., Concilia, ed. MAASEN, I, p. 67.
(306) Mon. Ger. hist., Capit., ed. BORETIUS-KRAUSE, I, p. 22.
(307) ZIEGLER, Church and State in Visigothic Spain, 1930, p. 189.
(308) EBERT, op. cit., trad. franc., AYMERIC e CONDAMIN, I, 1883, p. 631.
(309) JAFF-WATTENBACH, op. cit., n. 1757.
(310) ARONIUS, Regesten zur Geschichten der Juden, p. 21, n. 59.
(311) JAFF-WATTENBACH, op. cit., n. 1564.
(312) Ibid., n. 1293.
(313) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., V, 6.
(314) ARONIUS, op. cit., p. 19, n. 53.
(315) GREGORIO DI TOURS, Liber in gloria confessorum, XCV, ed. KRUSCH, in Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., I, p. 809.
(316) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., IV, 12.
(317) Ibid., VI, 5.
(318) Ibid., IV, 35. Si noti che la parola ha generato in francese le due parole: pices ed espces.
(319) Ed. KRUSCH, Mon. Ger. hist., Rer. Merov., II, p. 413. Si osservi per altro che queste Gesta non sono state scritte che nel IX secolo.
(320) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., VII, 35; Vita S. Eligi, SS. Rer. Merov., IV, p. 702.
(321) VENANZIO FORTUNATO, Vita Sancti Germani, XLVII, Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., VII, pp. 401-2.
(322) CUMONT, Comment la Belgique fut romanise, Bruxelles 19192, pp. 25-9.
(323) PIRENNE, Draps de Frise ou draps de Flandre?, in "Vierteljahrschr. fur Soz. und Wirtschaftsgeschichte", VI, 1909, p. 313.
(324) Le poche monete d'oro anglo-sassoni coniate nel Sud attestano una certa attivit commerciale.
(325) PAULY-WISSOWA, Real-Encyclopdie, VII, C. 75, n. 12.
(326) VERCAUTEREN, Cataplus et Catabolus, in "Bulletin Ducange", II, 1925, p. 98.
(327) CASSIODORO, Variae, V, 39, pubblica un regolamento per la esazione dei diritti doganali dei transmarini; ed. MOMMSEN, Mon. Ger hist., SS. Antiq., XII, p. 164.
(328) DIEHL, L'Afrique byzant., p. 500; G. MILLET, Sur le sceaux des commerciales byzant., in Mlanges G. Schlumberger, II, 1924, pp. 324-26.
(329) "Si quis transmarinus negociator aurum, argentum, vestimenta vel quolibet ornamenta... vendiderit". Lex Visigothorum, XI, 3, 1, ed. ZEUMER, Mon. Ger. hist., Leges, I, p. 404.
(330) LAURENT, Les ivoires prgothiques conservs en Belgique, 1912, pp. 9, 17, 20, 84.
(331) Cooperturium Sarmaticum. GREGORIO DI TOURS, Liber vitae patrum, c. 11, ed. KRUSCH, Mon. Ger. hist.., SS. Rer. Merov., I, p. 701.
(332) GREGORIO DI TOURS, Liber in glor. confess., c. 110, ed. KRUSCH cit., p. 819.
(333) FUSTEL DE COULANGES, La monarchie franque, p. 257.
(334) Per il lusso merovingio vedi Vita S. Eligi episc. noviomagensis, I, 12, ed. KRUSCH, Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., IV, p. 678.
(335) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., VI, 10; VI, 35; X, 16; Liber in gloria martyr., Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., I, pp. 491, 535, 549; Liber de virtut. S. Martini, I, 11; Ibid., p. 595; II, 23, Ibid., p. 617.
(336) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., VII, 29.
(337) Su questi vini vedi la Vita di Porfirio vescovo di Gaza di MARCO DIACONO, ed. GREGOIRE e KUGENER, Parigi 1930, pp. 124-26.
(338) GREGORIO DI TOURS, Liber in gloria confess., e. 64, ed. KRUSCH cit., p. 785.
(339) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., VII, 29.
(340) Mon. Ger. hist., Epist. Merov., I, p. 209, vv. 630-47.
(341) Fortunato cita ugualmente il vino di Gaza, Vita S. Martini, II; 81, ed. LEO, Mon. Ger. hist., SS. Antiq., IV 2, p. 316.
(342) JAFF-WATTENBACH, op. cit., n. 1483.
(343) Hist. Franc., VI, 6.
(344) CUMONT, Fouilles de Doura-Europos, 1926, p. XXXIII.
(345) LOT-PFISTER-GANSHOF, op. cit., I, p. 356, pensano che non erano usate che a corte e in mezzo all'aristocrazia.
(346) Epistula de observat, ciborum, ed. LIECHTENHAN, 1928, Corpus medicorum latin., VIII 1 1902, p. 235, n. 15.
(347) LEVILLAIN, Examen critique des chartes... de Corbie. DUCANGE, Glossarium, voce Garum.
(348) DUCANGE, Glossarium, voce Garum.
(349) JEANSELME, Sur un aide-mmoire de thrapeutique byzant., in Mlang. C. Diehl, I, 1930, p. 150, n. 12; DUCANGE, op. cit.: costum, vino cotto.
(350) DUCANGE, op. cit., voce Hidrio. Questa parola non si trova che qui.  forse un errore di lettura?
(351) Ibid., voce Seoda.
(352) Formulae, I, 11, ed. ZEUMER, p. 49.
(353) KRUSCH, Ursprung und Text von Markulfs Formelsammlung, in "Nachrichten von der Gesellschaft der Wissenschaften zu Gttingen", 1916, p. 256.
(354) Nessuna spezia  poi assegnata nell'epoca carolingia per il nutrimento dei funzionari: WAITZ, Deutsche Verfassungsgeschichte, IV, 2a ed., p. 23.
(355) Lo SPROEMBERG, Markulf und die Frnkische Reichskanzlei, in "Neue Archiv", t. 47, 1927, p. 89, ammette il punto di vista del Krusch.
(356) Per le spezie il commercio merovingio somiglia a quello delle citt italiane nel secolo XII. GREGORIO DI TOURS segnala la vendita di spezie presso  mercanti di Parigi (Hist. Franc., VI, 32).
(357) PIRENNE, Le commerce du papyrus dans la Gaule merovingi in "Comptes rendus des sances de l'Acad. des inscript, et belles lettr.", 1928, pp. 178-91.
(358) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc, V, 5 "O si te habuisset Massilia sacerdotem! Nunquam naves oleum aut reliquas species detulissent nisi cartam tantum, quo majorera opportunitatem scribendi ad bonos infamandos haberes. Sed paupertas cartae finem imponit verbositati".
(359) GREGORIO DI TOURS, Liber in gloria martyr., Mon. Ger. hist. SS. Rerum Merov., I, p. 558; Liber de virtut. S. Martini, Ibid., p. 644; Liber vitae Patrum, Ibid., p. 698.
(360) VERCAUTEREN, op. cit., pp. 211-12.
(361) LAUER e SAMARAN, Les diplmes originaux des Mroving., Parigi 1908.
(362) CASSIODORO, Variae, III, 7, ed. MOMMSEN, Mon. Ger. hist., SS. Antiq., XII, p. 83.
(363) BUCHNER, Die Provence, pp. 44-5: si appoggia soprattutto su GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., V, 5.
(364) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., IV, 43.
(365) BUCHNER, op. cit., pp. 44-5.
(366) MARCULFO, Supplementum, I, ed. ZEUMEN, p. 107.
(367) Il calcolo del BUCHNER (op. cit., p. 45), il quale stima che l'importazione dell'olio a Fos si elevi a 200.000 libbre all'anno, non pu essere preso in considerazione.
(368) Vita S. Filiberti abbatis Gemeticens., Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., V, p. 602.
(369) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., VII, 35.
(370) PSEUDO-FREDEGARIO, Chronica, IV, 42, Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., II, p. 141; Vita Columbani, I, 29, Ibid., IV, p. 106; Liber hist. Francor., 40, Ibid., II, pp. 310.
(371) Vita S. Eligi, II, 13, Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., IV, p. 702.
(372) GIULIANO DI TOLEDO, Hist. Wambae, Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., V, p. 525; DUCANGE, alla voce Camelus, cita un testo della Vita S. Voti et Felicis relativo alla Spagna, in cui per bisogna leggere Camelus e non correggere con rupicapra, come propone il Ducange.
(373) BUCHNER, op. cit., p. 32.
(374) Ibid., p. 33.
(375) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., IX, 22.
(376) LOT-PFISTER-GANSHOF, op. cit., I, pp. 258-59.
(377) Annales Petaviani, Mon. Ger. hist., SS., I, p. 17.
(378) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., IX, 22.
(379) Ibid., IX, 21-2.
(380) Ibid., X, 25.
(381) Ibid., VIII, 39; VI, 14.
(382) Chronica, IV, 18, Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., II, p. 128: "Eo anno cladis glandolaria Marsilia et reliquas Provinciae civitates graviter vastavit".
(383) Il suo punto di vista rimase assolutamente quello che era nell'impero romano. Cfr. VERLINDEN, op. cit., "Anuario de hist. del derecho espan.", XI (1934), p. 312.
(384) La Lex Visigothorum, in, 4, 17, ed. ZEUMER, Mon. Ger. hist., Leges, I, p. 157, fa menzione anche di schiavi presso i pauperes. Infatti erano loro abbandonate le prostitute recidive, perch lavorassero in gravi servitio.
(385) FREDEGARIO, op. cit., IV, 48, Mon. Ger. hist., SS. Rerum Merov., n, p. 144. Cfr. VERLINDEN, Le franc Samo, in "Revue belge de philologie et d'histoire", XII, 1933, pp. 1090-95; FUSTEL DE COULANGES, La monarchie franque, p. 258, paragona Samo al capo di una grande societ commerciale.
(386) Il concilio di Chlons (639-654, vedi Mon. Ger. hist., Concilia, ed. MAASEN, I, p. 210) vieta di vendere schiavi fuori del reame franco.
(387) Vita S. Eligi, Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., IV, p. 676. Il VERLINDEN, op. cit., p. 379, pensa che se ne vendevano probabilmente anche in Spagna. Santa Batilde era stata "de partibus transmarinis... VIII pretio venundata". SS. Rer. Merov., II, p. 482. Cfr. LESNE, La proprit ecclsiastique en France, I, 1910, p. 359. A Clermont Sigivaldo aveva per valletto ("in cuius servitio erat adulescens quidam nomine Brachio") uno schiavo, per la caccia al cinghiale, e che era della Turingia; GREGORIO DI TOURS, Liber vitae Patrum, Mon. Ger hist., SS. Rer. Merov., I, p. 712. Il GUILHIERMOZ, Essai sur l'origine de la noblesse en France au Moyen ge, 1902, p. 74, ha certamente torto a volerne fare un soldato privato.
(388) JAFF-WATTENBACH, op. cit., n. 1386.
(389) DE MOREAU, Saint Amand, 1927, p. 133. Su questi acquisti di prigionieri vedi LESNE, op. cit., pp. 357, 369.
(390) Vita S. Gaugerici, ed. KRUSCH, Mon. Ger. Hist., SS. Rer. Merov., III, p. 656. Cfr. VERCAUTEREN, op. cit., p. 213.
(391) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., VII, 46.
(392) Op. cit., Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., II, pp. 134-5.
(393) La dogana di Arras che figura nel Cartulaire de Saint-Vaast di GUIMAN, ed. VAN DRIVAL, p. 167, lascia ancora riconoscere sotto le forme del XII secolo il suo vecchio fondo merovingio. Il testo l'attribuisce ad un "rex Theodoricus" (p. 165). Ora, la vendita del "servus" e dell'ancilla"  menzionata nel paragrafo intitolato De bestiis. Si osserva la stessa cosa nella tariffa della dogana di Tournai: "Si servus vel ancilla vel auri uncia vendantur"... P. ROLLAND, Deux tarifs du tonlieu de Tournai, Lilla, 1935, p. 17.
(394) PAOLO DIACONO, Hist. Langob., ed. BETHMANN e WAITZ. I, 1, Mon. Ger. hist., SS. Rer. Langob. et Ital., p. 48, dice che dalla popolosa Germania molti barbari sono portati per essere venduti ai popoli del Sud.
(395) Per la vendita degli schiavi a Marsiglia vedi Vita Boniti, in Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., VI, p. 121. Sul commercio degli schiavi vedi DOPSCH, Wirtschaftliche und soziale Grundlagen der Europischen Kulturentwicklung, Vienna 1924 (2a ed.), II, p. 175; HAHN, Die Wirtschaftliche Ttigkeit der Juden im Frnkischen und Deutschen Reich bis zum zeiten Kreuzzug, Friburgo 1911, p. 23; FUSTEL DE COULANGES, L'alleu et le domaine rural, p. 279.
(396) JAFF-WATTENBACH, op. cit., n. 1467.
(397) Ibid., n. 1409.
(398) La Vita S. Eligi, cit., p. 677, parla dei prigionieri liberati da sant'Eligio in numero talvolta di venti o trenta, talaltra di una cinquantina; "nonnunquam vero agnem integrum et usque ad centum animas, cum navem egrederentur utriusque sexus ex diversis gentibus venientes pariter liberabat Romanorum scilicet, Gallorum atque Brittanorum necnon et Maurorum sed praecipue ex genere Saxonorum, qui abunde eo tempore veluti greges a sedibus propriis evulsi in diversa distrahebantur". Cfr. BUCHNER, op. cit., p. 47.
(399) Una formula di Sens, Mon. Ger. hist., Form., ed. ZEUMER, p. 189, n. 9, riguarda l'acquisto di uno schiavo da parte di un "homo negotians". Una formula di Angers, Ibid., p. 22, n. 51,  un mandato per la ricerca di uno schiavo fuggitivo di un "negociens".
(400) JAFF-WATTENBACH, op. cit., n. 1467.
(401) Ibid., nn. 1629, 1409, 1242 (dagli ultimi due si deduce che nell'anno 593 si parla ancora di acquisto di schiavi cristiani da parte di Ebrei).
(402) Registr., VI, 10, Mon. Ger. hist., Epist., I, p. 388. Un testo di Lido segnala ancora i tessuti di Arras: De Magistratib., I, 17. ed. WUENSCH, Teubner 1903, p. 21. Vedi per le riserve che fa il VERCAUTEREN, op. cit., p. 183.
(403) Il DOPSCH, op. cit.. p. 439, refuta l'opinione che non ci sarebbero stati altri che mercanti stranieri.
(404) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., in, 34.
(405) I vescovi s'interessavano al commercio. A Nantes il vescovo Felice fece ingrandire il porto. VENANZIO FORTUNATO, Carmina, in. 10, Mon. Ger. hist.. SS. Antiq., IV 1, p. 62.
(406) LOT (in LOT-PFISTER-GANSHOF, op. cit., I, p. 365), cita proprio l'esempio di Verdun per provare l'insignificanza del capitalismo nel senso moderno. Ma se s'istituiscono uguali paragoni con fatti economici del secolo XIII si giunger a conclusioni identiche.  certo per altro che qui si tratta di venditori al minuto, e quindi molto attivi.
(407) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., VII, 46.
(408) Ci sono per anche mercanti che viaggiano in carovana nel VI secolo: vedi nella pag. sg. ci che sar detto di Waddo.
(409) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., VII, 45.
(410) GREGORIO DI TOURS, Liber in glor. Confess., e. 110, Mon. Ger. hist., Rer. Merov., I, p. 819.
(411) Leges Ahistulfi regis, Mon. Ger. hist., Leges, ed. BLUHME, III, p. 196, art. 750. Questi mercanti evidentemente sono i successori di quelli in favore dei quali Teodorico legiferava nel 507-11 "ne genus hominum quod vivit lucris ad necem possit pervenire dispendiis". CASSIODORO, op. cit., n, 26, Mon. Ger. hist., SS. Antiq., XII, p. 61; cfr. DOPSCH, op. cit., n, p. 437. Il DOREN, Italienische Wirtschaftsgeschichte, 1934, p. 122, fa osservare che le leggi di Astolfo devono rimontare a testi pi antichi, perch i mercanti appaiono gi divisi in varie categorie.
(412) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., X, 21.
(413) LEBLANT, op. cit., I, p. 41; COVILLE, op. cit., p. 534.
(414) HAVET, Oeuvres (testo dfinit., 1896), I, p. 229.
(415) LEBLANT, op. cit., n, p. 520, n. 645.
(416) "Quod de heredibus Pauloni negociatoris, quodam visus sum comparasse, areas scilicet in oppido civitatis Aurelianensium cum domibus desuper positis, acolabus ibidem residentibus": PROU e VIDIER, Recueil des chartes de Saint-Benot-sur-Loire, I (1900), p. 7. Cfr. sul medesimo mercante FUSTEL DE COULANGES, La monar. franque, p. 256, n. 5.
(417) PROU, Catalogue des monnaies caroling., de la Bibl. nationale, Parigi 1896, p. XXXVIII.
(418) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., VII, 37: "Chariulfus valde dives ac praepotens, cuius adpotecis ac prumptuariis urbi valde referta erant".
(419) GREGORIO DI TOURS, Liber de virtut. S. Martini, IV, 29, Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., I, p. 656.
(420) HAVET, op. cit., I, p. 230, e il testo citato a p. 104, n. 5.
(421) San Farone eredit a Meaux "casas curri areis tam infra muros quam extra muros civitatis": PARDESSUS, Diplomata, II, p. 16, n. CCLVII.
(422) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., VII, 37, parla di apothecae e prumptuaria di Comminges. A Parigi il medesimo (VI, 32) ci mostra Laudaste "domus negutiantum circumiens, species rimatur, argentum pensat atque diversa ornamenta prospicit". Di queste domus negutiantum parla inoltre ibid., VIII, 33, da cui pare che si trovino una in fila all'altra.
(423) Cit. da KIENER, op. cit., p. 29, n. 38: "sutores, aurifices, fabri vel reliqui artifices".
(424) KIENER, op. cit., p. 15.
(425) VERCAUTEREN, op. cit., pp. 354, 359.
(426) Vedi per Angers GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc, VIII, 42.
(427) Vita S. Leobini, c. 62, Mon. Ger. hist., SS. Antiq., ed. KRUSCH, IV2, p. 79.
(428) BLANCHET, Les enceintes romaines de la Gaule, Parigi 1907, pp. 208, 211.
(429) Ibid., p. 202, n. 3.
(430) Si legge nella Lex Visigothorum, m, 4, 17, ed Zeumer, M.G.H., Leges, p. 157, che le prostitute, libere e schiave, erano assai numerose nelle citt spagnole.
(431) Una lettera indirizzata verso il 630-55 a Desiderio, vescovo di Cahors (Mon. Ger. hist., Epist., III, 214) parla di "istas ferias in Rutenico vel vicinas urbes", vale a dire le fiere di Rodez, la cui frequentazione  vietata agli abitanti di Cahors, a causa della peste, che regna a Marsiglia.
(432) VERCAUTEREN, op. cit., p. 450. Secondo il LEVILLAIN questa fiera fu istituita nel 634 o 635 (tude sur l'abbaye de Saint-Denis, in "Bibl. de l'cole des Chartes", XCI (1930), p. 14).
(433) DE VALDEAVELLANO, El mercado, Apuntos para su estudio en Lon y Castilla durante la Edad Media, in "Anuario de historia del derecho espan.", VIII (1931), p. 225.
(434) Lex Visigothor., IX, 2, 4, Mon. Ger. hist., Leges, ed. ZEUMER, I, p. 368.
(435) WAITZ, op. cit., II, parte III (3a ediz.), p. 309.
(436) I diplomi parlano di diritti doganali percepiti "per civitates seu per castella seu per portus seu per traxitus". Mor. Ger. hist., Diplom., ed. PERTZ, p. 46, n. 51. Vedi un'altra menzione di portus in Recueil des chartes de Stavelot-Maltndy, ed. HALKIN e ROLAND, I, p. 13, n. 4. Appare dal medesimo testo (diploma di Sigeberto III, del 652) che vi si esercitava un negotiantum commertia, e che il re aveva alcuni telonearii.
(437) La formula n. 1 del supplem. di Marculfo (Mon. Ger. hist., Formulae, ed. ZEUMER, p. 107) enumera le dogane del bacino del Rodano: Marsiglia, Tolone, Fos, Arles, Avignone, Soyon, Valence, Vienne, Lione, Chalon-sur-Sane.
(438) Editto di Clotario II, 18 ott. 614, Mon. Ger. hist., Capit., I, p. 22.
(439) CASSIODORO, Variae, V, 39, Mon. Ger. hist., SS. Antiq.. XII, p. 165.
(440) WAITZ, op. cit., II, parte n (3a ed.), p. 301, lo crede percepito in natura, per ragioni che io credo erronee.
(441) Ne abbiamo un esempio nel negociator Salomon, sicuramente ebreo, che era lo Hoflieferant di Dagoberto ed al quale questi aveva ceduto i diritti di dogana percepiti ad una porta di Parigi: Gesta Dagob., c. 33, Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., ed. KRUSCH, II, p. 413.
(442) Vedi supra quello che abbiamo detto del cellarium fsci.
(443) Il soldo d'oro di Costantino pesava 4 gr. 48. La libbra si tagliava in 72 soldi; il valore oro del soldo era di 15 franchi e 43: STEIN, Geschichte des Sptrmischen Reiches, Vienna 1928, I, p. 177.
(444) Il GUNNAR MICKWITZ, Geld und Wirtschaft in Rmischen Reich des IV Jahrhunderts nach Christi, Helsingfors 1932, p. 190, conclude che  impossibile considerare il IV secolo come un secolo di Naturalwirtschaft.
(445) Quando alla fine del VI secolo sulle monete imperiali la croce sostituisce la vittoria, i monetari di Marsiglia, e poi gli altri, seguono l'esempio: PROU, Catalogue des monnaies mroving. de la Bibl. nation., Parigi 1892, p. LXXXV.
(446) DOPSCH, Die Wirtschaftsentwicklung der Karolingerzeit vornehmlich in Deutschland, II (2a ed., 1922 2), p. 300.
(447) ENGEL e SERRURE, Trait de numismatique du Moyen ge, Parigi 1891, p. 177.
(448) Ibid., pp. 179-80.
(449) PROU, Catal. des monn. mrov. cit., pp. XXVII-XXVIII.
(450) Ibid., p. XVI.
(451) Ibid., p. XV.
(452) Ibid., p. XXVI.
(453) Ibid., p. XXXII.
(454) Ibid., pp. XXXIV-XXXV.
(455) Ibid., p. XXXIX.
(456) Ibid., p. LXIV.
(457) ENGEL e SERRURE, op. cit., I, p.. 50. C'erano quattro zecche in Gallia all'epoca romana: Treviri, Arles, Lione, Narbona: PROU, Catal. des monn. mrov. cit., p. LXV. Il LOT, Un grand domaine  l'poque franque. Ardin en Poitou, in "Bibliot. de l'cole des hautes tud.", fase. 230 (1921), p. 127, dice che i soldi d'oro provenienti dall'imposta erano convertiti sul posto in lingotti d'oro dai monetari, fin dall'epoca romana. Vedi Codex Theodos., XII, 6, 13, legge del 367.
(458) ENGEL e SERRURE, op. cit., I, p. 97.
(459) LUSCHIN VON EBENGREUTH, Allgemeine Mnzkunde und Geldgeschichte, Monaco 1926 2, p. 97.
(460) PROU, Catal. des monn. mrov. cit., p. LXXXI. Mi pare che questo si accordi benissimo col testo della Vita S. Eligi, I, 15, Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., IV, p. 681.
(461) Ibid., p. LI.
(462) Ibid., pp. LXX, LXXXII.
(463) Ibid., p. LXXXI.
(464) PROU, Catal. des monn. carolin. cit., p. XLVII.
(465) Tuttavia, il Prou ne dubita.
(466) LESNE, op. cit., p. 273.
(467) Cfr. le corone d'oro trovate a Guarrazar presso Toledo (VII secolo). Esse provano per questa epoca la ricchezza del tesoro regio. Cfr. RIEGL, Sptrmische Kunstindustrie, 1927, p. 381.
(468) Sulla ricchezza dei privati, in oro e in pietre preziose, vedi GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., X, 21 e spec. IX, 9. La moglie del duca Rauching possiede un tesoro che vale quello del re.
(469) Il KLOSS, Goldvorrat und Geldverkehr in Merowingerreich (1929), non tiene conto dei testi citt. dal LESNE, op. cit., p. 200.
(470) Sulla ricchezza della chiesa vedi LESNE, op. cit., p. 200. I tesori delle chiese in caso di bisogno servivano a fare moneta. Se ne trova un esempio in GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., VII, 24, dove il vescovo fa ridurre in moneta un calice d'oro per riscattare la sua citt dal saccheggio.
(471) RICHTER, Annalen des Frnkisc. Reichs im Zeitalter der Merov., 1873, p. 98.
(472) Si vede ugualmente nel 631 che il pretendente Sisenando offre 200 mila soldi a Dagoberto, RICHTER, op. cit., p. 161.
(473) PROU, Catal. des monn. mrov. cit., pp. XI, cv. Anche il LOT (LOT-PFISTER-GANSHOF, op. cit., p. 358) crede a questo assorbimento dell'oro.
(474) BLOCH, Le problme de l'or au Moyen ge, in "Annales de l'hist. conom. et sociale", V (1933), pp. 1 sgg.; SOETBEER, Beitrge zur Geschichte des Gelds und Mnzwesens in Deutschland, in "Forschungen zur Deutsch. Geschich.", II (1862), p. 307; LUSCHIN VON EBENGREUTH, op. cit., p. 41.
(475) Lex Visigoth., XI, 3, 1, Mon. Ger. hist., Leges, ed. ZEUMER, I, p. 404: "Si quis transmarinus negotiator aurum, argentum, vestimenta vel quelibet ornamenta provincialibus nostris vendiderit, et competenti pretio fuerint venundata...".
(476) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., VI, 2.
(477) CASSIODORO, Variae, XII, 22, Mon. Ger. hist., SS. Antiq., XII, p. 378. Teodorico, rivolgendosi agli abitanti dell'Istria, dice che se non hanno da vendere grano non potranno ricevere oro.
(478) GUIMAN, op. cit., p. 167; ROLLAND, op. cit., p. 37.
(479) LOT, Un grand domaine etc. cit., p. 123, il quale si fonda su GREGORIO DI TOURS, Liber vitae Patrum, Mon. Ger. hist., Rer. Mrov., I, p. 669.
(480) Ibid., p. 125.
(481) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., VII, 23.
(482) Ibid., III, 34.
(483) MARCULFO, II, 26, Mon. Ger. hist., Form., ed. ZEUMER, p. 92.
(484) Lex romana Visigoth., n, 33, ed. HAENEL, pp. 68-70.
(485) Concilio di Orlans (538), e. 30, Mon. Ger. hist., Concil., ed. MAASEN, p. 82; concilio di Clichy (626-27), e. 1. Ibid., p. 197.
(486) A Clermont il prete Eufrasio, figlio di un senatore, offre al re per essere nominato vescovo le ricchezze prese in prestito da Ebrei "Susceptas a Judacis species magnas": GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., IV, 35. Il vescovo Cantino  "Judaeis valde carus ac subditus", perch fa prestiti presso di loro o acquista oggetti di lusso: Ibid., IV, 12.
(487) Mon. Ger. hist., Concil., I, 67, art. 535, e p. 158, art. 583.
(488) LUSCHIN, op. cit., p. 83; PROU, op. cit., p. LXXVI.
(489) SIDONIO APOLLINARE, Epist., vu, 7, Mon. Ger. hist., SS. Antiq., VIII, p. 110, ed. LUETJOHANN.
(490) Il concilio di Orlans (538): Mon. Ger. hist., t. I, cit., p. 82, vieta agli ecclesiastici da diacono in su "pecuniam commodare ad usuras". Nel 626-627 il concilio di Clichy, ibid., p. 197, rinnova il divieto e aggiunge: "Sexcuplum vel decoplum exigere prohibemus omnibus christianis".
(491) Certo dopo i perturbamenti del V secolo c' stato un periodo di ricostruzione, caratterizzato dal gran numero di monumenti nuovi che furono edificati: cosa inesplicabile, se non si ammette un grado abbastanza elevato di prosperit economica.
(492) Naturalmente non si trover qui che un semplice sommario senza nessuna pretesa, al solo scopo di mostrare la continuit della tradizione.
(493) Vedi p. es. lo EBERT (Hist. de la littr. latine du Moyen ge, trad. franc, I, p. 445) che mette tra i cristiani, Claudio, Flavio Merobaudo, Sidonio Apollinare, i quali non ne hanno che il nome. Caratteristico a questo riguardo  anche Ennodio, nato probabilmente ad Arles e la cui educazione fu tutta fatta nelle scuole di retorica (ibid., p. 461).
(494) Il BUCHNER, op. cit., p. 85, dice molto bene quello che deve dirsi da questo lato: continuazione della vita precedente.
(495) EBERT, op. cit., I, p. 442.
(496) Ibid., p. 464.
(497) Ibid., p. 467.
(498) Ibid., p. 468.
(499) Ibid., p. 556.
(500) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., IV, 46.
(501) Ibid., in, 36.
(502) HARTMANN, op. cit., I, p. 191.
(503) EBERT, op. cit., I, p. 409.
(504) Ibid., p. 457.
(505) Ibid., p. 458.
(506) Ibid., p. 460.
(507) MANITIUS, Geschichte der christlich. Lateinischen Poesie, p. 402.
(508) COVILLE, op. cit., p. 226.
(509) La letteratura visigota  superiore a quella degli altri Germani secondo il MANITIUS, op. cit., p. 402.
(510) Sul carattere della cultura presso i Franchi vedi PIRENNE, De l'tat de l'instruct. des liques  l'poque mroving., in "Revue bndictine", aprile-luglio 1934, p. 165.
(511) Per trovare, con l'EBERT, un riflesso dell'anima germanica nell'opera di Fortunato  chiaro che bisogna vedercelo a priori. Cfr. BUCHNER, op. cit., p. 84.
(512) Cfr. WIERUSZOWSKI, Die Zusammensetzung des gallischen und frnkischett Episkopats bis zum Vertrag voti Verdun, in "Bonner Jahrbcher", CXXVII (1922), pp. 1-83. A p. 16 si trova una statistica dei vescovi della Gallia nel VI secolo, da cui risulta che sono quasi tutti romani.
(513) L'influenza del monachesimo egiziano si riscontra a Lrins. L'inglese san Patrizio, che convert l'Irlanda intorno al 432, visse a Lrins e port di l in Irlanda influenze religiose e artistiche egiziane. Vedi BAUM, op. cit., in "Forschungen und Fortschritte", XI (1935), e. 222-3.
(514) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc, VIII, 15, ricorda uno stilita a Eposium (Yvoy). Su altri eccessi di ascetismo vedi DILL, Roman Society in Gaul in the Merov. Age, p. 356.
(515) Vedi la sua Vita, in Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., in, p. 457.
(516) DUCHESNE, Fastes piscopaux de l'ancienne Gaule, I, 1907 2, p. 145.
(517) Ibid., pp. 142 sgg.
(518) SCHUBERT, Geschichte der christlichen Kirche in Frmitt., p. 61.
(519) San Colombano (m. 615) arriv in Gallia nel 590. Cfr. DE MOREAU, Les missions mdivales, 1932, p. 188. Vedi in HAUCK, Kirchengeschichte Deutschlands, I, pp. 288 sgg., il gran numero di monasteri fondati ad imitazione di Luxeuil nel VII secolo, soprattutto nel Nord. Bisogna notare questa influenza parallela a quella del Mediterraneo. Sembra che Luxeuil superasse in fama Lrins: Ibid., I, p. 296. Tuttavia la regola di san Colombano, troppo ascetica, non si mantenne, e fu sostituita da quella di san Benedetto.
(520) Per es. Sigeberto III, che fond l'abbazia di Stavelot-Malmdy: Recueil des chartes de Stav. Mal. cit., I, pp. 1, 5.
(521) Sui monasteri del VII secolo vedi HAUCK, op. cit., I, p. 298.
(522) DE MOREAU, op. cit., p. 138.
(523) Ibid., p. 165.
(524) BEDA, Hist. eccles., IV, i; MIGNE, Patrol. lat. XCV, cc. 171-2.
(525) HAUCK, op. cit., I, p. 122.
(526) EBERT, op. cit., I, p. 588.
(527) Ibid., p. 482.
(528) lbid., p. 503.
(529) ROGER, L'enseignement des lettres classiques d'Ausone  Alcuin, 1905, pp. 187 sgg.
(530) JAFFE-WATTENBACH, op. cit., n. 1824.
(531) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., Praefatio: "Philosophantem rhetorem intelligunt pauci, loquentem rusticum multi". Cfr. SCHUBERT, op. cit., p. 67.
(532) Il ROSTOVTZEV, Iranians and Greeks in South Russia, Oxford 1922, pp. 185-6, ha potuto dire che quella che si chiama l'arte merovingia non  che la versione europea dell'arte sarmata nata in Asia centrale. Cfr. BRHIER, L'art en France des invasions barbares  l'poque romaine, pp. 17 sgg. e particolarmente pp. 23-6.
(533) BRHIER, op. cit., p. 38.
(534) Ibid., p. 28.
(535) Vedi pei Visigoti MARTINEZ SANTA-OLALLA, Grundzge einer Westgotischen Archol., 1934, cit. in "Forschungen und Fortschritte", XI (1935), e. 123. Questo autore distingue tre epoche nell'arte visigota: gota, prima del 500, visigota fino al 600, poi bizantina. Durante quest'ultimo periodo il carattere germanico fu assorbito dall'ambiente nazionale e mediterraneo.
(536) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., VI, 2. Cfr. FUSTEL DE COULANGES, Les transformations de la royaut, pp. 19-20.
(537) ZEISS, Zur ethnischen Deutunge frhmittelaltericher Funde, in "Germania", XIV (1930), p. 12. 
(538) Credo a questo proposito che il BRHIER, op. cit., p. 59, abbia torto facendo tutt'uno dell'arte della Gallia merovingia, della Spagna visigotica, dell'Italia degli Ostrogoti, dei Longobardi, dei paesi anglo-sassoni e scandinavi
(539) BRHIER, op. cit., p. 56.
(540) DAWSON, The making of Europe, p. 97.
(541) Il MICHEL, Hist. de l'art, I, 1905, p. 397, segnala in Gallia parecchi monumenti, pietre tombali, sarcofaghi, spec. il sarcofago di Boezio vescovo di Carpentras, che sono di arte schiettamente siriaca.
(542) ABERG, The Anglo-Saxons in England during the early centuries after the invasions, 1926, pp. 7-8.
(543) Sidonio Apollinare parla di tappeti persiani usati in Alvernia: vedi MICHEL, op. cit., I, p. 399.
(544) MICHEL, op. cit., I, p. 399.
(545) BABELON, Le tombeau du roi Chilpric, in Mm. de la Soc. des antiq. de France, 8a serie, VI (1924), p. 112.
(546) SCHMIDT, Geschichte der Deutsch. Stmme. Die Ostgermanen, 1934 2, p. 193. Cfr. il "faber argentarius" cit. dalla Lex Burgundionum, X, 3, Mon. Ger. hist., Leges, ed. VON SALIS, III 1, p. 50.
(547) BRHIER, op. cit., p. 61.
(548) Se ne trovano ancora diversi esemplari in tesori di chiese, p. es., a Sens, BRHIER, op. cit., p. 63.
(549) BRHIER, op. cit., p. 67.
(550) Ibid., p. 69.
(551) Ibid., p. 107.
(552) Ibid.
(553) Ibid., p. 109.
(554) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., VII, 36.
(555) SAN GREGORIO, Registr., IX, 208, Mon. Ger. hist., Epist., ed. HARTMANN, II, p. 195.
(556) La Vita di san Desiderio di Cahors ci informa che questo santo fece elevare e decorare molte chiese: ed. POUPARDIN, p. 23.
(557) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., II, 16.
(558) Vita Droctovei, Mon. Ger. 'hist., SS. Rer. Merov., III, p. 541.
(559) HAUCK, op. cit., I, p. 220, rileva il gran numero di costruzioni di chiese.
(560) Ibid.
(561) Agerico di Verdun si sente dire da FORTUNATO (HAUCK, op. cit., I, p. 208): "Templa vetusta novas pretiosius et nova condis, cultor est Domini te famulante domus". Altri esempi vedi in LESNE, op. cit., p. 338.
(562) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., V, 45.
(563) Ibid., 46.
(564)  molto probabile che questi costruttori venissero dalla Lombardia: HAUCK, op. cit., I, p. 220, n. 8.
(565)Ricordati da FORTUNATO, Carmina, li, 8, Mon. Ger. hist., SS. Antiq., IV, p. 37. Questo testo concorda forse con quello della Vita di san Desiderio di Cahors (ed. POUPARDIN, p. 38) dove si parla di una basilica costruita "more antiquorum... quadris ac dedolatis lapidibus... non quidem nostro gallicano more". La stessa vita ricorda che san Desiderio costru le mura di Cahors "quadratorum lapidum compactione" (ibid., p. 19).
(566) Il PUIG Y CADAFALCH ("Comptes rend, de l'Acad. des inscript, et belles lettr.", 1931, pp. 154 sgg.), rileva nella cattedrale di Egara (Tarassa di Catalogna), costruita tra il 516 e il 546, influenze venute dall'Asia Minore e dall'Egitto.
(567) BRHIER, op. cit., p. 111.
(568) Non si pu entrare nel clero senza il consenso del re o del conte: BRUNNER, Deutsc. Rechtsgeschichle, II, 19282, p. 316.
(569) Ibid., p. 418.
(570) HARTMANN, op. cit., II 2, p. 70.
(571) Il LOT (A quelle poque a-t-on cess de parler latin?, in "Bullet. Ducange", VI (1931), p. 100), pensa che non ci sia stato altro insegnamento che quello dei maestri privati.
(572) GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., III, 33.
(573)  il medesimo Partenio che fu assassinato a Treviri per causa delle imposte schiaccianti che metteva sul popolo: vedi GREGORIO DI TOURS, Hist. Franc., III, 36.
(574) Bonito, referendario di Sigeberto III (634-56),  detto "grammaticorum imbutus iniciis necnon Theodosii edoctus decretis". Vita S. Boniti, Mon. Ger. hist., SS. Rer. Merov., VI, p. 120.
(575) Mon. Ger. hist., Formul., ed. ZEUMER, pp. 4 e 176. Secondo il BRUNNER, op. cit., I, 2a ed., p. 577, le formule di Angers furono scritte da uno scriba della curia municipale. Esse sono in parte probabilmente del principio del VII secolo. Quelle di Bourges sono dell'VIII.
(576) PIRENNE, De l'tat de l'instruction des laques  l'poque mrovingienne, in "Revue Bndictine", t. XLVI, 1934, p. 165.
(577) HARTMANN, op. cit., II 2, p. 27.
(578) PROU, Manuel de palographie, 1924 4, p. 65.
(579) LOT, op. cit., in "Bullet. Ducange", t. VI, 1931, p. 102; MULLER, On the use of the expression "lingua Romana" front the I to the IX Century, in "Zeitschrift fur Romanische Philologie", XLIII (1923), p. 9; VRCAUTEREN, Le Romanus des sources franques, in "Revue belge de philolog. et d'hist.", XI (1932), pp. 77-88.
(580) Si conservano la lingua, la moneta, la scrittura (papiro), i pesi e misure, l'alimentazione, le classi sociali, la religione (si  esagerata la parte avuta dall'arianesimo), l'arte, il diritto, l'amministrazione, le imposte, l'organizzazione economica.
(581) JAFF-WATTENBACH, op. cit., n. 1899.
...
.
...
FINE Parte 1.